di Alberto Giusti
Tra scandali calcistici e tragici terremoti, in questi giorni la politica sta a zero: si dibatte tuttalpiù della sparata di Monti di chiudere il campionato per qualche anno, o dell’aumento della benzina per i danni in Emilia. In questo contesto, Angelino Alfano ha tentato di riportare il dibattito su un grande tema politico istituzionale: l’elezione diretta del capo dello stato. Peccato che il come e il perché l’abbia fatto rendano sterile fin da subito la discussione, e rischiano anzi di bloccare la riforma della legge elettorale.
Alfano infatti, qualche giorno fa, ha lanciato la proposta di adottare, congiuntamente ad un sistema elettorale a doppio turno, un sistema semi-presidenziale, in cui il Presidente della Repubblica venga eletto direttamente dal popolo, in 2 turni. Per capirci, proprio come in Francia. Il fatto che poi si sia riferito a Berlusconi come al “Presidente della Repubblica”, con una gaffe che è più di un’epifania, ha assicurato che di elezione diretta del capo dello stato non si parlerà più. Silvio Berlusconi sarebbe quindi ancora convinto di poter concludere la sua carriera politica al Quirinale, al sicuro o quasi da tutte le vecchie rogne che hanno contraddistinto il suo ultimo ventennio, e in grado ancora di esercitare un’influenza politica su questo paese.
Peccato per Alfano e per il Pdl che non esista più, in Parlamento, una maggioranza capace di approvare qualcosa del genere. Ma quali effetti avrebbe sul nostro paese un sistema presidenziale coniugato al doppio turno alla francese anche per le elezioni politiche?
Il meccanismo del doppio turno, per quanto riguarda il parlamento, favorisce i partiti più grossi, ma a differenza dell’uninominale secco (sistema inglese) non esclude a prescindere i partiti più deboli. Al secondo turno infatti, attraverso accordi di desistenza e appoggi incrociati in vari collegi, i partiti di una certa area possono cumulare i propri voti e salvaguardare ognuno le proprie necessità: l’esistenza dei partiti più piccoli e una consistente numerosità di seggi per i partiti più grossi. In Italia, non è detto che un meccanismo simile abbia effetti bipartitici, al massimo bipolari: i partiti infatti potrebbero comportarsi in maniera simile al 1994-1996-2001, quando si è votato con la Legge Mattarella, adottando cioè un coordinamento strategico delle candidature che ritagli per tutti una fetta di torta. Se i partiti più grandi hanno imparato i danni del multipartitismo, ciò potrebbe anche non accadere. Sicuramente ci sarebbe un’accelerazione bipartitica con questo sistema, ma non estrema.
Per quanto riguarda invece l’elezione del Presidente della Repubblica, il nostro paese potrebbe riservarci delle sorprese che rendono poco lecito un simile sistema. La prontezza di noi italiani nel seguire la moda politica del momento, che si chiami Silvio Berlusconi 1994 o si chiami Movimento 5 Stelle 2011, potrebbe farci ritrovare con un presidente eletto dal popolo su basi poco solide, che quasi in nessun modo può essere rimosso dalla sua carica, per almeno 5 anni, capace di fare e disfare governi a suo piacimento e di indire, qualora lo volesse, le elezioni. Il semipresidenzialismo alla francese lo inventò quel volpone di Charles de Gaulle, che nonostante tutti i giuristi ne pensassero malissimo, aveva trovato invece il bandolo della matassa: la possibilità di nominare e revocare il presidente del consiglio fa anche sì che su di lui si possano scaricare responsabilità di governo, in modo da avere una sorta di “paraurti politico”, un airbag che fa rimanere il presidente eletto saldamente in carica.
Le riforme istituzionali necessarie per il nostro paese sono altre, e non possono certo, ancora piegarsi alle necessità di un uomo di passaggio nei palazzi romani. La fine del bicameralismo perfetto, con la creazione di una camera delle regioni, l’attuazione vera del decentramento e una riforma delle regioni a statuto speciale, solo per citarne qualcuna. Mesi fa dicevamo che i politici, con Monti a lavare i panni sporchi, si erano messi a fare i costituzionalisti: ma se ci si piega di nuovo ad esigenze che non sono quelle nazionali, a poco servirà un anno di tregua fra le parti, e nel 2013 saremo daccapo.



