Se appena un anno fa una cartomante ci avesse predetto un futuro come l’attuale presente, avremmo probabilmente riso. Anzi, sghignazzato. Forse solo gli amanti della fantascienza di stampo distopico avrebbero annuito.
Un anno che sembra un secolo fa, un’altra vita.
Adesso infatti, eccoci qua: distanziati da mesi e mesi, immersi nell’Amuchina, senza volto, attaccati a WhatsApp e Skype come lupi affamati di una socialità ormai persa. Vogliosi di ri-tornare a quella vita andata. Tutti.
Sì, tutti: terrorizzati o meno del virus, ognuno di noi in fondo vorrebbe recuperare un’esistenza degna di tale nome. E questo è l’unico, vero punto che accomuna gli “schieramenti” del Covid, le tanto amate etichette dei media, negazionisti vs restoacasisti.
Ma non è proprio questa intersezione tra i due sistemi il nodo principale della questione?
Qual è la domanda ultima che dobbiamo farci in questo periodo storico vessato da regole, e regole, e regole in difesa di quella che Giorgio Agamben definisce “nuda vita”?
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È la più semplice possibile, e va al di là di tutte le considerazioni razionali, numeriche, mediche e perbeniste:
Possiamo vivere così?
Questa, è vita?
Un punto interrogativo apparentemente banale, ma che ci riporta ai nostri istinti primordiali, al senso innato per il quale siamo in vita.
Ognuno di noi dovrebbe riflettere su questa domanda, con la speranza di trovare una risposta univoca su larga scala.
Perché non stiamo parlando più di un breve periodo, come paventato all’inizio dell’Era Covid: “Che vuoi che sia stare a casa 2-3 settimane…” Settimane che come prevedibile sono diventate mesi, che tra poco diventeranno un anno, e chissà ancora… un anno o forse più della nostra vita, l’unica che ci è concessa.
Possiamo per questo “allungare” il quesito con la variabile tempo: Possiamo vivere così ancora per molto tempo?
La partita si gioca ormai sul lungo periodo, nell’arco di una stagione o forse più: non è gara secca, né di sola andata e ritorno. E la risposta alla “domandona” è inevitabile, e non può contemplare la nuova normalità come norma. Ne va del concetto di vita stessa, che è ritmo e socialità, e che comprende in sé il rischio della morte, quello stesso rischio che ci prendiamo per dovere dalla nascita, senza sapere quando “lei” accadrà. La fine è il nostro pensiero atavico, la nostra paura primaria, ed è qui che si gioca il match del terrore. Ma scendere in campo temendo l’avversario significa sconfitta automatica. Sempre.
È pericoloso esporci dal mondo protetto della pancia della mamma a quello esterno e insicuro, e nel corso degli anni a sfiorare uno spigolo da bambini, un incidente in motorino da adolescenti, ad affrontare le delusioni d’amore, le malattie e i drammi. Situazioni che sono parte dell’esistenza. Inesorabili come l’acqua che scorre in un fiume. Inutile arginarla.
Se ribaltiamo quindi la prospettiva terroristica dell’informazione, se ci allontaniamo dai numeri insensati snocciolati quotidianamente, se spegniamo i pareri dei virologi da salotto, svincolandoci dai tecnicismi esponenziali, allora la risposta è una ed una sola. Ed è la base sulla quale unire qualunque prospettiva, anche le più estreme. Senza tirare in ballo ricatti morali. Il rispetto della vita si compie rendendole omaggio, e allontanandosi moralmente – ora sì – da modalità disumane di controllo e annientamento dell’anima. Rifiutando la cancellazione dei rapporti interpersonali in presenza a favore della tecnologia invasiva, respirando a pieni polmoni all’aria aperta, rigettando un’educazione basata sulla visione dell’altro come nemico. Perché questa è la realtà di adesso e del futuro prossimo. Niente a che fare con le famose 2-3 settimane.
