di Alberto Giusti
Nello scorso fine settimana si sono svolte le elezioni in Russia. L’entità statale più grande del mondo ha messo in moto la propria giovane macchina elettorale e ha scelto il suo nuovo Presidente, che ai giornalisti piace chiamare Zar.
Vladimir Putin è stato eletto per il suo terzo mandato, dopo un ciclo di scambio con il collega di partito Dmitrij Medvedev , in una competizione contrassegnata dalla denuncia di brogli sia preventiva che successiva, testimoniata da filmati molto chiari, facilmente trovabili sul web, che mostrano un solo uomo depositare decine di schede nelle urne (le sofisticate urne elettroniche russe, altro che le nostre vecchie scatole, che ci mostrano come vengono spesi i soldi delle nostre bollette del gas).
Il risultato finale è stato una vittoria schiacciante di Putin, attorno al 64% dei consensi, con il 65% di affluenza alle urne su tutto il territorio della federazione. Gli osservatori internazionali denunciano la stretta governativa sulla campagna elettorale, sui mezzi d’informazione, l’allontanamento del loro personale dai seggi all’inizio dello scrutinio; quelli russi attaccano Putin sottolineando il consistente calo percentuale rispetto alla tornata precedente, di circa 7 punti percentuali, e affermando che dalle elezioni legislative dello scorso novembre a oggi qualcosa è cambiato nel paese, si respira un clima nuovo, la gente non ha più paura di scendere in piazza e un nuovo pluralismo si aggira nel gelo moscovita, testimoniato dalla nascita di movimenti non puramente politici, ma facenti parte della post-modernità che in occidente conosciamo da tempo, come l’ecologismo.
Noi che guardiamo da lontano questo grande paese, senza tanti scrupoli ci chiediamo fino a quando tutte le nostre organizzazioni internazionali, dall’Ocse all’Ue all’Onu, non faranno niente oltreché chiedere di indagare sui brogli a chi li ha probabilmente stimolati, e guardiamo Putin come a un dittatore per molti versi simile a quelli di stampo sudamericano che abbiamo visto nel secolo scorso. Ma dopo 20 anni di Federazione Russa, forse possiamo soffermarci su un’analisi meno facilistica e più pragmatica su come si sia affrontata, e a che punto sia, la transizione dal regime totalitario verso la democrazia.
Dobbiamo innanzitutto considerare un particolare che non consente di comparare questo caso con la maggior parte delle altre transizioni democratiche, escluse forse le democrazie popolari dell’est Europa, ovvero il fatto che nel 1991, alla fine dell’Unione Sovietica, la Russia non aveva uno Stato. L’entità statale sovietica era infatti strutturata non su di un apparato nazionale, ma esclusivamente di partito. Lo stato totalitario sovietico era, in tutto e per tutto, governato e mandato avanti dal Pcus. Alla sua dissoluzione dunque, ogni apparato, ente, struttura perse il suo significato e la sua guida. Un “anno zero” della burocrazia. Dovremmo innanzitutto chiederci se può esistere democrazia in assenza di uno stato. La risposta sembra dover essere negativa, poiché la possibilità di tenere libere elezioni, programmate e realizzate su un territorio così vasto, presuppone certamente la presenza di una macchina statale ben oliata. Nei successivi 10 anni, la Russia ha affrontato quindi primariamente il suo state building, con ben tre tipi di transizione contemporaneamente: quella politica, da un’assoluta mancanza di pluralismo ad un multipartitismo estremo in cui ogni membro della nomenklatura tentava il balzo in parlamento; quella economica, dalla pianificazione totale all’economia capitalista di mercato che sviluppò fortissime disuguaglianze; quella etnica, caratterizzata dalle spinte centrifughe delle popolazioni minori sparse su tutto il territorio del paese, e in particolare dagli scontri in Cecenia.
È al termine di questo decennio che Putin fa la sua rocambolesca entrata in scena: con le dimissioni di Eltsin diventa temporaneamente presidente nel 1999, si candida alle elezioni del 2000 sostenuto dal nuovo superpartito presidenziale Russia Unita e vince ( col 52,94%) inaugurando la stagione della Russia che conosciamo oggi. Sotto la sua guida, negli anni 2000, il paese ricompone le sue lotte intestine, pur richiamate da atti terroristici saltuari, rinnova la sua burocrazia, che Putin rende più efficiente favorendo l’ingresso di ex membri dei servizi militari e segreti. Fa una legge sui partiti (che nemmeno noi abbiamo) per legittimare definitivamente questi attori ad agire sulla scena politica; introduce una nuova legge elettorale per ridurre la frammentazione partitica e acquisisce posizioni di politica internazionale che lo rendono una spina nel fianco degli Stati Uniti ogniqualvolta all’Onu si debba sanzionare qualcuno, che sia l’Iraq, l’Iran, la Libia o la Siria. Esercita un’influenza non indifferente sui propri vicini di casa, come Bielorussia ed Ucraina, la prima ancora sotto regime dittatoriale, la seconda con la leader dell’opposizione, Timoshenko, attualmente in carcere. Esercita pressione anche su di noi, ogniqualvolta decide che è tempo di ricordare all’occidente chi può chiudere i rubinetti del gas e lasciare al freddo centinaia di milioni di persone.
Se dovessimo valutare il suo operato senza i nostri preconcetti occidentali, magari da suoi elettori, potremmo anche fargli i complimenti. Ovviamente non possiamo e dobbiamo osservare che questa stabilizzazione e rafforzamento del paese si è accompagnata alla negazione dei diritti umani nei contesti di conflitto, alla repressione di ogni tipo di protesta, ad una stretta forte sui mezzi d’informazione, che hanno visto l’imprigionamento, e talvolta la morte, di oppositori politici e giornalisti, come la Politkovskaja, assassinata nel 2006.
A che punto è dunque la Russia, sulla strada verso la democrazia? Non si può ancora parlare di elezioni libere, ma sicuramente oggi esiste uno stato che potrebbe supportarle, esattamente come ora le manipola. Una nuova società civile, plurale e autonoma, scende nelle piazze e condiziona l’agenda politica. La stampa, favorita dal web, ha preso coscienza di se stessa e si fa sempre meno problemi a criticare il governo. Pochi, grandi partiti, sono pronti a competere fra loro e con Russia Unita per il governo del paese, quando questa si indebolirà o lascerà la presa sulla macchina statale. Dunque, la Federazione Russa è quasi pronta ad uscire dalla zona grigia della transizione e a condizionare, tra non molto forse democraticamente, le sorti del mondo.



