di Gianluca Bonazzi
Si può leggere un paesaggio?
Con questa domanda desidero evidenziare il mio approccio al paesaggio italiano e ai temi ad esso collegati, tra cui il principale, quello del camminare.
È una visione simile ad un sogno, ma è pure condita di realtà, perché ha le radici ben piantate nella cultura italiana e nella mia personale.
“Ogni cammino dona il tempo della consapevolezza: l’anima, specchiandosi nel paesaggio, si apre al futuro”: una riflessione elaborata nel tempo, capace di creare per me una realtà più lenta, più profonda e più dolce.
Rallentando non solo fisicamente, ma soprattutto mentalmente, ho appreso il significato della Bellezza paesaggistica a portata di mano, dell’hic et nunc (“qui e ora”), quella della storica provincia italiana, sempre uguale a se stessa eppur diversa, nel bene e nel male, stratificata come un fossile geologico.
Mi ha nutrito corpo, cuore e mente durante la mia ventennale gioventù, prima dell’avvento sanguinoso dei devastanti oneri di urbanizzazione.
Il collante di questa ricerca incessante è la memoria, che io definisco muscolo dell’anima.
Nel mio sogno reale, la guida letteraria è ciò che aiuta a leggere un paesaggio attraversato, una sorta di libro intessuto, le cui pagine infinite sono costituite dalle radici culturali che l’impregnano. È ciò che dovrebbe cercare di stimolare una lettura continua, il più plurale e articolata possibile, nella consapevolezza che, più che in ogni altra nazione, in Italia, giovane e immatura di costituzione ma dal cuore antico e ricco, ancor oggi c’è sempre qualcosa da scoprire, come fosse un fiore delicato e piccolo alla vista, ma dalle infinite radici nascoste, tanto da lasciare incantati e sorpresi, alla scoperta.
Leggere il paesaggio non solo camminando, ma anche attraverso la cultura, nel senso più nobile del termine, dal basso dei racconti orali per irradiarsi all’alto delle espressioni artistiche più svariate.
Non è tuttologia ciò che intendo, ma uno sguardo ‘a volo d’ uccello’ che proponga ai partecipanti di un cammino, ad esempio, il campo delle opzioni possibili, senza approfondimenti, lasciando ad ognuno la libera volontà di farlo.
Proporre la lettura di un paesaggio significa stabilire un legame che parta dall’emozione, passi per la conoscenza del bello e del brutto, per arrivare alla tutela e alla salvaguardia della sua Bellezza.
Credo anche che oggi tale tipo di relazione sia quanto mai necessario, anzi doveroso, per far fronte agli effetti di una crisi economica senza precedenti.
Quando proviamo un sentimento per qualcuno e/o qualcosa che sta male, dobbiamo fare tutto e il contrario di tutto per custodirlo e tramandarne l’intima essenza.
Col boom economico degli anni ’60 è iniziata l’opera di predazione del paesaggio italiano, che non si è mai decisamente arrestata, e con l’avvento dorato degli oneri di urbanizzazione ha avuto una forte impennata e un’ancor più forte accelerazione.
Con la scusa dell’attuale crisi economica, si potrà esser capaci di richiedere qualunque cosa in nome della ripartenza di crescita e sviluppo, e così rischieremo di lasciare alle prossime generazioni solo le macerie del cosiddetto Belpaese, sogno reale per tanti viaggiatori del passato.
L’assenza di una politica progettuale e di prospettiva, là dove si annida il malaffare, insieme a quella della memoria della provincia provincia italiana, da Nord a Sud, sono le condizioni ideali per far prosperare il deserto culturale, fenomeno avviato con l’avvento delle TV commerciali.
Quanti conoscono origine, motivo e tempi della denominazione di “Belpaese” data all’Italia?
Nel 1876, quindici anni dopo l’unificazione italiana, non bisogna dimenticarlo, un abate geologo scrisse, in forma di colloquio con un giovane ragazzo, una sorta di compendio di tutte le bellezze di natura geologica da lui scoperte in Italia, da Nord a Sud.
Quel libro si intitolava Il Belpaese e diventò un best-seller, tanto che nei primi anni del ‘900 Galbani creò un formaggio, chiamandolo in tal modo e mettendo in etichetta il volto dell’abate.
In nome della Bellezza del Paesaggio Italiano, dovremmo riprendere i valori che ci portarono all’unificazione, che anche allora sembrava impossibile: vivere nella realtà, osando sognare.




Una riflessione notevole, che fa capire l’importanza del paesaggio in quanto “natura”. L’era che viviamo ci ha allontanato dalla natura, non siamo più in grado di rallentare e godere della sua bellezza e del contatto che suscita con l’anima.
Segnalo solo che la definizione di Italia come Belpaese deriva dal XXXIII v.80 dell’Inferno di Dante: “bel paese là dove ‘l sì suona” che poi tutti hanno ripreso.
Per il resto tutto molto molto interessante, grazie e complimenti.
Giusto, anche se la dizione “Belpaese” (in una parola sola e con la maiuscola) credo sia sì ispirata da Dante, ma “sdoganata” dal formaggio. Con tutto il rispetto per Dante, ovviamente!