di Emiliano Morozzi
Nella notte del 22 giugno 1941, il treno che portava il suo prezioso carico di materie prime dall’Unione Sovietica alla Germania nazista, attraversò come al solito il confine polacco, un confine sancito a tavolino tra le due potenze dopo la spartizione dello stato nel 1939. Quando il convoglio fu passato, per tutte le divisioni, schierate in un arco che andava dal Mar Baltico al Mar Nero, scattò l’ordine di attacco. Un intenso fuoco di sbarramento dell’artiglieria squassò il confine per un’ora, poi le temute Panzerdivisionen si misero in marcia: cominciava così l’Operazione Barbarossa, l’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Germania nazista, la più grande campagna militare della storia e il conflitto che vide le più feroci e sanguinose battaglie della Seconda Guerra Mondiale.
Svariati motivi spinsero Hitler ad assalire quello che sulla carta era fino al giorno prima un alleato rispettoso del patto sancito: il Lebensraum, la conquista dello spazio vitale per il popolo tedesco a est, in territori da colonizzare e sfruttare a scapito dei “subumani” slavi, la politica espansionista dell’Unione Sovietica, che aveva piegato la Finlandia e gli stati baltici e rivolgeva le sue attenzioni alla zona dei Balcani, la presunta arretratezza tecnica e organizzativa dell’Armata Rossa, che aveva sofferto le purghe di Stalin e mancava di generali e ufficiali capaci, la convinzione di poter sconfiggere il nemico in dieci settimane di campagna (anche per questo motivo l’industria bellica tedesca fu mobilitata per la “guerra totale” soltanto alla fine del 1942).
Sebbene spaventati dall’immensità del territorio sovietico, i soldati tedeschi nei primi giorni avanzavano con lo stesso stato d’animo delle precedenti campagne: gli Stukas e i bombardieri martellando gli aeroporti e le linee di comunicazione conquistarono il predominio dell’aria e gettarono nel caos le disorientate armate sovietiche, i panzer travolgevano le divisioni avversarie macinando chilometri e chiudendo nella loro morsa intere armate sovietiche, tutto faceva pensare a una nuova, travolgente e vittoriosa campagna. Bastarono pochi giorni per far cambiare idea a soldati e comandanti della Wehrmacht: l’Armata Rossa era sì disorganizzata, con gli ufficiali incapaci di prendere decisioni nel timore di fare cosa sgradita a Stalin, ma alcune divisioni sovietiche si battevano fino all’ultimo uomo, sfruttando le possibilità concesse dal terreno (foreste di betulle e paludi erano il luogo ideale per le imboscate) o le linee difensive costruite in previsione di un’invasione tedesca.
Nel sud dell’Ucraina, i panzer di Von Kleist vennero rallentati dai continui contrattacchi corazzati diretti dal generale Kirponos, al centro dell’offensiva, i russi difesero per un mese la fortezza di Brest Litovsk, tenendo impegnate numerose divisioni di fanteria tedesche, la rete stradale piuttosto disastrata rendeva comunque difficile una fulminea avanzata e ben presto fece la sua comparsa l’incubo dei carristi tedeschi: il carro armato sovietico T-34, un mezzo contro la cui corazzatura i panzer tedeschi erano quasi impotenti.
Nonostante queste difficoltà, l’avanzata tedesca sembrava inarrestabile, al punto che pure Stalin fu preso dalla paura della disfatta: quando i tedeschi presero Smolensk, la strada per Mosca sembrava spianata. Fu in quel momento che cambiarono le sorti della guerra: Hitler fermò la sua punta di lancia, le divisioni corazzate di Guderian, dirigendole verso sud per accerchiare le armate sovietiche che difendevano Kiev. L’operazione fu un clamoroso successo, ma grazie a quel mese di ritardo nell’avanzata, Stalin ebbe tutto il tempo per rafforzare le difese intorno a Mosca. Quando l’avanzata verso la capitale nemica riprese, stava arrivando l’inverno e l’offensiva tedesca finì per arenarsi alle porte della capitale sovietica e essere respinta dalla controffensiva dell’Armata Rossa. Finiva così l’Operazione Barbarossa: la bandiera del Terzo Reich sventolava su vasti territori dell’Unione Sovietica, ma gli obiettivi chiave di Mosca e Leningrado non erano stati raggiunti. Esattamente tre anni dopo, l’Armata Rossa ripagò l’invasore con la stessa moneta: l’offensiva in Bielorussia travolse e annientò quello che un tempo era il nerbo della forza d’invasione tedesca, il Gruppo di Armate Centro, cancellando i resti delle temibili Panzerdivisionen.
Unita allo sbarco alleato in Normandia, questa offensiva segnò l’inizio della fine per la Germania nazista: l’invasione dell’Unione Sovietica, invece che portare il Terzo Reich alla conquista del proprio “spazio vitale”, lo portò alla rovina e alla quasi completa distruzione del proprio esercito e delle proprie città.



