di Giorgio Galli
“Parigi, libri e musica”
Io Parigi l’avevo trovata a Pinerolo. Quando c’ero andato, m’era sembrato di stare in Francia, nella provincia francese dei romanzi di Simenon, anzi proprio dentro un romanzo di Simenon, uno di quei romanzi psicologici tipo Lettera al mio giudice. Ero andato a Pinerolo ad accompagnare una cugina che studiava violino, perché a Pinerolo c’è un’importante accademia di musica classica e di strumenti ad arco, come il violino. Eppure mi parve che il violino non fosse lo strumento giusto per Pinerolo. La musica adatta a Pinerolo era una specie di jazz, il jazz astigiano di Paolo Conte, il jazz belga di Django Reinhardt. Su Pinerolo aleggiava una specie di bruma. Ma non sempre c’era bruma. È che i colori, le architetture di Pinerolo, i suoi odori evocavano la presenza della bruma, una bruma che, anche quando non c’era, era connaturale alla città come il grigiore del cielo è connaturale a Londra anche quando il cielo non è grigio.
E così, mi aspettavo una Parigi color panna, avorio, fumo di pipa. Invece ho trovato una città d’aria, di solenni vuoti, una città dove i colori sono distribuiti come da un grande pittore, il marrone dei tetti, l’avorio, l’ocra, il bianco dei marmi, il grigio del ferro, i rossi di Montmartre. Girare per Montmartre è come stare dentro il primo movimento di Iberia di Debussy, quello intitolato Par les rues et par les chemins. Ma siamo sicuri che Debussy avesse in mente la Spagna, mentre lo componeva, e non Montmartre?
Baudelaire ha imbevuto il suo spleen nella grandeur parigina, e l’ha trasformato in pura musica. La sua poesia è ultramoderna – ancora oggi non c’è poesia più moderna – ma con una solennità romana. Parigi nell’Ottocento, città d’avanguardia, città di lumière e dei paradisi delle dame, ma dai colori stesi come un quadro di Renoir, coi colonnati plastici e i solenni spazi vuoti, è entrata nella sua poesia. E anche Cioran, venendo a Parigi, ha travasato l’oro dei suoi cupi succhi slavi negli squisiti bonbon delle sue frasi. Se, come ha osservato Constantin Noica, nessuno si è mai suicidato con un libro di Cioran in mano, forse il merito è anche di Parigi. Perché chi ha confrontato il Cioran in rumeno con il Cioran in francese, ha potuto apprezzare la comparsa di qualcosa che prima non c’era: l’ironia. L’ironia di Cioran, distruttiva e autodistruttiva, sempre deliziosa, un gioco mortale per noi e per lui, è nata a Parigi. Nei libri in rumeno non c’era.
I libri a Parigi sono una dappertutto. Ci sono molte librerie. Piccole librerie. In Italia, i librai indipendenti fanno la stessa vita dei quotidiani indipendenti: sono sempre sul filo della chiusura, sono dei soldatini giapponesi che restano sulle isole anche se sanno che la guerra è finita, perché non son capaci di adattarsi alla pace. La pace, in Italia, è una pace senza libri. O con i pochi libri che tutti leggono. Per fare libreria in Italia ed essere sicuro di non chiudere, devi entrare in franchising. In Francia no. Sono inciampato a ogni strada in una piccola libreria, e ognuna aveva la sua personalità.
Presso il mio alloggio in Rue Caulaincourt, una piccola libreria esibiva una vela con su scritto: Qui suis-je?, Chi sono io? Come dire che i tuoi libri sono la tua identità. C’è chi vende libri esistenzialisti, chi s’è specializzato nel cinema, chi è fiero di mostrare al pubblico i sempreverdi romanzi dell’Ottocento – magari in vecchie copie oggi introvabili, copie precedenti all’avvento dei tascabili –, chi ama un po’ di tutto purché raro, chi rievoca con foto in bianco e nero e con la musica di sottofondo la Parigi di Brel e Brassens… Le bancarelle lungo la Senna hanno vecchie edizioni di Vian e di Lawrence (sia T.E. che D.H). Nella mia adolescenza sono stato un estimatore di Vian. Ma quando chiedo a una libreria di Roma un suo volume, i commessi sgranano gli occhi a due di denari. Non in tutte le librerie succede. Ma spesso succede. Qui Vian è un amico di tutti, il suo nome lo trovi su qualsiasi bancarella, proprio come i nomi di Brel e Brassens. Da noi questi nomi sono pezzi rari, sono per adolescenti ribelli che fumano spinelli e consumano tormentate storie d’amore leggendo Boris Vian. A Parigi Vian è un amico di tutti.
