di Nicola Pucci
Ho voglia di proporvi un percorso a tappe per le strade della città più fascinosa al mondo, Parigi. Le pagine di Postpopuli sono il veicolo essenziale per avviare oggi un cammino che ci porterà a conoscerne la storia, ammirarne i tesori, incontrarne gli artisti più acclamati ma anche quelli meno popolari, scoprirne i luoghi segreti e gli angoli più misteriosi, sorriderne per le curiosità e gli anedotti che ha da raccontare.
Sacco in spalla e taccuino alla mano, pronti? Allons enfant, en marche…
Montmartre, 18°arrondissement. Provo a lavorare di fantasia ed immagino come dovesse presentarsi in tempi trascorsi, diciamo a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del Novecento. Senz’altro rappresentava l’ideale polo attrattivo per lo stile di vita bohemien che ai tempi della Belle Epoque quassù, in zona collinare, la “butte“, radunava artisti randagi e scrittori agli esordi in cerca di fama. Uno tra tutti, il Pablo Picasso del “periodo blu“, che visse quasi da indigente al numero 13 di Place Emile Goudeau, in una vecchia fabbrica di pianoforti trasformata in lavanderia, il Bateau Lavoir, così chiamata perchè pare che ondeggiasse minacciosamente quando le raffiche di vento spazzavano lo sperone di Montmartre. L’aria che si respirava da queste parti stuzzicava il talento, se è vero che Pablo produsse le demoiselles d’avignon, uno dei suoi capolavori più straordinari, tra le pericolanti e poco confortevoli ma economiche pareti dell’appartamento – chiamiamolo così – che diede accoglienza pure a Modigliani, Renoir, Matisse, lo stesso Gauguin, Utrillo, detto “il pittore di Montmartre“.
Fu quartiere popolare, Montmartre. Dimora di sopravvivenza proletaria, sospesa tra miseria appena accettabile ed abisso senza ritorno. Suonerà sconosciuto a molti il nome di Francisque Poulbot, disegnatore originale, padre dei “gosse de Montmartre“, i “Petit Poulbot“, i ragazzini dall’aspetto gioioso e i capelli spettinati. Gli orrori della Prima Guerra Mondiale, di cui la Francia fu triste palcoscenico, stimolò la sua audacia espressiva che denunciò le miserie del conflitto e si adoperò per migliorare la sorte dei bambini nel frattempo divenuti tristi.
Bei tempi, verrebbe da esclamare, ma magari, io sognatore, mi sto sbagliando di grosso. Montmartre, cuore pulsante di una città sempre e comunque ombelico del mondo e all’avanguardia, cessò di mostrarsi così agli occhi del francese di medio cabotaggio quando cedette il passo all’avanzare di quartieri più in voga, Montparnasse tra tutti. Diede i natali al John Wayne transalpino, Jean Gabin, e questo basta e avanza per garantirsi ancora una bella fetta di simpatia, ma è in era recente che Montmartre è tornata ad essere la collina del desiderio. Stavolta della moltitudine di turisti che salgono audaci dall’uscita della Metro in stile art nouveau di Abbesses, opera di Hector Guimard, scalando i gradoni che conducono al monte, oppure inerpicandosi a bordo della funicolare che sale verso il Sacro Cuore.
Prima, però, facciamo la conoscenza di Amélie Poulain, resa celebre per il suo “favoloso mondo“, francesina graziosa e col nasino allinsù – tutto attaccato, perdonatemi, fa più specie -, Audrey Tautou. Cavalchiamo i cavallini colorati della giostra che si trova ai piedi del colle, saliamo a goderci il panorama dall’alto e prendiamoci una cioccolata al Cafè des 2 Moulins.
Eccoci, dunque: Montmartre. Con i suoi caricaturisti squattrinati e le statuine umane che occupano ogni angolo di strada; i piccoli giardini che accolgono taverne invitanti e i chioschi che producono eccellenti crêpes alla nutella; il brulicare delle formiche, pardon dei turisti di massa, per il dedalo chiassoso delle strette viuzze di Place du Tertre, crocevia di ogni moltitudine di gente e dove pare ebbe i natali il termine bistrot… curiosa la storia, nel 1814 un gruppo di cosacchi russi in permanenza a Parigi si fermò in un locale che dava sulla piazza e, ordinato da bere, ingiunse all’oste poco sveglio “bystro!”, datti una mossa!… da quel giorno, e c’è una targa che commemora l’occasione, per tutti bistrot equivale a trattoria.
La maestosa e bianca basilica del Sacro Cuore occupa il campo visivo, e non potrebbe essere altrimenti, ma è la piccola Chiesa di Saint Pierre che merita un cenno per essere la più vecchia della città, in stile romanico con la facciata barocca e consacrata nel 1147 da Papa Eugenio III. La visitiamo in religioso silenzio, così come in religioso silenzio salutiamo le anime dei defunti che riposano al Cimitero poco distante: Stendhal lo scrittore, Degas il pittore, Berlioz il compositore, François Truffaut il regista, il già citato Poulbot, Dalida la cantante, tragicamente suicida.
Il tempo stringe ed è ora di lasciare questo luogo che racchiude storia, tradizione, arte e magia, non prima però di aver segnato sul taccuino l’indirizzo del cabaret di Rue des Saules 22, il Lapin Agile, caso mai volessi un giorno ascoltare chansons françaises. Mi allontano per l’uscita posteriore, Rue Lepic, accompagnato dalle parole di Jacques Brel, icona transalpina, “pour moi, Montmartre, c’est un coin du passé, qui flotte, au coeur de Paris, et où tous les naufragés de l’aventure essaient encore de s’y accrocher“. Passo davanti al Moulin Radet e al Moulin de la Galette che ispirò l’immensa verve impressionistica di Renoir, costeggio il Museo dell’Erotismo ed eccomi all’ultimo baluardo del quartiere che più amo della tentacolare Parigi: il Moulin Rouge. Ma questa è già un’altra storia, avremo modo di riparlarne. Promesso.




Quando si parte? Viene voglia di perdersi per le stradine di Montmartre, angolo speciale della capitale transalpina.