di Emiliano Morozzi
“Verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che strangolate oggi“: queste furono le ultime parole di August Spies, anarchico statunitense, prima di essere impiccato per la sua presunta responsabilità nella strage di Haymarket Square. Siamo nel 1886 a Chicago, più di un secolo fa, ma alla luce della situazione attuale, sembra di parlare di un evento appartenente alla preistoria, quando molti lavoratori facevano causa comune per rivendicare i propri diritti invece che passare i propri fine settimana nei centri commerciali senza pensare minimamente ai propri colleghi dall’altra parte della barricata.
Uno sciopero immortalato nella celebre opera di Pellizza da Volpedo, “Il Quarto Stato” – www.ravensburger.com
È il Primo maggio quando nella metropoli degli Stati Uniti, i sindacati indicono uno sciopero per rivendicare la giornata lavorativa di otto ore: in quegli anni, i lavoratori erano costretti a esercitare il proprio mestiere per circa 10-12 ore al giorno, sei giorni alla settimana e in condizioni di precaria sicurezza. Un secolo dopo, il mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro, continua ogni giorno a mietere vittime, nonostante i tanti proclami e le tante normative in materia. Ma ritorniamo alla nostra storia: due giorni dopo lo sciopero generale, gli operai, ancora in attesa degli esiti della loro protesta, si radunano davanti alla fabbrica di macchinari agricoli McCormick e vengono attaccati dalla polizia: l’assalto fa due morti e molti feriti.
L’episodio contribuisce a far salire la tensione tra i manifestanti e la polizia e il giorno dopo gli anarchici organizzano un presidio di protesta in Haymarket Square, per chiedere che sia fatta giustizia. Spies arringa la numerosa folla dall’alto di un carro, la polizia, presente anch’essa in forze, sorveglia la manifestazione nelle vicinanze. Il gesto folle di un esagitato o molto più probabilmente un discutibile atteggiamento della polizia, che decide di disperdere la folla riunitasi pacificamente danno il via alla strage: sui poliziotti viene lanciata una bomba carta che ne uccide uno, questi ultimi reagiscono sparando a casaccio. Nel caos che ne segue, undici persone furono uccise, e tra queste ben sette agenti, colpiti dal fuoco amico. Il processo agli anarchici, ritenuti responsabili dell’attentato dinamitardo, porto alla condanna a morte di otto di loro e la sentenza ebbe una tale eco nel mondo che fu deciso di celebrare ogni anno il 1° Maggio (giorno del primo sciopero generale dei lavoratori di Chicago) come festa dei lavoratori.
Facciamo ora un rapido salto nel presente: gli operai di una volta non ci sono più. Quei lavoratori che mettevano le proprie braccia al servizio dell’edilizia, dei cantieri navali, dell’industria pesante, sono progressivamente stati sostituiti dalle macchine o da altri lavoratori, venuti da altri paesi per lavorare nelle stesse condizioni di sfruttamento. Parola che sembrava consegnata alla storia, e che invece è ritornata purtroppo alla luce, in maniera subdola, cambiando pelle. Adesso l’orario di lavoro allungato si chiama straordinario e l’apertura festiva non viene più retribuita come dovrebbe, ma come una giornata ordinaria. Lo sfruttamento adesso si chiama precarietà e flessibilità, in nome della quale molti giovani vengono pagati con salari a dir poco ridicoli, scaricando il costo del lavoro sul lavoratore stesso (che diventa “autonomo” con la mossa delle false partite Iva). Le condizioni di sicurezza in alcuni ambiti lavorativi continuano ad essere precarie, e non è un caso se nel nostro paese si registra almeno un morto sul lavoro al giorno. Ma soprattutto, i cambiamenti nel mercato del lavoro hanno fatto venir meno quella che è sempre stata la forza motrice di ogni rivendicazione sindacale: la solidarietà tra lavoratori.
È per questo che il 1° Maggio è una festa che ogni anno perde sempre più senso: continuiamo a celebrare il mantra della Festa dei Lavoratori, magari ce ne andiamo a fare un giro in centro per negozi e non ci rendiamo neppure conto che altri lavoratori come noi in quel momento quella festa non se la possono godere. Lo stesso accade quando la Domenica ce ne andiamo a far compere nei centri commerciali, dove altri lavoratori la Domenica non possono godersi il meritato riposo. Paga misera, orari di lavoro dilatati, sfruttamento della persona sotto forma di precarietà: è cambiato qualcosa, 126 anni dopo quel 1° Maggio a Chicago?




Quello che manca oggi giorno è quella solidarietà tra lavoratori,
perché quei pochi che hanno la fortuna e il privilegio di avere un lavoro
se ne sbattono alla grande di chi l’ha perso o non riesce a trovarlo.
Finché ognuno continuerà a pensare sempre al suo piccolo “orticello”
in Italia non cabierà mai nulla, è inutile essere uniti solamente per le cazzete
vedi contestazioni vari a fine partita se una squadra rende o meno in campo;
che giochino bene o male i suddetti giocatori a fine mese loro riscuotono uno stipendio a molteplici zeri lo stesso, a noi in tasca non ne viene nulla, solamente è chiaro, in caso di vittoria la felicità di tornare a casa contenti per il risultato.