di Giovanni Agnoloni
Quando ero ragazzo c’era qualcosa di speciale, nelle notti di Coppa. Il calcio sapeva ancora essere poesia. Io lo scoprii nel 1986, quando seguii il mio primo campionato italiano, suggellato dal Campionato del Mondo del Messico, vinto dall’Argentina. Lo scudetto quell’anno lo vinse la Juventus, superando alla penultima giornata la Roma, rimasta al vertice fino alla clamorosa sconfitta interna per 3-2 contro un Lecce già retrocesso.
Però la prima partita in assoluto che ricordo di aver visto in TV fu la finale di ritorno di Coppa Italia del 1985, Sampdoria-Milan, con la prima vittoria dei blucerchiati nel torneo. Da allora scattò in me un’alchimia. Il fascino di quelle strisce e di quei cerchi sulle maglie dei giocatori e l’eco di nomi come Virdis, Souness, Hateley e Scanziani mi fecero desiderare intensamente il calcio. Il mio era un amore disinteressato, una sorta d’incantesimo, che non in teoria non avrebbe neppure richiesto una “squadra del cuore”. Eppure ero, e sono rimasto, un tifoso della Fiorentina, squadra che non ho mai smesso di seguire, neanche quando è fallita ed finita in Serie C2. Ma in Europa la Fiorentina ci andava poco. E le coppe europee avevano un fascino speciale. Così mi appassionavo anche alle “altre”.
Nel 1986 la Sampdoria esordì in Coppa delle Coppe contro i greci del Larissa. Agli ottavi di Coppa dei Campioni, invece, ci fu il derby tra il Verona neo-campione d’Italia e la Juventus, detentrice del titolo vinto nella tragica partita dell’Heysel contro il Liverpool. Si sarebbero qualificati i bianconeri, tra le polemiche per un rigore dubbio concesso loro.
A quel tempo, in quella che poi sarebbe diventata la Champions League, andavano solo le vincitrici dei campionati nazionali, oltre ai campioni d’Europa in carica. Le classificate ai posti d’onore andavano invece in Coppa UEFA, l’Europa League di oggi, ormai ridotta a una competizione minore. Ma allora era mitica. C’erano sfide come la semifinale del 1986 Inter-Real Madrid, che vide i nerazzurri imporsi in casa per 3-1 e poi perdere a Madrid per 5-1, dopo i tempi supplementari, con le magie del messicano Hugo Sánchez per le “Merengues”.
E poi venne il turno della Fiorentina, nella stagione 1989-’90. La squadra, allenata dal compianto Bruno Giorgi, in campionato lottava per non retrocedere, ma in UEFA fece prodezze, trainata da campioni come Roberto Baggio e Carlos Dunga e, non meno, da giocatori “operai” come Alberto Di Chiara e Renato Buso. Insieme, riuscirono a mettere in fila una serie di qualificazioni storiche, eliminando nell’ordine Atletico Madrid, Sochaux, Dinamo Kiev (nel gelo ucraino e col brivido di un gol annullato ai padroni di casa grazie a un’intempestiva uscita del portiere Landucci, che mise in fuorigioco un loro uomo); quindi Auxerre e Werder Brema (contro i tedeschi, memorabile la corsa palleggiando sulla testa di Marco Nappi).
Si arrivò così alla finale. Allora ero in terza media, e ogni match lo attendevo con emozione, come un piccolo passo avanti nella vita, che a quell’età, come si sa, si vive più di riflesso che di persona. Con gli amici si pregustavano le sfide, alimentandole nelle partite a Subbuteo, nei mini-tornei nel giardino della scuola dietro casa e chissà, magari pure nei sogni.
Forse quella partita andò male perché non mi ero preparato come sempre. Eravamo in gita con la scuola a Sorrento, e quando, nella finale di andata a Torino (con la squadra viola ormai affidata a “Ciccio” Graziani, dopo l’esonero di Giorgi), gli eterni rivali della Juve passarono in vantaggio con un gol di Galia, ero ancora nella sala da pranzo dell’albergo. Buso pareggiò subito dopo, ma poi Casiraghi – con l’aiuto di una spinta – e De Agostini chiusero il conto. Finì 3-1 per loro, e la gara di ritorno, giocata in campo neutro ad Avellino e finita 0-0, ci avrebbe consegnato alla storia come i veri eroi di quell’edizione. E gli eroi, nello sport, spesso sono i perdenti.




ciao Giovanni,
ho letto con piacere i tuoi ricordi delle Coppe Europee; è bello sapere che tu eri in 3 media ed io…in campo, ai bordi, quella fredda notte di Kiev ( 10 o 15° sotto zero) che, trascinati da un incontenibile Baggio, sfiorammo il successo; altri tempi, con i giocatori c’era un rapporto stretto, ricordo che la mattina prima della gara ci ritrovammo tutti insieme a far spese (ninnoli vari e piccolo antiquariato) in un mercatino di Kiev, dopo aver visitato chiese e luoghi storici: e in volo, sullo stesso aereo della squadra…a Sochaux poi si evitò il peggio grazie all’intervento di Antognoni che andò a parlare con i nostri tifosi lasciati fuori dallo Stadio, solo il suo carisma salvò la partita; prima della gara contro l’Auxerre, ricordo il compianto Giorgi, ormai sul punto dell’esonero, solo soletto in un angolo dell’albergo, mentre la squadra ormai era in autogestione; no, dopo il furto di Torino, con un Casiraghi che aveva massacrato Pin ( il quale ci mostrò le ferite al torace), la finale di Avellino sembrava segnata; ma meritavamo noi quella Coppa!
Grazie, Marcello, la tua testimonianza è autorevole e preziosa!
Quella coppa fu moralmente nostra, è vero, perché le vere imprese le facemmo noi, in quell’edizione della UEFA. Un caro saluto!
La sfida di Uefa nel 1989 fu epica e la Fiorentina della classe di Baggio meritava nettamente. A quell’epoca le notti di Coppa avevano un sapore davvero speciale
Ti dirò di più…il mio primo ricordo di Coppe Europee risale al 1975: mio padre mi portò a Torino a vedere Juventus-Borussia Monchengladbach, ritorno di Coppa dei Campioni…finì 2-2 ed io bambino ero felicissmo, il calcio rappresentava all’epoca qualcosa di speciale, un evento raro. Bettega contro Simonsen, duello tra grandi giocatori…
Concordo in pieno sia con Francesco sia con Nicola. Era un altro calcio, che sapeva meno di moine e atteggiamenti, di fichettume e di ostentazione. Era più epico, e sapeva emozionare.
Quel calcio sta a quello di oggi come la vittoria nei Mondiali dell’82 sta a quella nella Coppa del Mondo del 2006.