di Giovanni Agnoloni
Nowhere Boy, di Sam Taylor-Wood
La prima fase della storia dei Beatles, quando ancora non si chiamavano così, mi ha sempre affascinato. Forse perché è normale chiedersi come facciano a nascere i più grandi prodigi, quelli che cambiano la storia, artistica e non solo. C’era una “cava” di talenti, nella Liverpool di fine anni Cinquanta, dove il giovanissimo John Lennon (nel film, Aaron Johnson) e alcuni suoi compagni di scuola diedero vita al gruppo skiffle e rock ‘n roll dei Quarrymen, in cui sarebbero poi confluiti Paul McCartney (interpretato da Thomas Brodie Sangster) e George Harrison (Sam Bell), e che attraverso varie fasi, tra il 1956 e il 1959, si sarebbero evoluti fino a diventare The Beatles.
The Quarrymen (scritto anche The Quarry Men), proprio dalla Quarry Bank High School che John e i suoi primi compagni di band frequentavano: quarry significa appunto – come si diceva a proposito del talento – “cava”. Retrospettivamente, si potrebbe trovare in questo nome la conferma della validità del detto latino nomina sunt omina, “i nomi sono presagi”.
E c’è quanto meno un’assonanza anche nel titolo di questo bel film del 2009 di Sam Taylor-Wood: Nowhere Boy, “il ragazzo di nessun luogo”, che fa il verso al titolo di una canzone dei futuri Beatles, Nowhere Man, ma soprattutto fotografa perfettamente il carattere del protagonista, il John ragazzo ribelle, diviso tra l’educazione affettuosa ma rigida della zia Mimi (Kristin Scott Thomas) e l’amore viscerale della (e per la) generosa ma poco affidabile madre Julia (Anne-Marie Duff), che gli nasconde la verità sul perché sia stato cresciuto dalla zia e non da lei, dopo che il padre se n’era andato. Ma è proprio Julia che gli regala il banjo su cui imparerà i primi accordi, e che alimenterà il fuoco della sua passione per il rock.
Questo è un film – come la storia e la produzione artistica dello stesso Lennon a mio avviso dimostrano – che si nutre di assenze e di un grande rimpianto: quello per l’affetto mancato, soprattutto dopo la morte della madre di John in un tragico incidente stradale (la stessa perdita subita, sia pure per cause diverse, dal giovanissimo Paul McCartney). Molto indicata la canzone finale, il capolavoro Mother (pubblicata nel 1970) che riprende questo tema sotteso all’arte di Lennon.
Ma nel film vivono e respirano pure le allegrie e gli entusiasmi di quello che è – e resterà anche e soprattutto negli anni a venire – un gruppo di musicisti straordinari: penso alla canzone In Spite of All The Danger (del 1958), che contiene già in sé il germe del genio dei futuri Fab Four (curiosamente, gli autori qui sono i soli McCartney e Harrison).
Il tutto, sullo sfondo di una Liverpool ancora povera e operaia, forse un po’ estetizzata, ma comprensibilmente velata dall’alone del ricordo e della nostalgia. Perché è così, i Beatles, fin da queste remote origini, sono prima di tutto nostalgia.
Di quello che era, di quello che sarebbe stato e di quello che sarà.


