di Francesco Gori
On the Road, il romanzo per eccellenza della Beat Generation adattato al grande schermo. Grazie al lavoro del regista Walter Salles (I diari della motocicletta), Jack Kerouac torna tra noi nei panni di Sal Paradise. Lo stesso scrittore avrebbe voluto girare e recitarne la trasposizione cinematografica, fin dai tempi della sua proposta del ruolo di Dean Moriarty-Neal Cassady a Marlon Brando.
“L’andare” continuamente per non morire, la giovinezza arsa dal fuoco del vivere, tra sesso, droga e alcol. I temi del leggendario testo, sullo schermo appaiono subito estremamente stereotipati. Il personaggio dell’artista dannato che viaggia senza freni prevale, seppur l’immagine di Sal Paradise – l’alter ego di Jack Kerouac -, interpretato da Sam Riley (lo ricordiamo nei panni di Ian Curtis nel film Control), contenga anche quella timidezza-sensibilità di Kerouac, che ben si distingue al cospetto dell’amico Dean Moriarty (il bravissimo Garrett Hedlund, che “entra” in pieno nell’anima del personaggio). Una vera e propria furia della natura, il Neal Cassady virtuale, figura carismatica che attrae donne e uomini, a suo uso e consumo. Sposa la 17enne Marylou (la stellina Kristen Stewart), figlia con Camille (Kirsten Dunst), salvo poi continuare la sua vita dissennata, segnata dalla benzedrina.
Un film che ripropone la tematica del viaggio in modo lineare, allo stesso modo del lungometraggio sul giovane Che Guevara. Qui siamo tra America e Messico, nel dopoguerra, e i due amici vanno alla ricerca di una condizione di vita alternativa a quella della società tradizionale, che non sentono propria. “Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare”: inquietudine e disperazione messe sulla strada, al fine di annullarle. Gli amici (Carlo Marx in primis, alias Allen Ginsberg), la musica del jazzista Charlie Parker, le orge, momenti di esaltazione e dolore, in un pot-pourri di vita selvaggia.
Kerouac era calamitato dall’amico Neal, proprio per il suo “bruciare”: “Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh!”
Quel che emerge nella visione da poltrona, è infatti il rapporto morboso tra Sal e Dean: il primo ha intelligenza e modi più pacati, il secondo fascino e fisico da consumare. Insieme si completano e si bastano, gli altri – donne comprese – sono un contorno. Almeno fino a quando Sal non capirà che è giunto il momento di dividersi.
Nella pellicola i conflitti personali dei protagonisti sono appena accennati e le dinamiche familiari solo intuibili (la morte del padre di Sal, il padre “barbone” di Dean). Il lavoro di Salles non riesce poi a centrare l’obiettivo emotivo, e l’incredibile storia letteraria – satura di passione folle – non riesce ad avere nuova vita, rimanendo in gran parte pura biografia. Si va avanti nei minuti di visione tra immagini e colori di grande impatto del territorio americano, con musica jazz di contorno, ma quel che manca è la sostanza. Impossibile o quasi, riportare su video il capolavoro di Jack. Su carta rimane un’altra cosa.
Vietato andar via ai titoli di coda: Dean si incammina lungo i binari della ferrovia e continua ad “andare” incontro al suo destino, con le parole dell’amico Sal ad accompagnarlo: “… nessuno sa cosa toccherà a nessun altro se non il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza, penso a Dean Moriarty, penso perfino al vecchio Dean Moriarty padre che non abbiamo mai trovato, penso a Dean Moriarty.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.


