Introduzione e intervista di Giovanni Agnoloni
Per me è un onore e una grande emozione poter intervistare Pietro Orlandi, fratello di Emanuela Orlandi, misteriosamente scomparsa 29 anni fa a Roma, e Fabrizio Peronaci, giornalista di cronaca nera del Corriere della Sera, autori di Mia sorella Emanuela (Edizioni Anordest), un libro che è qualcosa di più di un reportage su criminalità e loschi affari interni e internazionali. Si tratta di una testimonianza drammatica e accorata dello strazio e della grinta rabbiosa di un’intera famiglia, privata di un pezzo fondamentale di sé, di una figlia e di una sorella, apparentemente senza un motivo. Ma si tratta anche di un resoconto dettagliato di tutti i falsi allarmi, le illusioni e le attentissime ricerche e ricostruzioni condotte negli anni non solo dalle autorità, ma anche e soprattutto dagli stessi parenti di Emanuela, in primis da suo fratello Pietro, che qui vediamo praticamente in presa diretta mentre, insieme a Fabrizio Peronaci, ripercorre tutti i momenti di quel doloroso percorso, tuttora in atto.
Dai misteriosi movimenti intorno all’ambiente vaticano nel periodo del e successivo all’attentato a Giovanni Paolo II all’inquietante coinvolgimento della banda della Magliana, dai messaggi dell’anonimo “Americano” a un incontro rivelatore di Pietro Orlandi con Ali Ağca. Questo libro cattura, dilania e spinge dentro un mistero che istintivamente preferiremmo non guardare. Imprescindible leggerlo.
Quest’intervista è un’istantanea di quello che è, ad ora, lo stato d’animo e dei lavori intorno ad uno dei massimi misteri del nostro paese. Con una rivelazione inquietante, nel finale.
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– Mia sorella Emanuela è una cronaca dettagliata e accorata di una vicenda tra le più drammatiche della recente storia italiana. Com’è nato il progetto di questo libro?
Pietro: Per tanti anni ho lottato per avere innanzitutto la verità su quanto accaduto a mia sorella, perché restare nel dubbio, non sapere che fine ha fatto una persona cara, fino a pochi minuti prima presente nella vita della famiglia, è un’esperienza drammatica, incredibile, difficile a dirsi. Speravo nella verità e, ovviamente, anche nella giustizia. Riponevo fiducia nei giudici e nelle istituzioni perché ci aiutassero a scoprire i responsabili. Poi, ad un tratto, ho percepito con chiarezza che, se questa tragica storia non fosse diventata patrimonio di tutti, la verità non sarebbe mai emersa. Ho quindi cominciato a pensare di raccontare la vicenda di Emanuela fin dall’inizio, compresi i passaggi più intricati, e a quel punto, per caso, ho conosciuto Fabrizio, che mi ha proposto il suo progetto di libro. Ci ho pensato un paio di giorni e poi, con passione e speranza, ho accettato.
Fabrizio: Da sempre, nel mio lavoro ormai più che ventennale sulla cronaca nera, sulla tragedia degli uomini, ho sentito forte il bisogno di capire, di andare alle radici dei fatti, di rispondere a quello che ritengo un compito primario del mestiere di giornalista: raccontare ciò che accade nella società, compresi il degrado, la violenza, il malessere delle persone, senza pregiudizi. Perché un Paese senza informazione è un Paese destinato a morire, nel quale non si innesca quel processo virtuoso che è condizione basilare per tentare di risolvere i problemi umani e sociali più urgenti, grazie al circuito di feedback tra mass-media, istituzioni e pubblica opinione. Un Paese con poca informazione vive in un deficit di democrazia. Il caso Orlandi, da questi punti di vista, è altamente significativo: condensa in un’unica storia da un lato la tragedia di una famiglia indifesa e perbene e, dall’altro, le spaventose contraddizioni di un’epoca, quella precedente il crollo del muro di Berlino, nella quale i meccanismi del potere soverchiavano in misura molto maggiore di oggi la vita dei cittadini. Negli anni Ottanta non c’erano i telefonini, non c’era Internet. Le informazioni erano distillate. E il mondo diviso in due blocchi, quello che poi si è palesato nella tragedia della famiglia Orlandi, di fatto comprimeva le coscienze, restringeva i margini di libertà e di pensiero, di iniziativa e di fantasia. Quando, due anni fa, incontrai Pietro a una conferenza stampa sul tema delle persone scomparse, fu dunque per me spontaneo, quasi inevitabile, proporgli di scrivere insieme un libro dedicato alla giustizia e a Emanuela, ovunque lei sia.