La vita va riconsegnata in un bel pacco-regalo con un bigliettino d’auguri speciale ai bambini e ai giovani in primis, i protagonisti ed il motore del mondo. Ai bambini, ai quali non è possibile negare un’infanzia leggera e piena di solo gioco, libero da quegli schemi coi quali dovranno poi fare i conti in seguito. E ai giovani, cui non va ristretta la fase più bella della via, condita dal divertimento e dall’innamoramento. Agli adulti ed agli anziani sta il dovere di dire NO all’egoismo della difesa della pura vita biologica. Quella dei soli bisogni primari.
Siamo forse qui solo per mangiare, dormire e cacare?
Per quanto esseri umani dominati dalla legittima paura di morire e di star male – nel caso specifico incendiata in modo esponenziale dal fuoco dell’informazione -, sta alla generazione matura, e ancor più a quella al calar del tramonto, concedere la gioia di un presente ricco di opportunità – non di restrizioni – a chi si trova davanti allo spettacolo dell’alba della vita: restituire loro la bellezza del vivere, di un abbraccio, di una birra con gli amici, di un film al cinema, di un ballo in discoteca. Restituire a chi può e non rischia, quelle sensazioni da loro già vissute.
Anche se il virus fosse ben più letale di questo, il gioco varrebbe la candela. E non è comunque questo il caso.
Potremmo a questo punto rientrare in un’analisi più efficiente e razionale, basata su numeri e statistiche, di percentuali di letalità e mortalità, di conteggi e metodi di tracciamento, ma non è questo il punto.
Potremmo addentrarci in questioni economiche e geopolitiche che cavalcano la cosiddetta pandemia, parlando di biosicurezza e reset economico, di capitalismo autoritario, e di quant’altro.
Potremmo parlare di salute e di legittime cure domiciliari, di sanità uccisa nel corso di anni di sciagurate politiche, di stile di vita e sistema immunitario.
Tutte questioni interessanti, sulle quali riflettere e nutrire dubbi, e per le quali ci sono fior di righe in luoghi più autorevoli di questo.
Ma qui rimane la domanda centrale: Possiamo vivere così?
No, continuare ancora per mesi così non è possibile.
E se la risposta è SÌ, allora il Covid ha già ucciso più dei numeri reali, ed è inutile bardarsi di DPI.
Allora il Covid ha già ucciso le nostre anime prima del nostro corpo, ha già ucciso la nostra passione per il lavoro, per gli affetti, per le piccole gioie del quotidiano di cui prima non godevamo. E che invece adesso ci mancano terribilmente.
Diciamo piuttosto, SÌ ai settori più martoriati da questa situazione, proprio quelli che più ci arricchiscono.
W lo sport, sempre. Che concede vigore a corpo e anima, che rigenera dalle fatiche del vivere quotidiano con le sue ansie e i suoi stress, che ci ricollega all’aspetto ludico del nostro essere bambini sotto sotto.
W il cinema e l’arte, naturale evasione in mondi colorati, ironici o drammatici, ma sempre, fondamentalmente belli. Sì, arte che genera il bello, quel senso ormai perso nelle immagini di terrore quotidiano, e nelle sirene che falcidiano i nostri timpani.
W la cena con gli amici, perché l’amicizia è la relazione dell’appoggio emotivo disinteressato, un luogo che ci concede ristoro e sorrisi conditi da una birra ed una pizza.
W la libertà di decidere cosa fare della propria esistenza e della propria salute, frase che ho sentito pronunciare anche da chi è malato seriamente o anziano, e vede quindi assottigliarsi il tempo rimanente, e che vorrebbe scegliere liberamente come passarlo. Senza imposizioni. Perché la libertà è un diritto inviolabile, l’articolo della nostra Costituzione Interiore, legge primaria rispetto alla pura salute biologica.
E poi: non vi siete ancora stancati di tutto questo?

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.


