di Luca Moreno
Siamo alla dodicesima puntata della serie di articoli di Luca Moreno sulla storia di Firenze. Le immagini sono numerate in continuità con quelle dell’undicesimo articolo.
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Vediamo qualcosa relativamente all’economia, attrice principale della grandezza fiorentina. Nel XIII secolo le grandi imprese bancarie degli Spini, dei Frescobaldi, dei Bardi, dei Peruzzi, dei Mozzi, degli Acciaiuoli e dei Bonaccorsi – che prestavano denaro ad alto tasso (ed ad alto rischio) ai papi di Avignone, ai sovrani di tutta Europa (soprattutto ai Re di Francia e di Inghilterra) e alle industrie manifatturiere, soprattutto laniere – fungevano da traino a tutto il sistema economico. Si calcola che a Firenze si raffinassero e si producessero direttamente tra il 7% e il 10% di tutti i panni di lana prodotti in Occidente, con una grande richiesta di tinture pregiate, di allume (fissante per i colori) e di manodopera, che era impiegata nelle circa trenta fasi della lavorazione dei fiocchi di lana, fino alla pregiata stoffa.
Il commercio, le attività bancarie e quelle manifatturiere si sostenevano a vicenda, generando un circolo virtuoso che macinava straordinarie ricchezze, che però non toccavano la gran parte dei malpagati ceti subalterni della città e del contado. Interprete principale di tutto ciò: il fiorino (figura 31), moneta coniata in oro fin dal 1252 ed usata nel mercato internazionale, mentre il fiorino d’argento, coniato dal 1296, era destinato agli affari interni e di minor conto; il nome derivava dal giglio (in latino flos, simbolo araldico di Firenze) rappresentato su un lato della moneta, laddove sull’altro si trovava San Giovanni Battista […]. Perché abbiate un ordine di grandezza, si può dire che oggi un fiorino, grande all’incirca come una moneta da un euro, sarebbe pari, all’incirca, a 110 euro; quindi 10 fiorini a 1.100 euro e 1.000 fiorini a 110.000 euro; costruire un palazzo costava all’incirca 2.000 fiorini pari quindi a 220.000 euro, cioè 400.000.000 circa di vecchie lire.
Dal punto di vista militare, però, nel Trecento Firenze denuncia una certa debolezza, come dimostrano alcune sconfitte subite dalla città nei primi decenni del secolo: sconfitte che danneggiarono il prestigio cittadino, ma che tuttavia non portarono a rovesciamenti istituzionali. Innanzitutto, la Battaglia di Montecatini, combattuta da Firenze con Siena, Prato, Pistoia, Arezzo, Volterra e San Gimignano nonché con l’appoggio degli Angioini di Napoli, nel 1315, contro Pisa e Lucca, nella quale si mette in luce, come comandante dell’esercito nemico, Castruccio Castracani. La battaglia fu un vero disastro per Firenze. Giovanni Villani racconta che tra le grandi famiglie fiorentine, poche furono quelle che non ebbero a contare lutti al proprio interno. E poi la Battaglia di Altopascio, che i fiorentini dovettero sostenere nel 1325, sempre contro Castruccio Castracani, ormai signore consolidato di Lucca. (figura 32). Quest’ultimo, con l’aiuto dei milanesi, riuscì a travolgere i fanti fiorentini, mentre la cavalleria lucchese tagliava loro tutte le vie di fuga. Per il Castracani fu una vittoria strepitosa: i ghibellini (che all’estero continuavano ad esistere, anche se in Firenze erano ormai detronizzati) riconquistarono Altopascio e diversi altri borghi, e tutti i guelfi furono fatti prigionieri.
Le sconfitte fiorentine di cui vi abbiamo appena parlato non rallentarono però il percorso di Firenze per diventare guida di uno Stato Regionale: la città esercitava una supremazia che andava dal Basso Valdarno, al Chianti, alla Val d’Elsa, all’Alto Valdarno fino all’Appennino, con influenza su città come Prato, Pistoia, Pisa e Arezzo – destinate ad essere propriamente conquistate – e su altri centri minori.
Da quanto detto finora appare un quadro complessivo che non possiamo definire negativo. Nonostante ciò, il Trecento fu un secolo di grave crisi non solo per Firenze e la Toscana, ma per il mondo occidentale in genere. Vediamo perché. In primo luogo dobbiamo dire che gli Ordinamenti di Giano della Bella del 1293 hanno rappresentato il punto più elevato della vicenda repubblicana fiorentina, rispetto alla capacità di tale istituzione di rispondere alle richieste di giustizia e libertà. Non dimentichiamoci che i Comuni nascono sulla base di tali principi, concepiti in modo rudimentale finché si vuole, ma bandiera dietro alla quale (si pensi alle lotte contro l’Impero) tanti cittadini sacrificarono la loro vita per realizzarli e preservarli. Ebbene, a partire dal Trecento questo processo virtuoso sembra perdere progressivamente vigore: la Repubblica si avvita su se stessa, le distinzioni squisitamente partitiche o comunque riferibili ad ideali si stemperano e le lotte interne sono ormai sic et simpliciter tra famiglie ricche e potenti. Si ricorre più volte alla Signoria di questo o di quel principe “straniero”: una politica che inevitabilmente riduce il senso del perdurare dell’istituzione repubblicana. Il sistema diventa rigorosamente oligarchico, chiuso all’apporto delle classi sociali meno abbienti; anche se i fiorentini si dimostreranno assai cocciuti nel mantenere il rispetto formale delle istituzioni repubblicane, che saranno ufficialmente abrogate solo nel XVI secolo.
