QUANDO LA SELEZIONE DEI CANDIDATI È DISTORTA: RENZO BOSSI & CO.

di Alberto Giusti

Renzo Bossi (metilparaben.blogspot)

La faccia di Renzo Bossi, in questi giorni, campeggia sulle pagine di tutti i giornali. In qualche modo, il figlio del Senatùr è diventato il simbolo di molti difetti del nostro paese: il familismo, la mancanza di meritocrazia, la politica fatta per soldi piuttosto che per passione, la carriera facile di alcuni in barba alle aspirazioni di molti. Un link, sui social network, più triste e serio di tanti altri, lo evidenzia nel modo migliore: “Renzo Bossi guadagna quanto 13 ricercatori. L’Italia ha scelto da che parte stare”.  Dobbiamo oggi parlarne al passato, viste le sue recenti dimissioni da consigliere regionale della Lombardia, ma una cosa è certa: quando Umberto Bossi, dal palco di Bergamo, ha confessato di aver sbagliato a candidare il figlio, siamo stati tutti d’accordo con lui. Non per gli stessi motivi lì denunciati forse: non perché ci sono i giornali di regime, non perchè la magistratura e i servizi segreti sono contro la Lega, ma perché nessuno di noi si sarebbe mai sognato di candidare nel Consiglio regionale forse più importante d’Italia, quello lombardo che legifera su quasi 10 milioni di persone e su di un’economia paragonabile a un piccolo stato europeo, un ragazzo di poco più di 20 anni che è riuscito a bocciare 3 volte l’esame di maturità e a passare solo al quarto tentativo.

Parliamoci chiaro: per fare politica in un’istituzione non basta essere militanti attivi e passionari. Si devono avere delle competenze, pur minime, pur settoriali, che consentano al politico di svolgere un ruolo attivo nell’organo in cui si trova e ai cittadini di trarre beneficio dalla sua elezione. Non è così certo da oggi, ma da sempre. Se possibile, oggi questa regola vale ancora di più, vista la specializzazione tecnica che molti settori di competenza pubblica richiedono.

Esiste, non solo a livello regionale, un problema forte di selezione dei candidati alle cariche pubbliche.

Ce n’eravamo accorti da anni, con le interviste delle Iene che sbeffeggiavano l’ignoranza di tanti parlamentari e con le dichiarazioni strampalate rilasciate ogni tanto da personaggi al limite del comico. Con l’arrivo del governo tecnico, la mancanza di competenze è diventata limpida con la fine delle risse nei talk show, visto che passando dalle parole ai fatti poco rimaneva di cui discutere.

Per quale motivo soffriamo di questa povertà intellettuale nei nostri organi rappresentativi? Legge elettorale e partiti, in questo delitto, sono complici. La prima, in particolare dal 2005 col Porcellum, ha dato la possibilità di fare liste di candidati in completa autonomia, senza che i cittadini abbiano la minima possibilità di scelta o selezione, ma questo è un tema ampiamente dibattuto per cui non mi ci soffermerò. La palla passa piuttosto ai partiti, che hanno il potere più completo di decidere chi andrà in parlamento e chi no. Dunque, compilando le liste, si possono seguire diversi criteri. Dando per scontato che in cima ci siano i massimi dirigenti nazionali, per gli altri candidati si devono comporre tre o quattro esigenze: la rappresentanza territoriale; la competenza in questioni di pubblico interesse; l’ascesa di candidati vicini alla testa del partito; la quantità di voti che il candidato può portare, il suo “pacchetto”. Quest’ultima variabile ha contato molto nel 2006, quando per raggiungere il massimo numero di elettori possibili, le due coalizioni si allargarono a dismisura comprendendo le liste più assurde, pur di raccattare consenso a destra e manca. Nel 2008, con la decisione di Veltroni di correre da solo, poi rivista, tutta questa gente ha dovuto cambiare strategia: invece che liste proprie, qualcuno ha cercato di saltare nei partiti con maggiori sicurezze di ingresso in parlamento. La responsabilità rimane, in ogni caso, delle segreterie dei partiti, che hanno deciso di candidare o meno personaggi con più voti che competenze. Non dico certo che questa sia una colpa: senza voti i partiti non campano, ma l’equilibrio fra le esigenze suddette si è rotto.

E a livello locale, l’esigenza che ha contato troppo con Renzo Bossi è stata quella di far eleggere personalità strettamente vicine alla testa del partito. È sempre utile avere dei fedelissimi nei posti chiave, ma forse andrebbero accertate le loro reali aspirazioni. Chi non ricorda Domenico Scilipoti? Uno che ha passato 10 anni nell’Italia dei Valori, chi si aspetterebbe mai che possa passare al nemico giurato?

Insomma, viene spontaneo dire che, per recuperare l’equilibrio perduto, una parte della selezione deve tornare nelle mani dei cittadini; ma non basta. I partiti per primi devono scandagliare in profondità le loro membership, e prendere decisioni dure, magari anche lesive a breve termine, ma necessarie. Nessuno escluso: tutti devono affrontare il problema, a destra e a sinistra. Calearo per il Pd, Scilipoti per l’Idv, Renzo Bossi per la Lega, per non parlare del Pdl che è un grumo di pezzi della prima repubblica e uomini d’affari,  stanno lì a dimostrare un passaggio mancato nella selezione dei candidati. Un passaggio da recuperare al più presto, perché dai nostri rappresentanti dipende il funzionamento delle nostre istituzioni, e da esse dipende lo sviluppo del paese.

3 Comments

  1. Emiliano 13/04/2012
  2. alberto 13/04/2012
    • Emiliano 13/04/2012

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