PASOLINI, NAPOLI E IL DESTINO DEGLI INCOMPRESI

di Simone Gambacorta

Il destino di alcuni è davvero quello di essere incompresi. Anche dopo morti. Lo fa pensare un articolo di Antonio Pascale, “Il tour autolesionista di Napoli illegale”, pubblicato sul «Corriere della Sera» (8 settembre 2012).
Nell’articolo si parla di certe visite guidate che un’associazione organizza per mostrare ai turisti alcuni volti della delinquenza napoletana: falsari, borseggiatori, parcheggiatori abusivi, prostitute e via dicendo.
Pascale sa bene (e lo dice) che il “Naples illegal tour” vuole essere una provocazione, ma sa altrettanto bene (e lo dice) che si tratta di un’arma a doppio taglio: perché potrebbe spingere a considerare l’illegalità diffusa come un aspetto normale della napoletanità, quindi a guardarla con benevola indulgenza. Su questo, per ciò, nulla da obiettare.

Pier Paolo Pasolini (da voci-inchiesta.it)

È invece meno facile essere il linea col rimprovero che Pascale, più o meno a metà articolo, muove a Pasolini. È qui che scatta l’incompresione. Scrive Pascale: «È da notare che Pier Paolo Pasolini, in un famoso trattato pedagogico su Napoli, “Gennariello”, dipingeva i napoletani come rappresentanti di un’antica tribù; i loro gesti erano frutto non di un volgare e corrotto scambio monetario, ma di uno scambio di antichissimo sapere. Disse, infatti: a Napoli anche se ti rubano il portafoglio è uno scambio di antico sapere». Pascale continua poi così: «Ciò significa che se il portafoglio te lo rubano a Milano passi una cattiva giornata, se te lo fregano a Napoli devi essere contento perché te l’ha rubato un rappresentante di un’antica tribù, e sei stato oggetto anche di uno scambio di antichissimo sapere».

Le cose non stanno esattamente così. C’è un problema sostanziale: un problema che riguarda la sostanza delle pagine pasoliniane citate nell’articolo. Anche perché, messe così le cose, si attribuiscono a Pasolini idee che Pasolini non si sarebbe sognato di avere, salvo che per proporle a titolo dimostrativo, esemplificativo. Vale a dire: per fare il classico esempio limite. Una volta tanto torna utile la citazione dotta: «Sono gli esempi limite a macroscopizzare le situazioni», dice Eco in “Apocalittici e integrati”. Macroscopizzare: cioè ingrandire, zoomare, estremizzare (esasperare, anche) per rendere meglio comprensibile un discorso. Cosa che Pasolini ha fatto, e che ha fatto non potendo fare altrimenti, visto che il “Gennariello” richiamato da Pascale (lo si può leggere proficuamente nelle “Lettere luterane”) era per l’appunto un trattatello pedagogico, e in quanto tale destinato allo stesso Gennariello, un immaginario ragazzino napoletano, un interlocutore di fantasia inventato da Pasolini per esporre le sue tesi. Se ci si rivolge a un ragazzino per finalità pedagogiche, evidentemente lo si deve fare col proposito di essere comprensibili, e quindi ricorrendo laddove necessario a esempi limite.

Pasolini non sosteneva che il furto di un portafoglio dovesse essere vissuto dall’eventuale vittima con la gioia dell’eletto che faccia esperienza di un momento unico. Pasolini citava quel caso, quella ipotesi di scuola (è il caso di dirlo), per esporre la sua idea di Napoli e dei napoletani, che «sono rimasti gli stessi di tutta la storia».

Quando Pasolini definisce «l’imbroglio uno scambio di sapere», non lo fa per avallare una condotta illegale, non entra nel merito della questione: e come avrebbe potuto farlo, se proprio in quelle pagine parla con sgomento della gioventù «criminaloide» da cui si sentiva circondato? Pasolini parla del portafoglio per mettere in evidenza un aspetto di un modello culturale a suo modo ancora resistente alla «mutazione antropologica», alla acculturazione edonistica e consumistica che omologa la vita di tutti e che impone, attraverso il potere della produzione delle merci, e dunque dei rapporti sociali, di umanità, una «borghesizzazione» della vita.

L’esempio del portafoglio era un espediente per evidenziare il carattere e l’autenticità (nel bene e nel male) di una «cultura particolaristica», cioè di una realtà ancora non del tutto vinta dai dogmi di quello sviluppo senza progresso che rimuove le strutture originarie o arcaiche delle zone antropologiche periferiche per centralizzarle in un unico maelström conformista. Perciò diceva che «Napoli è ancora l’ultima metropoli plebea, l’ultimo grande villaggio».

In parole povere, Pasolini intendeva questo: anche se ti sfilano il portafoglio, anche se possono aver fatto dell’arte di arrangiarsi un metodo di vita, i napoletani, con tutte le brutture e le bellezze del loro microcosmo, sono, letteralmente, quelli che sono, quindi “fanno” quello che sono. In ciò sono sani, sono vergini. Obbediscono a un’identità storica che, almeno in parte, ancora li definisce, che ancora li preserva, che ancora appartiene loro e solo a loro. Di questa identità, i napoletani saranno anche schiavi e vittime (non è questo il dato in discussione), ma è proprio grazie ad essa che riescono a incarnare un baluardo contro il «genocidio culturale» della «civiltà dei consumi». Questo, grosso modo, diceva Pasolini.

One Response

  1. Diego 25/07/2018

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