PAPA FRANCESCO I, LA CHIESA E LE SPERANZE DI UN FEDELE

di Alberto Giusti

Conosco tanti ragazzi della mia generazione che sono cresciuti anche fra le mura di una chiesa, che per anni hanno fatto catechismo, hanno imparato le parabole, le parole dei profeti, i dieci comandamenti e quelli nuovi di Gesù Cristo. Aldilà di ogni controsenso storico e della lettura da contestualizzare delle prescrizioni delle Antiche scritture, tutti noi siamo cresciuti con un po’ di morale cattolica, quella linea di pensiero che in qualche modo ti invita ad aiutare il prossimo, a guardare aldilà della facciata del male per trovarne i semi, e che ti ricorda di avere prima di tutto umiltà e di affrontare il mondo come una parte necessaria del tutto, che deve riuscire a trovare l’armonia con ciò che lo circonda.

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Tutti noi, generazioni di giovani passati a comunione e a cresima, quando siamo arrivati a 18, 20 o più anni a compilare il nostro profilo facebook ci siamo trovati di fronte alla pesante voce: orientamento religioso. Ci siamo dovuti porre allora delle domande, ci siamo chiesti se davvero sentivamo di appartenere a qualcosa, e la risposta è stata “nì”. È andata a finire che ci abbiamo scritto solo “cristiano”, e non ce l’abbiamo fatta a scrivere anche “cattolico”. Perché cattolico, nonostante significhi tutti i dogmi che abbiamo imparato e parole che ricorderemo a memoria tutta la vita, non ci rappresenta. Cattolico ha preso a significare per noi una Chiesa del potere e delle contraddizioni, una Chiesa che non vive, ma sopravvive fuori dalla storia, trascinata in avanti per inerzia da secoli di insediamento, e solo in parte salvata dalla carità e dalla socialità che i preti più volenterosi portano avanti nel nostro paese e nel mondo. Noi e la Chiesa non ci siamo capiti a vicenda, cosi da un lato le messe si sono impoverite, dall’altro noi siamo finiti in quella categoria Istat ormai larghissima dei “cattolici non praticanti”. Nel nostro intimo però, abbiamo continuato a definirci cristiani, con cui intendiamo un modo di essere prima ancora che l’adesione a una religione. “Crediamo”, senza pensarci a fondo, alla resurrezione, ma soprattutto crediamo a ciò che significa: donarsi agli altri. La Chiesa si dona agli altri? La Chiesa capisce gli altri? Questo il dubbio che ha portato alla nostra separazione.

Arriva oggi un papa che forse ci rende speranza. Un papa che sceglie di chiamarsi Francesco, primo nel suo nome, come quel Francesco patrono d’Italia che a sua volta cercò di cambiare la Chiesa ricordandole la povertà di Cristo. Questo papa che conduce una vita monacale, mentre lo ascoltavamo alla radio o alla televisione, ci ha riportati indietro nel tempo, a quando i genitori o i nonni ci insegnavano, la sera prima di andare a dormire, il padre nostro e l’ave Maria. Il suo primo atto è stata la preghiera più semplice della cristianità, con la quale ci ha abbracciati a sé.

Le aspettative su Papa Francesco I si sprecano. E i dubbi sulla sua condotta durante il regime argentino non si sono fatti attendere. Ma a 77 anni quest’uomo ha ricevuto l’opportunità di cambiare la chiesa. Speriamo soltanto che ne abbia il tempo.

3 Comments

  1. Luca Moreno 17/03/2013
  2. Giovanni Agnoloni 17/03/2013

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