PROGETTO TAV: LE RAGIONI DEL NO ALLA TORINO-LIONE IN VAL DI SUSA

di Francesco Gori

Giorni di fuoco in Val di Susa, dove si registrano continui scontri tra i No TAV e le forze dell’ordine, costrette a garantire il corretto proseguimento dei lavori. Bilancio tutt’altro che positivo tra incendi, aggressioni, blocchi autostradali e incidenti, come quello capitato ad uno dei leader contro il progetto TAV, Luca Abbà, salito su un traliccio della luce per sfuggire alla polizia e costretto a lottare con la morte dopo da una scarica elettrica.

Manifestanti No TAV (flickr)

Quella della Torino-Lione è una questione delicata che crea tensioni che ciclicamente si ripetono, se si pensa che la storia delle proteste comincia nel lontano 1996 – passando anche da eventi di portata mondiale come le Olimpiadi Invernali di Torino 2006 – e ancora oggi non trova pace.

Quello che confermano i fatti recenti è quanto l’umana condizione non sia equilibrata, soprattutto nei momenti “caldi”: non hanno ragione gli attivisti estremi con i loro metodi violenti, non hanno ragione i politici con la loro volontà di imporre con la forza. Chi ha ragione è la popolazione valsusina che, in un paese democratico, dovrebbe essere messa in condizione di decidere su un tema tanto scottante quanto decisivo per le sorti della propria vita. Chi abita queste zone non le vuol vedere deturpate, non vuol vedersi mutilate valli e case. Diamogli modo di parlare, di esercitare una preferenza, perché tappare la bocca è un metodo anti-democratico. La gente vuol far sentire la propria voce, è stanca di quelli che considera abusi di potere.

Non hanno ragione i poli estremi, e nemmeno i mass-media, che distorcono per natura gli eventi per suscitare scalpore, creare schieramenti, strumentalizzare, associare la politica alle questioni di vita o di morte. Perché di questo si tratta per i valsusini. Telegiornali come Studio Aperto sono maestri nel creare i buoni e i cattivi, ma si tratta sempre di punti di vista, non di verità assolute. Spesso il buono può essere il cattivo e viceversa. Che nel movimento No TAV ci siano percentuali di anarchici pare evidente, ma non centrale riguardo al problema. Anche allo stadio ci sono gruppi denominati “ultras”, più accesi dei comuni tifosi: questo non vuol dire che tutti siano “ultras”. Tra i manifestanti, la maggior parte non sono come l’autore della provocazione “Ehi, pecorella, sei venuto a sparare?” al carabiniere. Invece è questo il messaggio che si vuol far passare.

L’errore della politica è da sempre quello di creare schieramenti, invece di uno spazio più esteso dove dialogare e ascoltare, in questo caso, perché i valsusini non vogliono la TAV. Chi meglio di loro può dircelo? Chi meglio del padrone può parlare di casa sua? Mettiamoci nei panni dell’altro: cosa faremmo noi se ci venissero a fare lavori che non vogliamo in casa nostra? Apriremmo volentieri la porta?

Le ragioni del NO sono raccolte in un documento e sono 150. Tra queste l’elevato costo dell’opera, l’inquinamento, un traffico non giustificato sulla tratta, l’esempio negativo del Mugello, il rischio amianto, il possibile dissesto ambientale e idrogeologico. Chi è pro, vede il progetto come apertura all’Europa, generatore di ricchezza, riduzione dei tempi di percorso, aumento del trasporto merci su ferrovia a scapito di quello su strada.

Proviamo a vedere il problema TAV come frutto di un legame forte per la terra. Senza che prenda le consuete connotazioni politiche. Rispettiamo le richieste di chi in quel territorio ci vive. L’imposizione con la forza non funziona, inasprisce i toni e provoca vittime. Apriamoci al dialogo tra le parti, senza violenza. Perché questo è l’unico dato certo: violenza genera violenza, in un’escalation che non porta mai niente di buono. Gandhi ce lo ha insegnato.

5 Comments

  1. Marco Grassano 01/03/2012
    • Francesco 01/03/2012
  2. Emiliano 01/03/2012
  3. Marco Grassano 04/03/2012
  4. Giovanni Agnoloni 04/03/2012

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