di Simone Provenzano
Ormai è qualche mese che mi diverto e diletto a scrivere un post alla settimana per questo bel blog.
Mi rendo conto di quanto piacere mi prendo dall’esternazione dei miei pensieri e delle mie emozioni su queste pagine. Un piacere intenso, legato alla soddisfazione che si può provare solo quando si riesce a tirar fuori qualcosa che normalmente teniamo dentro.
Scrivo perché lo scrivere mi dà il più grande piacere artistico possibile, diceva il buon vecchio Oscar Wilde!
Un piacere artistico, un piacere legato all’espressione di un pezzo di noi.
Badate bene, non sto parlando di fare arte, ma di piacere artistico. Di quel piacere che si ottiene e si gode nel momento in cui si vede compiuto, concluso, qualcosa che prima non c’era.
Il grande Michelangelo soleva dire che altro non faceva che togliere il marmo in eccesso dalla statua già contenuta all’interno del blocco grezzo.
La vedo e la sento in modo molto simile: il mio post settimanale è già ben definito dentro quel blocco grezzo che è la mia mente e anch’io, come Michelangelo e come ognuno di voi nell’atto creativo, non faccio altro che rimuovere il superfluo, concentrandomi sul capire quale sia la forma che sto tentando di liberare, e che tanto bene si è celata fino a quel momento.
È ciò che adoro della condivisione e dell’atto creativo più in generale.
Ma parliamo di condivisione e comunicazione, per la creatività e l’arte ci sarà tempo e spazio in futuro (anche perché per trattare l’argomento, ne serve veramente tanto di tempo e spazio!)
Nel tentativo di condividere con più persone quelli che sono i miei convincimenti, per prima cosa devo cercare di capire bene quali essi siano. Per comunicare al mondo esterno, in qualsiasi forma, ciò che ho dentro, per prima cosa dovrò fermarmi a osservare quel grosso pezzo grezzo che mi si para davanti.
Che grande fortuna! Dovermi fermare a osservare. Ascoltare i miei pensieri, le mie emozioni, prenderne consapevolezza. Scegliere cosa è importante comunicare, e cosa invece no.
Corriamo come matti, ogni giorno! Rincorriamo il sabato e la domenica come un traguardo, come la salvezza. Poi spesso continuiamo a correre anche nel week-end, ci infiliamo in code chilometriche o addirittura continuiamo a lavorare. Senza sosta, senza un momento per osservare il panorama.
Io, grazie a questi post, sono obbligato a fermarmi e osservare il panorama, quello interiore; quello ti premette di vedere gli abissi e le vette che abbiamo dentro e anche quegli enormi blocchi grezzi di marmo, ce ne saranno milioni dentro di noi!
Andrea De Carlo ci dice che scrivere è un po’ come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro…
Scrivere come panacea contro tutti i mali. No, per carità!
Ma come esercizio spirituale sì! Come gesto d’affetto, carezza alla propria mente, onanismo dell’anima.
Sono sicuro che metà di quelli che stanno leggendo ciò che scrivo qui già tengono un diario, scrivono i propri pensieri o s’improvvisano romanzieri o saggisti. Ma l’altra metà che non scrive cosa si perde?
Provate, scrivete, buttate un occhio dentro e qualche parola fuori. Non temete di non aver niente da dire.
Non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perché si ha voglia di dire qualcosa, ci dice Emile Cioran.
Aprite un vostro blog, oppure scrivete un post e inviatelo a noi; tenete un quadernino vicino al comodino, un moleskine in tasca, che non vi manchi mai carta e penna, che non vi manchino mai le parole e la voglia di scriverle.
Adesso concludiamo. Ad essere sincero questa settimana avevo scritto tutt’altro post. Riguardava la depressione e la primavera. Non ne ero contento, non mi ci rispecchiavo. Non avevo pulito bene il grosso pezzo di marmo.
Ora sono soddisfatto.
Perché Scrivere è leggere in se stessi.
Come ci dice Max Frisch.




Il mai troppo citato Josif Brodskij diceva che lo scrittore “ambisce ad una gloria postuma”….a me piace scrivere per esorcizzare la frustrazione della quotidianità lavorativa, non lo nego…
A me piace scrivere per comunicare qualcosa, un mio pensiero, una mia idea, un mio stato d’animo. Io credo che l’avere qualcosa da dire e l’avere voglia di dire qualcosa siano due elementi siano due elementi che non possono viaggiare separati quando qualcuno scrive qualcosa non solo per se stesso…
mmm… scrivo perché non voglio fare altro. scrivo perché non posso fare altro.
Il termine onanismo dell’anima è molto forte e trasmette bene il senso della scrittura che ,secondo me,non è necessariamente necessità di comunicazione,ma necessità di oggettivazione del proprio io.Meglio di qualunque seduta psicanalitica,mettere a nudo la propria anima,il proprio mondo interiore,fa stare bene!Io ho scritto un centinaio di pagine,che non riesco a rileggere senza farmi venire un groppo alla gola,perchè disvelano sentimenti ed emozioni che non sono mai riuscita a rivelare a nessuno…ma nessuno le ha mai lette.Chissà se trasmetterebbero quacosa ad altri!!!
Grazie Maria, condivido ogni singola parola.
Come dice Maria fa star bene, è carezza alla mente come dice Simone… In certi momenti è veramente difficile scrivere, o comunque esercitare una forma di espressione: per entrare nella mente bisogna prima annullarla col fare, altrimenti la maledetta te lo impedisce! Come si fa? Si fa.
Mah…diciamo che a me piace scrivere per tanti motivi. In primo luogo perché mi piace; poi perché ho come l’impressione di esplicitare delle cose che, tirate fuori, diventano più chiare a me stesso; poi, nonostante non abbia ambizioni editoriali (il che non ha nulla a che vedere con il piacere che altri leggano ciò che scrivo) ho l’illusione, credo molto comune, di sconfiggere (scalfire, va…) la mia inevitabile morte fisica, anche in piccolo! Esempio: un libro di poesie, in copia unica, che lascio a mio figlio. Credo comunque che il concetto di scrittura sia assai ampio; mi diletto a realizzare cortometraggi; ebbene: il piacere, quando lavoro il corto e quando il corto è terminato, è molto simile a quello che provo quando scrivo. Sono poi vittima dell’ ansia di perfezionismo (che, anche in questo caso, nulla ha a che vedere con un’opera perfetta) per cui prima di licenziare un lavoro, piccolo o grande che sia, devo “sentire” una voce che mi dice: “ok, adesso hai finito”. Grazie a Simone Provenzano e a chi ha commentato prima di me.