di Francesco Gori
Vedere Reality di Matteo Garrone, film vincitore del Gran premio della giuria al Festival di Cannes, significa rendersi conto del bisogno di apparire, presente in ognuno di noi, che sia seme consapevole o non. Tutti, chi più chi meno, desideriamo una certa visibilità, il successo, il riconoscimento altrui, elementi che più di altri, più della considerazione di un vecchio amico, fanno accrescere l’autostima. Perché danno – apparentemente – senso alla propria vita. E quale il simbolo per eccellenza dell’apparire, se non il Grande Fratello?
È sul programma cult degli ultimi dieci anni e i deliri di onnipotenza che crea, che si basa l’ultima fatica del regista di Gomorra. Protagonista è Luciano Ciotola, un umile pescivendolo napoletano che, oltre alla vendita di polpi e cozze, si arrangia con piccole truffe di robot da cucina. È un uomo equilibrato, con moglie, figli, e parenti che chiudono il cerchio della rete patriarcale. La sua vita cambia nel momento in cui decide di fare un provino per il Grande Fratello, spinto dalla famiglia. Grazie alla conoscenza di un concorrente – Enzo – avvenuta qualche tempo prima in occasione di un matrimonio, ottiene la chiamata a Roma. Esce dal secondo colloquio a Cinecittà convinto di esser stato preso. Da questo momento le telecamere del circuito interno della sua mente lo spieranno. E Luciano organizza la sua esistenza e quella della sua famiglia in base al suo futuro da concorrente.
E qui sta la genialità della pellicola di Garrone: sarebbe stato scontato raccontare la storia di un comune mortale che, vinto il reality, cambia vita e perde la testa. Qui il gioco è più sottile: niente accade nella realtà, se non nella mente deformata dell’aspirante Big Brother. Il dittatore interiore – in stile 1984 di Orwell – prende possesso di lui: ogni persona con cui interagirà ed ogni azione saranno adesso opera dei selezionatori del programma, che lo stanno controllando. Questa la certezza del pescivendolo, che capovolge in un attimo la sua vita. Straordinario il protagonista interpretato da Aniello Arena, l’attore-detenuto, ergastolano confinato nel carcere di Volterra. Se in Truman Show, Jim Carrey veniva spiato a sua insaputa, qui la situazione è rovesciata da un intelletto imbevuto del sogno del “paese dei balocchi”, come il Pinocchio al quale Garrone stesso dice di essersi ispirato.
Il cineasta aveva già mostrato il suo talento in Gomorra, traducendo in immagini le parole di Saviano. Con Reality lo conferma, confezionando un’opera che è lo specchio dei nostri tempi. Un’epoca dove non si riflette più, dove la lobotomizzazione televisiva da reality si è impossessata della nostra capacità di pensare. Quello del regista romano è un messaggio di attenzione: la popolarità – vera o presunta – può farci cascare nei tranelli della mente, sempre pronta a percepire la realtà in modo distorto. L’ossessione è sempre dietro l’angolo. Maggiormente in chi – come in Ciotola – proviene da un substrato della società (in questo caso di un quartiere povero di Napoli, a Garrone ormai familiare) e si trova o troverebbe ad affrontare un salto che prevede per forza di cose danni ingenti.
L’ego dell’essere umano, del resto, è ben stratificato. Chissà, forse le immagini spesso in primo piano, con i personaggi secondari sfocati, vogliono sottolineare proprio “l’Io, Io, Io…” che è quello che realmente conta per il personaggio uomo. Disposto a tutto pur di avere riconoscimenti sociali.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.


