di Nicola Pucci
Benvenuti, signori e signore, all’Inferno del Nord. Si corre la 111^edizione della regina delle classiche, la Parigi-Roubaix: la più amata ma anche la più detestata, non è concesso praticare la via di mezzo. Ed il nome del vincitore, guarda caso, è quello del grande favorito della vigilia, Fabian Cancellara lo svizzero, puntuale all’appuntamento con la storia.
E’ corsa, la Parigi-Roubaix, che appartiene alla leggenda; che profuma di fatica e sudore; che conserva tra le sue pietre storie epiche del ciclismo d’altri tempi; che narra le imprese degli atleti del pedale che quassù, tra miniere di carbone e lande depresse impregnate di pioggia, hanno aggredito la strada ed alcuni di loro si son garantiti l’immortalità sportiva. Mi viene in mente Josef Fischer, tedesco, che si cimentò per primo nel lontano ormai 1896 e vinse dopo nove ore di estenuante odissea tra i campi; il valdostano Maurice Garin, che i francesi naturalizzarono, che doppiettò prima del nuovo secolo; il leggendario Octave Lapize che disegnò il primo tris, 1909/1910/1911.
L’album dei ricordi annovera tra i campioni Serse prima di Fausto, il Coppi meno famoso che nel 1949 sbagliò strada ma si vide assegnare la vittoria a pari-merito col transalpino André Mahé; l’airone che disintegrò la concorrenza l’anno dopo; Francesco Moser e Roger De Vlaeminck che a cavallo tra gli anni Settanta e i primi Ottanta si spartirono il bottino, 4-3 per il belga; Bernard Hinault, che la riteneva “une connerie“, una stronzata, in maglia di campione del mondo, che nel 1981 trionfò nel Velodromo e giurò che non vi avrebbe più messo piede; il povero Franco Ballerini che fu beffato dal vecchio Duclos-Lassalle il giorno di Pasqua 1993 ma si prese poi la rivincita nel 1995 e nel 1998; Museeuw che rischiò di perdere una gamba nella Foresta di Arenberg ma poi calò il tris; le recenti quattro affermazioni di Tom Boonen, l’ultimo imperatore di Roubaix.
Ecco, proprio Boonen è l’assente di lusso di quest’anno, tutto lascerebbe allora pensare ad un’altra recita di Cancellara, re del Giro delle Fiandre sette giorni fa e già acclamato vincitore nel 2006 e nel 2010. La giornata è bella, riscaldata dal sole di primavera, e le pietre carogne della Foresta di Aremberg a 96 chilometri dal traguardo producono la prima, importante selezione in gruppo. In testa navigano a distanza di sicurezza Steegmans e Hayman, fuggitivi della prima ora, ma è il tratto in pavé di Mons en Pevele a definire il quadro di chi si contenderà la vittoria.
Cancellara spacca il plotone e con lui rimangono altri 12 temerari, tra cui il nostro Luca Paolini e il giovane Sep Vanmarcke del team Blanco. Il “treno di Berna” è spaventosamente forte quando ai -33 ricuce da solo un divario di 20 secondi da un quartetto all’inseguimento di Gaudin, Vanmarcke, Vandebergh e Langeveld rimasti al comando; è impressionante quando ai -24 saluta i nuovi compagni di pedalata per andare a riprendere – con Stybar – Vanmarcke e Vandenbergh solitari fuggitivi; è generosamente temerario quando prova l’allungo decisivo al Carrefour de l’Arbre, tratto tra i più difficili e spesso decisivo ai meno 16. La coppia Omega Pharma-Quickstep composta da Vandenbergh e Stybar incoccia sugli spettatori a bordo strada e Fabian resta solo con Vanmarcke, un fortissimo Vanmarcke, incollato alla sua ruota. Si entra nel Velodromo più ambito del ciclismo e la volata a due non ha storia: Cancellara vince a braccia alzate e si conferma fenomeno. E’ lui il numero 1.



Un immenso Cancellara. Lasciati per strada prima del via i due contraltari più accreditati (Boonen e Sagan) ha avuto il merito di non farsi schiacciare dal peso del favorito.
L’accelerata ai -24 km è stata “alla Cancellara”: una frustata tremenda al gruppo, di quele che ti tagliano le gambe.
Ma forse mi ha impressionato di più la conclusione. Con un paio di stoccate ha tentato di togliersi di dosso Vanmarcke, conscio che se questi mai avrebbe potuto causargli qualche noia era in un arrivo in volata, ma non ce l’ha fatta. Il belga, stoico, ha meritoriamente resistito alle offensive lucidamente feroci dell’elvetico e così è stata volata. L’unico frangente in cui il divario poteva apparire meno abissale.
Cancellara ha accettato di giocare in questo territorio, il meno favorevole, quello in cui resistevano gli ultimi margini di sconfitta, senza disunirsi.
Alla fine la generosità di Vanmarcke ha inciso profondamente sulle gambe, che non giravano più, e il testa a testa finale negli ultimi metri di fatto non c’è stato. Bravissimo Sep: ha reso dura la vita a un mostro che nelle ultime due settimane è apparso imbattibile. Che Fabian abbia dovuto spendere molto lo si è visto quando si è disteso sull’erba di Roubaix, sfinito e in cerca d’ossigeno. Che grande classica! 🙂