– Le indagini sembrano giunte a un momento chiave, con le notizie emerse su possibili collegamenti tra il rapimento di Emanuela Orlandi – e anche quello di Mirella Gregori – e il mondo oscuro della pedofilia legato ad ambienti clericali americani. Qual è il punto della situazione?
Pietro: Non credo che le indagini siano giunte a un momento chiave: nell’ultimo anno c’è stato un risveglio dell’attenzione e una fortissima sensibilizzazione, certo, ma attualmente la Magistratura è ferma. Il prossimo passo è rappresentato dal termine, fissato per settembre, per rendere noti i risultati delle analisi sulle ossa trovate nella basilica di Sant’Apollinare. Io aspetto con ansia, ogni mattina mi sveglio con la speranza che sia arrivato il giorno in cui si chiarirà qualcosa su Emanuela. Ma la mia sensazione, purtroppo, è che manchi la volontà di fare chiarezza da parte sia delle istituzioni italiane che di quelle vaticane.
Fabrizio: Sono d’accordo con Pietro, ma solo in parte. Nell’ultimo anno il caso Orlandi è tornato nell’agenda delle vicende della recente storia italiana che vanno chiarite e, ove possibile, portate a soluzione. La consapevolezza dell’opinione pubblica sulla necessità di liberarsi di questo fantasma del nostro passato, per poter guardare con rinnovata fiducia al futuro di un’Italia senza più trame e depistaggi, rappresenta un passaggio fondamentale. E un risultato, oltretutto, c’è stato. Importante e concretissimo: mai e poi mai la tomba di De Pedis a Sant’Apollinare sarebbe stata aperta e traslata dalla basilica di Sant’Apollinare se Pietro, grazie al libro che abbiamo scritto, non avesse conquistato una voce e l’affetto di decine di migliaia di persone in tutta Italia, anche all’estero. Poi, certo, dal punto di vista strettamente investigativo non si sono ancora registrati sviluppi decisivi. Ma, per restare all’ultima pista emersa, il collegamento certificato da un timbro postale della stazione di Boston tra i rapitori che mandavano messaggi nel 1983 e il giro di pedofilia scoperto in America nel 2002, debbo dire che un fatto mi ha colpito favorevolmente: all’indomani della pubblicazione della mia inchiesta sul “Corriere della sera”, i magistrati titolari dell’inchiesta Orlandi mi hanno ricevuto in Procura e si sono informati con molta attenzione. Mi hanno chiesto di poter visionare la documentazione che avevo raccolta, che io ho messo volentieri a loro disposizione. Gli accertamenti dunque sono in corso, e non escludo che portino a novità importanti: di sicuro ci vuole del tempo. Il caso è intricato, l’intreccio non ha precedenti, credo, in tutto il mondo: le decine di faldoni accumulati in quasi trent’anni di indagini su Emanuela a Piazzale Clodio sono lì a dimostrarlo.
– La storia del rapimento di Emanuela è un po’ l’emblema di tanta parte della recente storia italiana, fitta di misteri in cui la dimensione privata e perfino intima diventano merce di scambio e tasselli incomprensibilmente intrecciati a loschi scenari internazionali. Qual è, a vostro avviso, la ragione ultima di questa inquietante interconnessione, che sembra essere una peculiarità del nostro paese?
Pietro: Questi 29 anni sono stati contraddistinti dall’omertà di chi non vuole che la verità venga a galla. Non conosco i responsabili del rapimento di Emanuela, ma so chi è stato ad occultare per tanti anni la verità sulla sua scomparsa di mia sorella: un sistema, un legame omertoso e massonico tra Stato, Chiesa e criminalità. Può non piacere, ma purtroppo è così: non mi stancherò mai di ripeterlo e non mi rassegnerò all’idea di smettere di chiedere verità e giustizia.
