PARTITO COMUNISTA ITALIANO, STORIA DI UN’ILLUSIONE

di Emiliano Morozzi

In un saggio di qualche anno fa, lo storico francese Francois Furet definiva l’esperienza dei partiti comunisti europei del ventesimo secolo con il laconico titolo “Il passato di un’illusione”. Se guardiamo in casa nostra, all’esperienza di quello che fu il Partito Comunista Italiano, potremmo eleggere a simbolo un’immagine, quella delle rovine del Teatro San Marco di Livorno, dove venne ufficializzata la scissione dell’ala comunista dal Partito Socialista, riunito in assise dentro il più elegante Teatro Goldoni. Come del teatro rimangono solo diroccate pareti, così dell’esperienza quasi settantennale del Partito Comunista Italiano rimangono solo sbiaditi ricordi, che molti tendono a voler maldestramente nascondere. Un’esperienza che ha perso di significato con il crollo dell’Unione Sovietica, un’esperienza che è stata legata a doppio filo con questo stato e le sue aberrazioni, ma che in Italia ha dato vita a tratti particolari che non possono essere ricondotti e accostati ai regimi dispotici sviluppatisi nei paesi dove i partiti comunisti hanno preso il potere. D’altro canto, i rapporti con l’Unione Sovietica non possono essere minimizzati né messi in secondo piano, perché il Partito Comunista d’Italia nasce a Livorno il 21 gennaio del 1921 sulla scia dell’esperienza bolscevica in Russia.

Palmiro Togliatti (foto flickr).

I rivoluzionari russi vedevano infatti come essenziale per la propria sopravvivenza l’espansione della rivoluzione in tutta Europa, e nel Partito Comunista d’Italia confluirono tutti coloro che aderivano senza riserve alle ventuno condizioni imposte da Lenin. Il partito ricalcava in maniera fedele la struttura, il programma, la tattica del partito russo. Di fronte all’avanzare del fascismo, il partito non si chiuse nel settarismo ma cercò di mantenere un rapporto con gli altri partiti di sinistra in funzione antifascista, ma con l’avvento del fascismo la dirigenza del Pci, al cui vertice c’era Togliatti, si allineò ai dettami di Mosca. Il Partito Comunista, in clandestinità, si adeguò all’ondivaga politica estera sovietica: sono di questi anni l’assurda teoria del socialfascismo (i partiti socialisti dei paesi europei dovevano essere considerati alla stregua dei partiti fascisti, essendosi alleati alle forze conservatrici contro la rivoluzione) ma anche l’affascinante idea del Fronte Popolare, ovvero l’unione di tutte le forze socialiste, ma anche democratiche, in funzione antifascista, sul modello del blocco di partiti di sinistra che aveva conquistato il potere in Spagna. Proprio nella penisola iberica, esponenti del Partito Comunista Italiano dimostrarono, combattendo contro propri connazionali in camicia nera a Guadalajara, che battere il fascismo allora dilagante in Europa era possibile. Il patto Molotov-Ribbentrop riportò nella polvere il partito, che difese di nuovo le politiche di Stalin, giustificabili forse sul piano diplomatico (stessa cosa avevano fatto le democrazie europee consegnando la Cecoslovacchia a Hitler su un piatto d’argento), certamente non su quello ideologico.

La Resistenza rappresenta probabilmente il punto più alto dell’esperienza comunista in Italia, anche se alcune scelte della dirigenza comunista sono state oggetto di numerose critiche: la svolta di Salerno e la successiva amnistia a fine guerra, se da un lato permisero l’unità di tutte le forze che combattevano contro il fascismo e lo “sdoganamento” del movimento comunista agli occhi delle potenze alleate, dall’altro permisero a tanti fascisti di rimanere al proprio posto e riciclarsi senza pagare il pegno delle proprie azioni infami. Un pregio va comunque riconosciuto al Partito Comunista: quello di aver operato sempre all’interno di un contesto democratico, agitando da un lato la bandiera della rivoluzione ma dall’altro lavorando per difendere il sistema parlamentare da tentazioni golpiste o neofasciste. Alla fine della guerra, molti partigiani aspettavano soltanto un segnale per scatenare la guerra civile e instaurare in Italia una repubblica sul modello sovietico, ma Togliatti ordinò di deporre le armi. Qualche anno dopo, quando il segretario del partito cadde sotto i colpi dell’attentatore Pallante, il paese fu di nuovo sull’orlo della guerra civile: secondo la leggenda furono le imprese di Bartali a salvare il paese dalla guerra civile, ma in realtà ancora una volta i dirigenti del Pci, fedeli all’idea di operare all’interno di uno stato democratico, tennero a freno i propri militanti già con le armi in pugno. Non mancano pagine controverse nella vita politica del partito: l’acritica adesione alla repressione sovietica in Ungheria nel 1956, l’appoggio sempre tiepido ai referendum che cambiarono l’Italia come quello sul divorzio o sull’aborto, la questione morale che molti lessero come un “j’accuse” nei confronti della Democrazia Cristiana ma che probabilmente il segretario Berlinguer (qui a fianco, foto mediconadir) aveva voluto sollevare anche come monito per i dirigenti del proprio partito. Volendo mettere una data sulla pietra tombale di questo partito, suggerirei l’11 Giugno 1984: quel giorno, sul palco di un comizio di Padova, se ne va l’ultimo grande rappresentante del Partito Comunista, quell’Enrico Berlinguer conosciuto, al di là delle idee politiche più o meno condivisibili o discutibili, per la sua onestà e perché faceva politica non per il proprio tornaconto personale ma per l’interesse di tutti coloro che gli davano fiducia.

3 Comments

  1. Nicola Pucci 20/01/2012
  2. Giovanni Agnoloni 20/01/2012
  3. corrado 20/01/2012

Leave a Reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.