di Simone Provenzano
Storia della pazzia: cosa è normale? Come si definisce la normalità?
Molte persone hanno passato la propria carriera domandandoselo. Filosofi, psicologi, sociologi, antropologi e chi più ne ha più ne metta, hanno fornito le più svariate definizioni, ognuna delle quali era più o meno utile alle ricerche che stavano producendo.
Elencarle sarebbe tedioso e inutile in questo contesto, data la grande mole di lavoro che questo concetto ha richiesto per essere definito. C’è chi si è buttato sulla statistica indicando come la normalità sia ciò che con maggiore frequenza si presenta e chi l’ha identificata con una morale ben precisa.
Quella con cui mi trovo maggiormente in accordo è quella che la identifica in quelle persone che riescono ad adattarsi bene o benino a ciò che li circonda ed accade loro e che da essi riescano a trarre una certa soddisfazione. Un po’ come dire che è normale colui che non sta malissimo.
Nella concretezza sociale e psicologica di ognuno di noi in realtà la normalità è ciò che noi riteniamo tale sulla base di come siamo fatti noi stessi, della nostra struttura di personalità, del nostro sistema di credenze e tutto il resto del bla bla psicologistico. Sta di fatto che per me è naturale e normale mangiare un coniglio a cena, magari al girarrosto, mentre i miei amici inglesi mi tacciano di barbarie per un simile gesto. Loro, il coniglio, lo tengono in giardino e la sera guardano la tv con la bestiola acciambellata sulle gambe, io lo tengo nel tegame, e secondo loro sono anormale, un pazzo.
La cosa buffa è che hanno ragione per la definizione implicita di normalità che usano. È come se vedessi il mio vicino mangiarsi il cane! Correrei in una delle tante associazioni animali urlando che un mostro anormale e folle sta compiendo il peggiore dei misfatti.
La normalità è soggettiva. Ma non solo. È anche culturale e dipende anche dal tempo. Ci sono stati momenti nella nostra storia in cui le donne dovevano essere segregate in casa e trattate in modo piuttosto brutale e ci sono culture che ancora oggi lo fanno.
La normalità si evolve. E non sempre in meglio.
Io sono uno psicologo, e nei miei studi ho osservato come è cambiato nel tempo questo concetto di normalità nelle società e nelle culture fino ad arrivare a noi oggi. Questo post vuole descrivere questo tragitto tempo-culturale.
Iniziamo dagli albori. Quando coloro che manifestavano segni di anormalità o follia venivano considerati toccati dal divino e per questo considerati quasi sacri. Il loro ruolo all’interno delle società di appartenenza era quello di colui che è stato toccato da un dio, quindi, qualcuno in grado di fare da tramite tra 2 mondi: quello reale e quello divino. Chi non rientra nella normalità quindi non era matto ma semplicemente un tramite, un portale, in cui si può osservare il divino. Venivano incaricati di riti e divinazioni, spesso ricoprendo cariche di stregone o sciamano. Insomma non erano affatto anormali, erano ben integrati nella vita sociale, il che li rendeva normali e rivestivano un ruolo utile nella vita comunitaria.
Poi arrivò la cultura ellenistica (quella dell’antica Grecia, degli dèi e dei grandi filosofi). Tanto per citarne uno potremmo parlare di Ippocrate che con il suo trattato “del morbo sacro” descrive la follia come ancora qualcosa che ha che fare con un essere toccati da un divino. Aggiunge che a seconda del dio responsabile del contatto si sarebbe manifestato un certo tipo di comportamento. Anche qui l’anormalità è ancora qualcosa di speciale, qualcosa che va capita. C’è rispetto per ciò che è diverso.
Compiamo un grande balzo in avanti e arriviamo al medioevo. In questo lungo periodo la anormalità passa dall’essere toccati dal divino all’essere toccati dal demonio. La palla passa in mano alla Chiesa. È la Chiesa che durante tutto questo periodi si occupa dei “trattamenti” dei folli: il più delle volte il trattamento equivaleva a pratiche di tortura alternate a sostentamento. Anormalità, follia e pazzia come anima corrotta dal male. È qui che c’è la prima grande svolta! Non più esposti ad un dio, che con la sua potenza, involontariamente sconvolge l’anima, ma desiderio di avere a che fare con potenze oscure che corrompono e devastano la persona. Passa l’idea che il folle se la sia cercata. L’anormale è responsabile della sua situazione e quindi bisogna tenerlo isolato dal resto del mondo.