Fabrizio: Lo dicevo prima, il caso Orlandi è lo specchio di un’epoca. Di un’Italia oscura, pregna di trame e scontri tra poteri, di servizi segreti deviati e politici compiacenti, di rapporti opachi con taluni ambienti, finanziari e non, della Santa Sede. Questo è lo scenario nel quale, ripercorrendo giorno per giorno la tragedia, il dolore ma anche la grande speranza e passione civile di una famiglia, Pietro e io abbiamo ricollocato tutti i tasselli dell’enigma. Ora, per lo meno, si sa di più, quasi tutto, su quello che successe. L’opinione pubblica – e in essa ricomprendo naturalmente anche gli investigatori – ha di fronte il quadro completo degli avvenimenti, compresi gli omissis, le omissioni e le omertà. Uno scatto in avanti perché l’inchiesta si avvicini alla verità, in fondo, è più semplice di quanto si possa credere: basterebbe che almeno una delle 30-40 persone ancora viventi a conoscenza di passaggi importanti legati al sequestro si mettesse la mano sulla coscienza e raccontasse ciò che sa, anche in forma anonima, per liberare una famiglia dall’incubo di una vita in attesa.
– Le recentissime fughe di notizie e gli scandali che hanno colpito i vertici della Curia romana si sono accompagnati a una loro sostanziale indifferenza verso la vicenda di Emanuela e della sua famiglia (senza mai dimenticare Mirella Gregori). Perché si è arrivati a questo, e che prospettive di cambiamento ci sono, soprattutto nell’ottica (che condivido) di un credente, come il signor Orlandi si riconosce?
Pietro: Nel Natale ’83 Giovanni Paolo II venne a casa nostra, poi il nulla. Ha permesso all’omertà e al silenzio di calare inesorabilmente su questa vicenda, che doveva essere dimenticata e seppellita. Questa indifferenza da parte di chi sa qualcosa d’importante, forse decisivo, è stata per me una totale mancanza di rispetto per Emanuela e per la sua vita. Una frase dei rapitori che mi colpì è questa: “La parentesi Orlandi è chiusa”. E così è stato; per il Vaticano quella di Emanuela è stata una parentesi.
Fabrizio: Da ateo, ma fortemente dubbioso e profondamente rispettoso di chi crede, nutro grande speranza perché la Chiesa riesca ad esprimere e valorizzare le sue forze migliori, quelle di decine di migliaia di sacerdoti vicini ai problemi e al cuore delle persone.
– La lettura di un reportage come Mia sorella Emanuela arricchisce di una consapevolezza profonda delle dinamiche misteriose del potere. Che lezione ne può trarre un cittadino?
Pietro: La consapevolezza che se sei nel giusto non devi mai arrenderti alle ingiustizie.
Fabrizio: La consapevolezza che non viviamo ognuno nel nucleo ristretto dei propri interessi e dei propri bisogni. Conoscere cosa è accaduto alla famiglia della porta accanto, gli Orlandi, che potrebbe essere anche la tua, significa crescere, emozionarsi, sentirsi parte attiva e integrata della società, e di conseguenza agire. I modi, le manifestazioni possono essere diversi: attraverso la solidarietà, oppure l’impegno a favore della giustizia, o semplicemente riservando un pensiero, nel corso della propria giornata, a chi ha avuto la sventura di finire nella morsa di poteri oscuri e indecifrabili, traendone qualche lezione in termini di sensibilità e di consapevolezza.
– Il messaggio che passa, a vostro avviso, è soprattutto quello della paura o quello del coraggio?
Pietro: Né paura, né coraggio, solo la volontà di arrivare alla verità, perché nessun potere o pseudo-potere potrà frapporsi per sempre tra noi e il nostro obiettivo.
Fabrizio: Il coraggio, non c’è dubbio. Ma non nel senso muscolare del termine: coraggio di conoscere, di non voltare altrove lo sguardo. Coraggio di battersi, ognuno nel proprio ambito, per una società più giusta e solidale. E anche il coraggio di Pietro, lo voglio dire forte, in conclusione, dimostrato nell’esporsi in questa battaglia che lo costringe a vivere con il telefono quasi certamente sotto controllo (lo sento dai frequenti fruscii e dalle cadute di linea mentre parliamo), come se fosse una colpa chiedere verità e giustizia in nome di un sentimento unico e meraviglioso: l’amore per sua sorella. Grazie Pietro, grazie Giovanni.
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Potete iscrivervi al gruppo Facebook petizione.emanuela@libero.it, creato da Pietro Orlandi per promuovere una petizione al Papa per far uscire la verità su Emanuela. Qui, sotto ABOUT, troverete le informazioni su come aderire alla petizione in questione.




Davvero interessante grazie; e un bravo a Giovanni!
Invitiamo ad iscriversi alla petizione
Grazie, Luca, mi raccomando, diffondi, è importante!
Uno dei più grandi misteri della storia italiana… ero bambino quando accadde… arrivare a scoprire la verità sarebbe eccezionale, ma sembra davvero una selva di coinvolgimenti loschi