di Simone Provenzano
Non c’è bene senza male. È una delle visioni del tao, della Via, il famoso cerchio mezzo bianco e mezzo nero che contiene un puntino di entrambi.
Commettiamo errori o semplicemente ci possono accadere cose brutte. Anche molto brutte!
Il male è inevitabile, come è inevitabile il bene.
È ovvio che sia più semplice accettare un regalo che ci piace rispetto ad uno che ci fa schifo, ma a caval donato non si guarda in bocca!
Detto tra noi, in intimità, lo sapete che bene e male non esistono, vero?
Facciamo un po’ di chiarezza su questo punto:
ciò che ci circonda non ha una valenza intrinseca per cui si può dichiarare che quella determinata azione o quel determinato oggetto è buono o cattivo. Banalizziamo con un esempio classico: se domani uno sconosciuto mi attaccasse a dei cavi elettrici e mi desse la scossa, non penso che ne sarei particolarmente felice. Ma se il giorno dopo avessi un attacco cardiaco e quello sconosciuto fosse un medico con un bel debrifillatore in mano, sarei ben contento di prendermi la scossa!
Quindi, la prima cosa che possiamo notare, è come gli oggetti e le azioni non abbiano una proprietà intrinseca che permetta loro di essere definite come buone o cattive, come bene o come male. La medesima sostanza, assunta in circostanze differenti, può essere veleno o farmaco.
Questo non è particolarmente difficile da capire, anzi, è un concetto abbastanza banale.
Approfondiamo maggiormente la questione.
Innanzitutto possiamo capire che se bene e male non sono categorie assolute, possiamo descriverle più come etichette, post-it, che possono essere attaccati alle cose ed alle azioni a seconda delle necessità: oggi questa radice è buona, domani cambio l’etichetta e diventa cattiva.
Eccoci! Siamo arrivati al secondo concetto fondamentale: siamo noi ad attaccare le etichette!
Quello che è bene per me può essere male per un altro. Siamo noi che attribuiamo senso al mondo, al nostro mondo. In pratica decidiamo (a dire il vero è un processo alquanto inconsapevole) quale è il significato di ciò che ci succede. Costruiamo un mondo di senso che è significato, un pò come se cucissimo tanti vestitini da far indossare a tutto ciò che ci circonda. È così che creiamo il nostro mondo, è così che creiamo i nostri problemi, ed è così che alcune volte li risolviamo. Semplicemente ristrutturando la realtà. Inscrivendola nel romanzo della nostra vita. Fornendogli un senso rendiamo utile qualunque esperienza. In questo modo ci arricchiamo in consapevolezza e conoscenza. E soprattutto non finiamo in depressione.
Mi sono dilungato un pò troppo su questo punto ma mi sono lasciato trasportare dall’enfasi di poter cambiare il proprio mondo cambiando la visione che abbiamo di esso!
Approfondiamo adesso un ultimo livello. Ultimo per questo post, perché sicuramente non esaurisce l’argomento!
Bene e male hanno qualcosa a che vedere anche con il tempo, con l’orologio e con il calendario. Ciò che mi succede adesso può essere spiacevole, brutto e rappresentare ciò che, io, dentro la mia testa, definisco male. Ma se togliamo lo zoom, se allarghiamo la visuale con un bel grandangolo temporale e ci guardiamo indietro ci accorgeremo che molte delle cose brutte e cattive che ci sono successe, e di cui avremmo fatto sicuramente a meno, ci sono servite. Il dolore rimane, la sofferenza resta. Ma in tutto quel dolore, in tutta quella sofferenza, a distanza di tempo ci possiamo trovare qualcosa che ci è servito. qualcosa che “non poteva che andare così” per far sì che altre cose accadessero. Non è una visione fatalistica, è piuttosto un modo di interpretare la realtà in modo funzionale.
Non possiamo evitare che ci succedano cose brutte, non possiamo evitare il male.
Ma possiamo farne tesoro, ricercando quel puntino bianco in mezzo a quel mare di nero.



Beh, sicuramente gli eventi anche sgradevoli hanno un significato nell’ambito del percorso di vita di ognuno, e solo il diretto interessato può comprenderlo (lo so per esperienza). Tuttavia – ma dico un’ovvietà – sono meno d’accordo con questa visione di stampo taoista quando il concetto di bene e quello di male vengono applicati all’ambito dell’etica, laddove il “far del male” (almeno consapevolmente) non può in nessun caso qualificarsi (almeno dal punto di vista di chi lo fa) come bene. Altrimenti dal taoismo si rischia si sfociare in pericolosi sofismi, porta d’accesso di possibili ma inammissibili giustificazioni morali. Ma non è una critica all’articolo, che ovviamente esulava da questo ambito.
come sempre importante il tuo commento. grazie Giovanni.
mi hai fatto capire di aver tralasciato di mostrare il taglio del post. No, non era taoismo, anche se ne traeva spunto. Bene e male in questo post sono da intendere semplicemente in senso soggettivo e intimamente psicologico.
questa riflessione nasce dal mio lavoro clinico di questa settimana, in cui ho incontrato il problema della rassegnazione e dell’impotenza nei confronti degli accadimenti della vita. non volevo toccare l’etica ma l’attribuzione di significato e di senso.
mi riprometto di approfondirli scegliendo strade diverse.
grazie ancora Giovanni
Grazie a te, Simone. La mia precisazione era più che altro volta a evitare il rischio che si potesse interpretare il tuo pezzo in senso “pericoloso”, un po’ come quando sottolineo che cercare di individuare il proprio “Sé” è cosa ben diversa dall'”essere egoisti”. Ma mi pareva scontato che per te fosse (giustamente) scontato.