di Giorgio Galli
Storia di un disoccupato
Ogni mattina mi alzo e vado a fallire, pensò lasciandosi cadere sulla panchina. Il fumo scivolava verso il parco. Il tempo continuava la sua corsa. Aspetto di sapere se ho un lavoro o no. Da nove anni aspetto di sapere se ho un lavoro o no. Mi sveglio e vado a farmi giudicare – i cosiddetti colloqui di lavoro. In dieci minuti decidono se valgo o no, se mangio o no. Sono uno studente che ogni giorno viene interrogato e bocciato. Mando cento curriculum, rispondono a uno. Le volte che mi prendono, lavoro quasi gratis. Quando vengo licenziato, nemmeno me lo dicono: lasciano che arrivi la cosiddetta scadenza contrattuale senza accennarvi, o cambiano discorso se io v’accenno – ma ho imparato che accennarvi è un male – e gli ultimi giorni girano la testa dall’altra parte, non mi rivolgono la parola, se parlo non rispondono… Perché un capo ha paura di dire a un sottoposto sei licenziato? Si fa schifo da solo? Oppure mi considera così poco che manco si spreca a parlarmi? La ruota gira e torna al punto di partenza, anche se i criceti si danno da fare. Così pensava sdraiandosi sulla panchina. Si rannicchiò proprio come un bambino. Il corpo si adattava alla panchina. Una mail non arrivava. Una nuova illusione stava finendo in disperazione. Il fumo saliva. Un’ennesima illusione stava finendo in disoccupazione.
Un disoccupato è simile a un fuggiasco: dappertutto clandestino, in nessun posto cittadino del mondo. Deve far poco rumore per non essere notato. Se il vicino rompiscatole dice che lo disturba quando cammina, il suo primo pensiero è: se mi multano, non ho di che pagare. Va bene, camminerò coi piedi in aria. Gli altri comandano: loro lavorano, loro guadagnano, loro sono nel diritto e lui nell’abuso. Così pensava, fermo su quella panchina mentre il fumo saliva e il tempo andava.
“Ma tu che sei venuto a fa’?”, “Ma tu che sai fa’?”, “Ma tu che voi?”, “Ma io perché dovrei prendere a uno come te?”, mi dicono ai colloqui. “Buona fortuna”, “I miracoli possono sempre succedere”, mi dicono quando cerco lavoro porta a porta. “Sparati un colpo al cervello e mettilo in funzione”, mi diceva il capo nell’ultimo lavoro.
La scorsa settimana ho risposto a un annuncio da “impiegato”; ma già nei primi istanti del colloquio ero diventato un “impiegato commerciale”, col compito di “assistere il cliente in fase sia pre- che post-contrattuale”, con “consulenze” da svolgersi “in sede domiciliare” e per le quali avrei ricevuto “un rimborso spese per il mezzo proprio” che costituiva “la parte non mobile del compenso”. In tre minuti l’ “impiegato” era diventato un venditore porta a porta, con la pettorina e senza stipendio! E, chiariamoci, non è che non lo voglio fare – io sono disposto a fare qualunque cosa, purché paghino però: e in questi lavori – lo so per esperienza – la norma è ritornare a mani vuote. Soprattutto quando si presentano sotto spoglie diverse.
I primi anni avevo un obiettivo. Ma dicevano: “Qui non c’è posto”, “È un settore saturo”, “Finché sei in tempo, cambia”. Ho provato a tenere l’obiettivo. Ma poi ho ceduto e ho cambiato. E ho fatto lavori diversi, tutti tre mesi, tre mesi, tre mesi! Ora mi chiedono: “Hai fatto di tutto, ma cosa vuoi fare veramente? Cosa vuoi fare da grande?” Non lo ricordo. Ho consumato scarpe, riempito serbatoi di benzina, bussato a porte, risposto al telefono, telefonato. Faccio sorridere i sorridenti, sono austero con gli austeri, sono sorridente con gli austeri che amano il sorriso e austero coi sorridenti che amano l’austerità. Sono la meretrice di chi promette soldi. L’altro ieri stavo andando da mio zio. “Come dovrò vestirmi?”, mi sono chiesto, “Di che gli piace parlare?” Poi mi sono ricordato ch’è solo mio zio. E ho provato fastidio. Cosa vado a fare da lui? Non può darmi un lavoro. Agli amici non so più che dire. Se mi telefonano, non rispondo. Non mi telefonate, perché non rispondo! Così pensava su quella panchina, mentre il fumo si sperdeva e il tempo si sprecava. Assicuratore, sondaggista, operatore di call center, venditore porta a porta, portinaio, correttore di bozze, stagista infinite volte, accompagnatore d’anziani… ne ho fatti tanti di lavori, ma quello che ho fatto più spesso è il disoccupato. La sera sono stanco, ma non serve. La ruota gira e torna al punto di partenza, anche se i criceti si danno da fare. E sto qui, parassita sdraiato. “Quel che è stato sarà”, scriveva Pavese nel Mestiere di vivere. Prima leggevo. Ora leggo solo annunci di lavoro. La sigaretta si sta consumando. Il tempo si sta consumando. Ho scordato i miei gusti, i miei amici non m’interessano più, i miei interessi non m’interessano più. Non voglio più migliorare. Voglio solo trascinare gli altri nella mia rovina.
Voleva trascinare tutti nella sua rovina come un kamikaze. La sigaretta era finita, il tempo era finito.
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(I nomi e i fatti narrati nell’articolo sono esclusivamente frutto di fantasia. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale)
(la foto, tratta da Wikipedia, è di dominio pubblico)


