di Matteo Boldrini
La vittoria di Matteo Renzi alle scorse primarie del Partito Democratico ha senza dubbio posto un’accelerazione al dibattito pubblico in materia di riforme. In seguito all’invito alle principali forze politiche di opposizione, in primis Grillo ma anche Berlusconi, a collaborare alla riforma della nostra architettura istituzionale, Renzi ha subito lanciato sul piatto la sua proposta che prevede oltre ad una nuova legge elettorale anche la riforma del Senato.
La proposta sul Senato è ormai classica e non merita di perderci molto tempo, su di essa vedremo quanto le forze “rivoluzionarie” presenti in parlamento saranno disposte a cambiare, o quanto invece si arroccheranno nella difesa delle disfunzionalità storiche del nostro Paese.
Molto più interessante è invece la proposta che riguarda la riforma della legge elettorale, essendo in realtà non una ma ben tre proposte distinte su cui il sindaco di Firenze, anche con una certa dose di ottima tattica politica, si è detto disponibile a parlare con le altre forze politiche. Le tre proposte sono tutte ovviamente orientate alla governabilità e alla disproporzionalità, sebbene con gradi diversi, e in qualche modo rappresentano, e questa è una delle cose più positive, anche un messaggio alla Corte Costituzionale in quanto tutte e tre presentano con gradi diversi un premio di maggioranza. I tre modelli proposti che ora vedremo più da vicino, sono un modello “spagnolo” corretto, un Mattarellum modificato e l’ormai storica legge elettorale usata per i sindaci.
Vediamo il modello spagnolo. Esso si basa fondamentalmente su un alto numero di circoscrizioni (118) che eleggono da 4 a 5 deputati e con premio alla prima lista o alla prima coalizione pari a 92 seggi. Si tratta di una legge fortemente maggioritaria in quanto il basso numero di seggi e il riparto circoscrizionale garantisce soglie di sbarramento implicite ben più alte della soglia legale prevista. In tutte le circoscrizioni i seggi verrebbero conquistati da uno dei partiti maggiori con una sotto-rappresentazione dei partiti minori e anche delle terze forze, il che, unito al premio dovrebbe garantire la governabilità. Sulla carta è senza dubbio una legge valida, come del resto sono la maggior parte delle proposte basate sul modello spagnolo, tuttavia solleva dei dubbi sul fatto che possa o meno funzionare in un contesto come quello italiano principalmente per due motivi. Prima di tutto vi è l’assenza di grandi forze politiche capaci di conquistare grandi consensi che limiterebbe la distorsività ad un seggio in più rispetto agli altri in ogni circoscrizione. Poi vi è il problema delle maggioranze variabili nelle singole circoscrizioni, in quanto il radicamento territoriale di una forza, come ad esempio il M5S in Sicilia renderebbe vana la penalizzazione che esso potrebbe avere a livello nazionale.
Il secondo modello considerato è quello di un Mattarellum dove la parte proporzionale verrebbe sostituita nuovamente da un premio di maggioranza in seggi alla prima lista o alla prima coalizione e un di 10% di seggi di proporzionale puro da distribuire tra le liste rimaste fuori dai collegi uninominali. Anche questo sistema appare molto valido anche se certo non immune a critiche. Il sistema si presenta come fortemente penalizzante verso le forze minori che non avrebbero possibilità di vincere alcun collegio, o che non potrebbero coalizzarsi e spartirsi i collegi sicuri con gli altri partner di coalizione, anche se i 63 seggi assegnati con il proporzionale puro andrebbero a compensare parzialmente in questo senso. Il difetto più grande è che, in presenza di collegi uninominali e premio di maggioranza alla lista più votata, può verificarsi l’eventualità in cui la lista con più voti sia quella con meno seggi vinti nei collegi con la conseguenza che il premio verrebbe ad essere assegnato al secondo arrivato nei collegi, vanificando in parte la ratio stessa del premio e ipoteticamente annullandolo. Infine vi è il rischio, inevitabile in certa misura in tutti i sistemi a premio, della formazione di coalizioni estremamente ampie e frammentate con conseguente frammentazione della compagine governativa.
Infine vi è l’ultimo, il preferito di Renzi e quello da lui più a lungo difeso, il sistema elettorale applicato per i comuni sopra i 15000 abitanti. In sostanza si tratta di un sistema a premio di maggioranza ma vi è inserita una soglia al 50% per la sua assegnazione, in caso nessuna forza politica raggiunga questa cifra si procede ad un ballottaggio tra le due prime liste o coalizioni. I pregi di questo sistema sono molti. Prima di tutto vi è la certezza della formazione di un governo in quanto la maggioranza verrebbe assicurata dal premio, mentre la presenza di una soglia al 50% e di un secondo turno (praticamente obbligatorio) dovrebbero essere a sufficienza per calmare le pretese della Corte Costituzionale. Certo bisogna davvero vedere se un secondo turno tra le due principali forze sia legittimante dell’assegnazione di un premio al 55% ad una forza che ha preso solo il 25/30% ma tutto sommato presenta meno difetti rispetto agli altri sistema. Tuttavia non bisogna credere che questo sistema garantirà la stabilità di governo che ha garantito agli enti locali, in quanto essa è assicurata non tanto dalla legge elettorale quanto dall’elezione diretta del sindaco e dalla previsione che in caso di dimissioni del sindaco sia sciolto anche il consiglio, clausole che a Costituzione vigente non possono essere inserite.
Concludendo, vedremo quale sarà la risposta delle altre forze politiche, certi che non vi sarà mai un sistema perfetto e che qualunque riforma si porterà dietro enormi polemiche.