Anche Jacques Brel e Georges Brassens sono pezzi rari, da noi: Brassens è lì sui blog letterari della gente di sinistra come un nume tutelare, ma morto. In Francia la gente li ama ancora, Brel e Brassens. A Parigi, Brel e Brassens (e anche il monegasco Leo Ferré) sono presenze ancora vive. E sono vive nelle librerie prima ancora che nei negozi di dischi. È un fenomeno che noi non conosciamo, e che ha una sua spiegazione. In Italia, la canzone d’autore non è mai entrata nel nostro patrimonio culturale. Non ci è entrata perché non è quello il nostro modo di cantare. Il nostro canto è Monteverdi, è il Settecento napoletano, è Donizetti, Rossini, Puccini, Verdi. Anche il canto non lirico, da noi, è un canto spiegato: il canto napoletano, il canto delle mondine, il lamento funebre del Sud tanto studiato da Ernesto de Martino.
In Italia, il cantautorato conta fra le sue stelle un discepolo dichiarato di Brassens, Fabrizo De André. Ma è un cantautorato di seconda mano, frutto d’imitazione. La Francia ha avuto i trovatori, la Francia la canzone d’autore l’ha inventata, l’ha resa parte integrante della sua cultura. Per noi è diverso. Il nostro canto popolare, così come il nostro canto colto, non ha nulla in comune con la canzone. I nostri cantautori più grandi sono stelle in un cielo spento. Il mio amico Vian, invece, è una figura emblematica di come la cultura “leggera” sia entrata nella cultura francese. Vian si destreggiava fra la letteratura e il jazz, e negli stessi anni i suoi colleghi più famosi si destreggiavano fra i salotti esistenzialisti e le sale dei concerti di Juliette Greco. In Italia, un simile innesto tra cultura “alta” e popolare è avvenuto col cinema, negli anni in cui sia i portinai che gl’intellettuali andavano a vedere Monicelli e Fellini. Ed è avvenuto perché il terreno era già arato, perché la commedia dell’arte, il teatro napoletano, il Ruzante l’Aretino e il melodramma avevano spianato la strada. La canzone no, la canzone non è entrata nelle nostre librerie come è entrata in quelle francesi.
In Francia si legge. Chi fa un giro per la “zona pubblica” del Centre Pompidou, la zona a ingresso libero, nota che è pieno di ragazzi che leggono. I ragazzi vanno a passare il tempo al Pompidou. Se passate per la piazza, noterete due tipi d’avventori: i piccioni assisi sopra al tetto dell’Atelier Brancusi, e i ragazzi che siedono a terra a leggere. A Roma, poche persone trovate sedute a leggere. Non se ne trovano nella folla informe delle metropolitane. A Siena, sulla conca di Piazza del Campo, provate a contare quanta gente legge. Ne troverete poca. I più hanno in mano birre, non libri. In Italia il libro fa sfigato. A un colloquio di lavoro, appurato che dovevo aspettare oltre due ore, mi sono accomodato e ho preso un libro per ingannare il tempo. Quando ho alzato lo sguardo, mi stavano tutti osservando come un fenomeno da baraccone. In Francia, tutti i ragazzi che sostano davanti al Pompidou leggono libri.
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(la foto di Boris Vian è stata dalla nostra redazione autonomamente tratta da Wikipedia: risulta essere una foto-tessera scattata presso una macchina in data sconosciuta)
(la foto panoramica di Parigi, di Taxiarchos228, è stata dalla nostra redazione autonomamente tratta da Wikipedia)



