PROVENZA E LAVANDA. E RIFUGIATI RESPINTI

di Giorgio Galli

“Provenza e lavanda. E rifugiati respinti”

Prima che fiorisca la lavanda, la protagonista del posto è la ginestra. Zampilla altissima sui cigli delle autostrade e delle statali, scoppietta come un fuoco d’artificio. È un mazzo di stelle alto come un albero. Il fiore del vulcano, il fiore della compassione balza dai sentieri provenzali come un bambino burlone che ti fa cucù: ma tu non ci fai caso, cerchi la lavanda.

Paul Cézanne, "L'Estaque", 1882-1885

Paul Cézanne, “L’Estaque”, 1882-1885 (da Wikipedia)

Eppure, se aprissi gli occhi, l’assenza della lavanda t’insegnerebbe qualcosa di queste città. La lavanda è come fumo negli occhi. Un fumo colorato, ma fumo. Copre quello che manca. Copre i negozi chiusi, i ristoranti indicati ma che non ci sono più, i supermercati mezzi vuoti o stipati di merce finta-italiana, e la difficoltà di trovare una farmacia. Copre L’Estaque, che non c’è più. Dov’è finita L’Estaque? L’ho vista nei quadri di Cezanne.

Nel 1876 Cézanne scriveva: «Il paese dove mi trovo […] assomiglia a una carta da gioco. Tetti rossi sul mare blu […]. Il sole, qui, risplende così intensamente che ho la sensazione che il contorno degli oggetti non assuma la classica colorazione in bianco in nero ma che sia blu, rosso, bruno e viola». Noi questa carta da gioco non l’abbiamo trovata. Al suo posto abbiamo trovato una periferia che rammenta più Izzo che Cézanne. La decadenza è la patria dei populismi, e non sorprende che la Provenza sia un feudo di Le Pen.

Negli stessi giorni in cui attraversiamo la Provenza, io, mia moglie e due amiche in macchina, facendo a gara a chi vede per primo la lavanda; nei giorni in cui Nîmes ci accoglie con un acquazzone che non si vede un tubo e dobbiamo tornare indietro senza aver visto Nîmes; mentre cerchiamo di orientarci fra la pioggia come in una foresta di mangrovie e il tergicristallo, benché lavori frenetico, riesce a mostrarci solo il rosso dei semafori, il nero dell’ardesia e il bianco delle strade spezzati da righe di pioggia; in quegli stessi giorni c’è Ventimiglia.

Sì, era inizio giugno, eravamo in Provenza e cercavamo la lavanda e ci facevamo largo fra temporali improvvisi, e il nostro problema era di non aver visto Nîmes per via della pioggia. E nel frattempo io non lo sapevo, ma c’erano persone bloccate sugli scogli, che in Francia non potevano entrare. E che sarebbero rimaste a lungo sugli scogli. Quante persone erano? Non importa. Anche uno è già troppo. Invece noi ci chiediamo: quanti sono?, di dove sono? Come se avesse importanza. Non ci chiediamo chi sono, che storia hanno, le case che hanno perso, i familiari che hanno perso, le città che hanno visto morire. Povera gente bloccata a Ventimiglia perché la Francia non li vuole. Il Paese che ha insegnato al mondo la cittadinanza non vuole questi cittadini del mondo. E perché non li vuole? Perché, con l’incalzare della crisi, incalzano anche i populismi, e il presidente Hollande non ha il carisma per contenerli. E allora deve stare al loro gioco. E la Francia i poveri cristi non li vuole. Ed io, che mi trovo in Francia, di tutto questo non so nemmeno niente.

Trascorriamo le sere sulla verandina del nostro appartamento, a Mouriès. Anna fuma le sue sigarette, io il mio sigaro. Patrizia tiene banco colla sua voce scattante. Mia moglie va a letto per prima perché non sopporta né il sigaro né le sigarette. Siamo stanchi di una lunga camminata ad Arles, del viaggio in macchina in mezzo a un grano che è proprio il grano di Van Gogh.

Quando il turismo non li ha snaturati, i paesi della Provenza sembrano fatti con pietre di sole. Sorgono dalle rocce come pietre sulle altre pietre. Però la lavanda non si vede. Non è fiorita ancora. Questi posti, senza la lavanda, è come guardarli nudi. Un caffettiere ci ha detto che in Italia s’è stupito che molta gente abbia i busti di Mussolini. “Sì”, ho risposto io, “Soprattutto a lavoro, fa chic per un dirigente avere un busto di Mussolini sulla scrivania”. Il caffettiere sgrana gli occhi. “Io non lo capisco”, dice. “Però anche qui molta gente va dietro a Le Pen, e io non capisco neanche loro. Certo, la differenza è che Le Pen non ha ucciso nessuno. Almeno non personalmente”.

Provenza lavanda 2Non personalmente. Ma con una risoluzione, una legge, una frase pronunciata in pubblico si decide la vita di molti. Quali parole hanno causato Ventimiglia?
Li abbiamo visti coi loro figli, coi loro gatti portati sulle barche come membri delle loro famiglie. Non abbiamo visto come muoiono: ci hanno solo ripetuto quanti muoiono. Eppure, malgrado ce lo ripetano ogni giorno, quel numero non è mai esatto, il conto vero delle vittime l’abbiamo perso. Ma perché non ci contiamo piuttosto noi? Tutto il resto del pianeta, quanti siamo? Racconta Shady Hamadi ne La felicità araba che un giorno ha chiesto a un siriano: “Ma dov’è Dio in tutto questo?” E il siriano ha risposto: “Perché chiedi dov’è Dio? Chiedi piuttosto dove sono tutti gli abitanti di questo pianeta”.

Il siriano ha ragione. Dove siamo? Abbiamo discusso di aiuti, interventi militari, soluzioni diplomatiche, e poi? Poi Ventimiglia. E dopo Ventimiglia la stazione di Budapest, e i muri alzati e i fili spinati, e dopo ancora i camion che viaggiano per l’Austria con a bordo cadaveri. Sì, la parola uccide più della spada. Soprattutto la parola vana. Li chiamavamo prima immigrati clandestini. Oggi siamo diventati più gentili, e diciamo migranti. Ma sono rifugiati. Persone che scappano da situazioni insostenibili, e che non possono tornare indietro perché rischiano la tortura, le bombe, la morte. Non chiamateli migranti. Quella parola uccide. Non si rischia la vita in mezzo al mare se la vita non è diventata insopportabile. Non si mandano i bambini sui barconi nella inane speranza che trovino una vita decente in un’Europa che li accoglie coi fili spinati, i centri di detenzione e gli scogli. Ci siamo gargarizzati le bocche su di loro, ne abbiamo parlato a sfare, tra chi dice “Aiutarli a casa loro”, chi dice “L’Europa deve fare di più”, chi dice “Non fate la guerra” e non s’accorge che la guerra c’è già. Sì, la parola uccide più della spada. E le chiacchiere uccidono ripetutamente, infinitamente, per sempre.

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