di Gianluca Bonazzi
“Pastafrolla – Prove generali di una vita”
È il titolo di uno spettacolo (rientrante nel Progetto Hypno Bureau) che lo scorso 7 dicembre ho ammirato, in prima assoluta, al Teatro Herberia di Rubiera, in provincia di Reggio Emilia. Il testo è di Monia Macchioni, e la prossima rappresentazione è in programma per l’11 gennaio 2014.
Quando l’umanità, 100.000 anni fa, viveva nel seno di Madre Terra, non aveva bisogno di fare prove per vivere, perché, vivendo come animali – umani, semplicemente -, era sempre collegata, connessa, intrecciata con tutto il resto.
Poi iniziò a compiere un lunghissimo viaggio di scoperta, di conoscenza e di invenzione del mondo, a partire dal linguaggio. La ragione cominciò a confrontarsi, tra guerra e pace, con l’istinto, prendendo sempre più spazio. L’animale lasciò posto all’uomo, non all’umanità, perché la sua femmina venne sempre più relegata in un piano subalterno.
Uomini, donne e bambini, sempre più protési a cercare delle pròtesi del loro ascoltare, a creare e immaginare. Si è giunti così all’oggi, a un punto di non ritorno del nostro essere autenticamente umani, e s’impone una nuova e concreta consapevolezza.
Quante prove si fanno oggi nella vita di tutti i giorni, prima di poterlo affermare? Ogni luogo di vita, la casa propria, l’ufficio, il bar, la chiesa, la strada, appare sempre più come il palcoscenico per una rappresentazione, che provoca in noi continue dissociazioni tra il pensiero, la parola e l’azione.
La nostra umanità, l’anima dove risiede il cuore dell’essere ‘bambino’, il senso di verità, resta sullo sfondo, impaurito, pallido, schiacciato.
Questo ‘bambino’, che è in ognuno di noi, lo scorso 7 dicembre si è come illuminato, ritrovando se stesso, l’aura di una vita finalmente piena di senso, anche se solo per qualche ora.
Catarsi! Emancipazione! Liberazione!
Questo spettacolo è un viaggio a ritroso, dal tempo della crisi con infinite domande al tempo dei racconti con infinite meraviglie; quindi si muove come solo sa fare lo stupore, che non dona mai risposte, ma suggerisce il principio che puoi averle dentro di te, se ti ascolti.
È la scatola, anzi, il pentolone magico che ribolle, sul fuoco del camino, delle storie che contiene, delle quali la più famosa è quella di “Raperonzolo”.
La messa in scena intreccia danza, musica, teatro e video, in modo armonico.
È un “vestito” color arcobaleno creato, per stratificazioni continue, da persone che nell’arco di alcuni mesi hanno affinato uno spirito di gruppo, e questo ben si avverte.
Non c’è pedagogia e né intellettualismo; solo la pura offerta di racconti e storie desunti dal tempo della fantasia e della realtà, per provare il brivido antico di incantarsi e, semmai, anche di piangere dall’emozione.
Dal tempo delle immagini che scorrono liquide davanti ai nostri occhi, generando ansie, al tempo della farina che vola libera nell’aria, come accadeva nei mulini una volta, quando i bambini, al seguito del padre che aveva portato frumento, mais e/o castagne da macinare, s’incantavano ad assistere alle varie fasi della lavorazione e ad ascoltare le varie storie che venivano raccontate durante l’attesa.
È da sempre la buona farina che, se ben impastata e fatta ben lievitare, ci può fruttare una vita degna di esser vissuta.
Corpo, cuore e mente sono entrati in relazione empatica con una tela di sensazioni, sapori, storie e suoni, per un viaggio onirico dentro un teatro che si è gradualmente dilatato, per immaginare spazi di libertà per la mente di ogni spettatore, e dove nessun governo può mai entrare a piantare il segno del proprio comando.
Evidentemente, anche lo spirito della farina si è talmente dilatato dentro di me da suggerirmi riflessioni e suggestioni variegate, a distanza di ore.
Ho pensato all’atmosfera che ci doveva essere una volta nelle stalle di sera, soprattutto d’inverno, quando ci si riscaldava il corpo col fiato degli animali e l’anima col “filò”, il teatro di stalla.
La mia scrittura non vuol essere una sterile rievocazione nostalgica, ma il riflettere sul fatto che una volta il mal di vivere era sublimato dall’ascoltare, dal creare e dall’immaginare, più liberamente di oggi.
Il maschilismo che ha impoverito nei secoli, soprattutto con l’avvento dell’industrializzazione di massa, lo sguardo della vita, e il femminismo, nato per reazione al primo, devono lasciare spazio al maschile e al femminile per la tela dell’insieme.
Ogni essere umano è solo, ma se si mette insieme ad altri si trasforma nel tutto.
Pastafrolla, tenera parola tra pensiero e azione, da recuperare nella sua integra bellezza, come altre che, si può proprio dire, hanno cucinato in lungo e in largo la cultura italiana.
E vagando, ondivagando e divagando sul senso magico delle parole, mi viene da fantasticare sulla forza e sulla gentilezza che susciterebbe il racconto se venisse rappresentato in dialetto!



