di Mariantonietta Sorrentino
A Paciano, un borgo nei pressi di Perugia, è ancora in voga un rito antichissimo che riprende una farsa precristiana, “Sega la vecchia” messa in scena di Quaresima ma carnascialesca di matrice. Si tratta di un’antica rappresentazione durante la quale due “segantini”, ovvero taglialegna, si rivolgono a tutte le donne guardandole e trattandole come se fossero piante. L’unica quercia che fa al caso loro è la vecchia che, tra l’altro, si sono portati. Incominciano allora a segnarla e segarla e contrattano con il padrone del bosco il prezzo della vecchia-quercia e si accordano. Abbattuto l’albero, che è anche una vecchia, iniziano a sfrondarla. La farsa è un susseguirsi d’interventi burleschi di personaggi come il prete, il medico, il maresciallo dei carabinieri. Alla fine la vecchia è data per morta da tutti, ma con un intervento miracoloso si rialza e inizia a ballare freneticamente con il marito al suono della musica della fisarmonica.
A metà della Quaresima è facile assistere a questa rappresentazione in buona parte dei dintorni di Perugia. Si svolge in concreto così. Un gruppo di uomini sommariamente mascherati si reca da una cascina all’altra per recitare l’antica farsa. La recita è improvvisata dai contadini attori su un canovaccio tradizionale noto a tutti; il tono è sempre farsesco come se l’unico scopo della rappresentazione fosse quello di far ridere gli spettatori. Eppure “Sega la vecchia” è stata molto più di una farsa. La sua comicità elementare, oggi fine a se stessa, un tempo nascondeva un’intenzione magica ed era espressione di credenze più antiche del cristianesimo. Attraverso l’azione scenica, i contadini intendevano celebrare la fine dell’inverno e provocare la comparsa di una nuova primavera.
Il personaggio centrale vede una vecchia scambiata per una quercia o meglio una vecchia che è anche una quercia. Il paradosso con cui inizia lo spettacolo si spiega solo risalendo all’origine sacra ossia simbolica della farsa attuale. Nelle antiche religioni agricole l’albero equivaleva allo spirito femminile della vegetazione: era la manifestazione visibile di una divinità. Uccidere la vecchia o abbattere la quercia erano azioni equivalenti, ossia esprimevano entrambe l’antico desiderio delle civiltà contadine di interrompere con un taglio netto il processo di progressivo invecchiamento della natura di cui l’inverno sembrava essere una diretta conseguenza. Infatti, solo la morte della vecchia stagione poteva aprire la strada alla primavera. Dare il colpo di grazia allo spirito morente della vegetazione rappresentava anche un’azione sacrilega che avrebbe potuto produrre effetti negativi. Per evitare questo rischio la società ha affidato il compito increscioso a un preteso estraneo che nessuno conosce. Sul luogo del delitto giungono subito il medico e due carabinieri; il modo sbrigativo con cui conducono l’inchiesta mette in luce la diffidenza con la quale i contadini han guardato la legge dello Stato e i suoi rappresentanti. Finalmente il giustiziere è tratto in arresto: si tratta di un pazzo sconosciuto. La sua azione non coinvolge la responsabilità del gruppo: lui solo deve rispondere del delitto. In seguito entra in scena un vecchio pezzente, in realtà il marito della vecchia, che con la sua comparsa dà avvio alla seconda parte della commedia.
Anche se può sembrare strano sotto gli stracci e l’aspetto ridicolo del nuovo personaggio si cela il volto di un’antica divinità: è lo sposo della dea della vegetazione. Lui ne piange la morte fino a provocarne la rinascita. La pesante comicità delle battute non contraddice l’origine religiosa della farsa. Dovunque, durante le feste orgiastiche dei capodanni agricoli si usava sommergere nel ridicolo le divinità più temute e venerate. Il sovvertimento dell’abituale rispetto simboleggiava il momentaneo trionfo del caos. La commedia “Sega la vecchia” assume, sotto i nostri occhi, un doppio significato: essa da un lato rispetta lo spirito conservatore delle campagne, basta pensare che il nocciolo dell’antica farsa precristiana si sia mantenuto in vita per secoli anche quando il suo senso originario non era più compreso da chi la recitava. D’altro lato, però, molti dei protagonisti si sono trasformati con il passare dei secoli innumerevoli volte per meglio aderire a una realtà storica in evoluzione; la fedeltà alla tradizione non impedisce i mutamenti. Al capezzale della moribonda è chiamato il prete; lui come i carabinieri e il dottore, è un esempio evidente dei continui rimaneggiamenti subiti dall’antico canovaccio. Non sappiamo quando questi personaggi siano entrati nella farsa. È certo però che essi sono interpretati dai contadini con palese ironia come i rappresentanti delle classi dei padroni. Finalmente la vecchia risorge, aprendo la strada alla nuova primavera.
Assistere a riti così antichi è privilegio di pochi. Ed è un peccato. C’è da chiedersi come mai il teatro non dà spazio a simili rappresentazioni: in esse è riposto il nostro passato e possono darci la chiave di lettura per un presente a volte disordinato e inaccettabile.