Altro enorme balzo e arriviamo a colui che per primo rivalutò la figura del pazzo ridonandogli un briciolo di dignità: Pinel. Lo psichiatra francese separa la povertà e l’indigenza dalla follia connotandola come malattia e allontana un po’ di superstizione dai malati mentali. Per la prima volta dichiara che oltre che segregarli in manicomio si poteva anche tentare di curare queste sventurate persone. Le cure rimangono abbastanza barbariche. Era convinto che un forte shock potesse rimettere a posto le cose e quindi si adoperava con pratiche come docce ghiacciate, spaventi ecc… Ma un primo passo era stato fatto. Adesso bisognava affidare le cure a specialisti. Basta con divinità e demoni.
Saltiamo ancora in avanti nel tempo e arriviamo a poco più di una trentina di anni fa, quando in modo molto più umano, i manicomi facevano ancora parte della vita della nostra società quando ancora il diverso e l’anormale poteva essere nascosto agli occhi dei “normali” per non spaventarli. Tutto ciò ebbe fine con una mente un po’ più illuminate delle altre. Quella di Franco Basaglia. Questo illustre personaggio veneziano cambiò per sempre la psichiatria italiana e la concezione di come dovessero o potessero essere trattati coloro che non appartenevano alla normalità psicologica. È grazie a lui che si arrivò alla famosa legge 180, quella che prevedeva la chiusura dei manicomi come luoghi segregazione e che prevedeva che le persone che avevano problemi psichiatrici potevano, in qualche modo, essere integrati nel tessuto sociale del paese (questo sarebbe dovuto succedere con strutture ad hoc che purtroppo ad oggi sembrano ancora insufficienti).
Ed il cerchio si chiude. Siamo partiti da folli che in culture lontane erano integrati nella società e oggi cerchiamo di fare lo stesso.
Ci abbiamo messo solo un paio di millenni.
Interrogatevi su ciò che per voi è normale. Osservate la soggettività delle vostre definizioni.
Prendete consapevolezza della diversità che ci circonda.
Cerchiamo sempre di capire, mai di segregare, che l’essere umano per correggere alcuni atteggiamenti ed alcune convinzioni ci mette molto tempo. Cerchiamo di prevenire.
Vi lascio con le parole di una donna che ha passato un pò di tempo in manicomio:
“Io vorrei essere aiutata, ma non a capire. Perché ho capito fin troppo.”
E ancora
“Quando ero in manicomio, e vedevo l’erba dalla parte delle radici, ero convinta (e ancora lo sono) che il grande arazzo della volontà divina lo vedano gli angeli, mentre noi, incamminati verso l’indolenza o il sacrificio estremo, non comprendiamo nulla.”
Parole di Alda Merini.




per ciò che mi riguarda ritengo sia definibile come ‘normale’ in un determinato periodo ciò che statisticamente è più condiviso dalla società di quel periodo. Ciò vuol dire che la normalità come concetto assoluto non esiste. Anzi, in realtà non esiste il concetto assoluto, e dato che mi interesso di arte non posso non ricordare ciò che dice Ernst Gombrich: “Non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti: uomini che un tempo con terra colorata tracciavano alla meglio le forme del bisonte sulla parete di una caverna e oggi comprano i colori e disegnano gli affissi pubblicitari per le stazioni della metropolitana, e nel corso dei secoli fecero parecchie altre cose. Non c’è alcun male a definire arte tutte codeste attività, purché si tenga presente che questa parola può significare cose assai diverse a seconda del tempo e del luogo, e ci si renda conto che non esiste l’Arte con la A maiuscola ……..”.
Elisabeth Badinter in un suo famoso libro (“L’amore in più”) applica questo concetto di relativismo ad uno degli stereotipi più radicati di tutti i tempi, l’amore materno, analizzando come cambia a seconda del clima culturale del momento, neppure lui scontato, immutabile ed assoluto come ci piacerebbe credere. Insomma, non si salva nulla, non è vero neppure che la mamma è sempre la mamma……… e un pò ci dispiace.
grazie vilma. concordo con te sull’atrattezza del concetto di normalità ed è molto bello il tuo paragone con il campo artistico. aggiungo che in questo contesto definire questo concetto definisce di conseguenza il modo in cui la società si relaziona al “diverso”. la sua necessità è dunque prettamente sociologica ma con conseguenze decisamente concrete sulla vita di molti. e dato che ognuno di noi ha una sua idea implicita di ciò che è normale o meno, esplicitarla significa prendere consapevolezza di come questa società affronta determinate questioni. grazie ancora del tuo bel commento che fornisce un respiro più ampio al mio post. grazie