Un secondo motivo di crisi è determinato dal fatto che il grande slancio economico che abbiamo descritto nei primi tre secoli dopo il Mille ha un arresto all’incirca a metà del secolo; in particolare, tra il 1343 e il 1346, i Bardi e i Peruzzi, due delle più importanti famiglie di banchieri fiorentini, furono letteralmente travolte da un’ambigua storia di mutui subprime, come diremmo oggi: termine allora inesistente, ma esisteva ed era ben attivo un certo capitalismo d’assalto, assai spregiudicato nel concedere ingenti prestiti ad altissimo rischio, senza troppo preoccuparsi delle conseguenze. La crisi causò l’insolvenza dei debitori e numerosi fallimenti nel sistema finanziario: ciò voleva dire la fine del credito e la conseguente crisi dell’economia reale. Tale crisi è da collegarsi all’avvio della guerra dei Cento anni (1337) in quanto a causa di essa, Re Edoardo III d’Inghilterra – al quale molti banchieri fiorentini, tra cui proprio i Bardi e i Peruzzi, avevano prestato ingenti somme di denaro, – si rivelò insolvente. Ciò avviò una serie di fallimenti a catena, disastrosi per l’economia cittadina. C’è da dire che con il Quattrocento una ripresa ci sarà. Le famiglie abbienti riuscirono comunque a salvare parte della loro ricchezza, riconvertendole in feudi e castelli; ma i piccoli e medi risparmiatori videro scomparire i loro investimenti, e questo significò un duro colpo per la cosiddetta “classe media”.
Il terzo motivo di crisi – forse il più grave – fu la durissima ondata di pestilenza, pare proveniente dalla Cina, che nel 1347 arrivò in Europa tramite le rotte commerciali. La pandemia si diffuse nelle zone portuali, a Messina e nelle città sul Tirreno, per poi spargersi ovunque, assumendo contorni allucinanti: le città assistevano impotenti al progredire del contagio, terrorizzate di scoprire da un giorno all’altro i segni della comparsa del male (bubboni nella zona ascellare e inguinale, macchie nere, fino all’espettorazione di sangue). L’epidemia fu particolarmente violenta per la debolezza endemica di larghe fette di popolazione denutrite, con il sistema immunitario depresso e per le precarie condizioni igieniche di molti centri urbani sovraffollati. L’epidemia della peste nera del 1348 colpì tutta l’Europa, dando il colpo di grazia a un’economia che stava già subendo un generale ristagno. Si calcola, ma le stime variano molto, che Firenze perdette 50.000 o addirittura 65.000 unità su 100.000. In ogni caso i primi dati storicamente accertabili si hanno nel 1427 con le stime catastali che calcolano una popolazione risalita a circa 70.000 unità. Va considerato che molti erano anche scappati dalla città per la paura del contagio, come testimonia nel suo eccezionale resoconto della peste Giovanni Boccaccio, che proprio nel Decameron ritrasse quella società cortese ed aurea sull’orlo della scomparsa; la peste causò la morte, tra gli altri, del grande cronista Giovanni Villani e della Laura, amata e celebrata nei versi di Francesco Petrarca. In figura 33 la diffusione (grigio scuro) della Peste nera del 1348.
La scarsità di manodopera portò alla paralisi delle attività economiche, comprese quelle agricole, che conseguentemente produssero spaventose carestie. Lo sterminio causato dalla peste rese poi impossibile tenere milizie cittadine e cavallerie feudali permanenti, costringendo i governi a ricorrere a guerrieri di mestiere (mercenari) ben addestrati e mobili. Nacquero così le Compagnie di Ventura, vere e proprie imprese commerciali che offrivano agli Stati le loro prestazioni, sulla base di un contratto che si chiamava “condotta”, da cui il termine “condottiero”. Il problema fu che trattandosi di persone che traevano il proprio profitto dalla guerra, questi personaggi amavano molto i saccheggi e disdegnavano la pace, costringendo i governi a pagar loro una sorta di tassa per impedire che si dessero a eccessi. Alcuni condottieri riuscirono a fare una politica personale che in qualche caso fruttò loro una Signoria e, magari più tardi, anche un Principato. Questo complesso di cose coinvolse i diversi aspetti dell’esistenza e pesò su tutti gli esseri umani del tempo, ma soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione, che già in tempi normali erano escluse dalla gestione della politica e dal grosso dei benefici economici derivati dallo sviluppo commerciale, e che ora si trovano a reggere condizioni di vita (quando riescono a sopravvivere) insopportabili, a causa delle quali le rivolte diventano assai frequenti.



