di Simone Provenzano
Strategie di vita?
Ascoltavo un direttore d’orchestra parlare e sono rimasto colpito da una sua distinzione a proposito del modo di dirigere i musicisti. Sollecitava a non avere una tattica ma piuttosto una strategia. Questa distinzione mi ha incuriosito e suggestionato.
Ho trovato che queste due forme di predisposizione agli eventi possano essere applicate per comprendere il modo in cui l’essere umano affronta le peripezie psicologiche della propria esistenza.
Innanzitutto partiamo dal presupposto che gli accadimenti della nostra vita, per essere tali, devono essere vissuti, cioè filtrati da ciò che noi siamo, con una relativa attribuzione di senso da parte della nostra psiche. Scado un po’ nel filosofico ricordando il famoso paradosso dell’albero che cade e che non fa rumore se nessuno lo sente.
In effetti noi viviamo la vita con una soggettiva determinata da ciò che percepiamo e pensiamo. Se io non esisto, il mio mondo, il mondo per come lo vivo io con la mia soggettiva, cessa di esistere.
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Sono io che guardando il mondo determino la sua esistenza.
Potrei aggiungere, continuando questa speculazione metafisica, che osservandolo, vivendolo, non posso non modificarlo. Ma con questo ultimo concetto andiamo davvero troppo lontano dall’argomento centrale di oggi, che vorrei fosse il nostro modo di approcciarci agli eventi che costituiscono la vita per come la conosciamo empiricamente.
Quanto detto sopra voleva servire come argomentazione per poter affermare che il nostro mondo, le nostre esperienze, sono in parte influenzate dal modo in cui ci approcciamo ad esse.
Due modalità possono essere rappresentate dalla tattica e dalla strategia di cui parlava il venerando e simpatico direttore d’orchestra.
Con la tattica la persona si prepara avendo in mente quale obbiettivo vuole raggiungere e si predispone a reagire agli accadimenti cercando di rimanere all’interno di quel percorso, che più probabilmente, lo potrà avvicinare al proprio traguardo.
Con la strategia si definisce fin dal principio come e cosa faremo, non si tratta più di reagire, ma di seguire un piano ben studiato che in ogni caso ci avvicinerà al nostro obbiettivo.
La tattica è quella che si mette in atto per riuscire a portare fuori a cena una donna. Con la strategia tenti di sposarla.
Il buon direttore, parlando ai suoi orchestrali, definiva la supremazia della strategia sulla tattica. Spiegava che nel momento in cui si prende la bacchetta in mano si deve essere consapevoli di tutto ciò che faremo, senza reagire ad essa, ma piuttosto anticipandone le mosse.
Questo è il più grande limite di predisporre una strategia, anticipare le mosse. Cosa siamo in grado di anticipare noi nella nostra esistenza?
Non certo ciò che le persone possono fare, le variabili sarebbero davvero troppe. Allora cosa?
Non possiamo eliminare dalle nostre vite l’infelicità e la tristezza, non possiamo fare in modo che tutto vada sempre bene.
Ecco! Esattamente questo! E perdonatemi l’enfasi del punto esclamativo.
Costruendo una possibile strategia di vita possiamo tenere presente che ci saranno delle cose che andranno storte, cose che non vorremo. La nostra strategia può considerare la possibilità di stare male e trovare un modo per canalizzare il dolore e la frustrazione che la nostra mente non può scansare o eliminare totalmente.
Questo è possibile e lo possiamo fare tutti. La ricetta è abbastanza semplice, è la preparazione della portata la fase complicata.
Teniamo presente che la vita è leggera, che niente dura in eterno, tutto è un divenire. Anche il dolore, i dispiaceri e ciò che ci fa stare male con il passare del tempo si depotenziano.
Facciamo un tentativo: nella nostra strategia includiamo la possibilità di sfruttare le situazioni che non ci piacciono.
Troviamo il modo di canalizzare ciò che ci fa stare male in qualcosa che possa esserci utile.
Trasformiamo il piombo in oro.
Iniziate con ciò che vi è più familiare, se siete bravi a scrivere create poesie che emozionino, se vi piace dipingere fate quadri, se siete atletici correte, nuotate o scolpite il vostro corpo.
Usate e osate ciò che siete.
Proviamo ad includere nella nostra strategia l’azione, l’atto creativo di non abbattersi per rimanere abbattuti.
Sembra quasi che la tattica venga inglobata dalla strategia. Per cui ci predisponiamo a reagire nel caso in cui ci sia bisogno, ma non abbiamo più bisogno di un nemico contro cui combattere per arrivare dove ci siamo prefissati.
Se saremo pronti, l’inaspettato potrà divenire risorsa.


Daniel Baremboim su Sky Musica Classica?
esatto! ne sono rimasto incantato.
sì Simone, l’ho seguita anch’io l’intervista proposta al grande maestro…ha incantato pure me…testa pensante come poche e italiano fluido, oltretutto!!!
Per quanto io sia più un tattico che uno stratega, un Cassano più che un Pirlo (anche perché essere un… “pirlo” non è mai gradevole 🙂 ), devo dire che il ragionamento, oltre che affascinante, è convincente. Trasformare il piombo in oro, sciogliere i grumi di dolore nel brodo della consapevolezza. Insomma, avere un’intuizione del “dove” si va, ma restare aperti al “come”, alle “possibilità possibili”, agli assist (forse) involontari del destino, al fascino molto poco discreto (perché è un tram in faccia) delle sincronicità. Questo è vivere.
grazie Giovanni,
il parallelo calcistico è fantastico!
Peraltro, prima riflettevo: in fondo la tattica attiene all’Io (per non dire all’Ego, quando è troppo bloccato nelle sue maschere e proiezioni varie…), mentre la strategia appartiene al Sé. La nostra parte più profonda, il nucleo di noi stessi, sa bene dov’è diretto, esattamente come Pirlo quando fa un lancio lungo a occhi chiusi e la mette sui piedi a…Cassano! In fondo, forse l’ideale è essere sul momento i tattici migliori, per rendersi poi conto di essere, dentro… gli strateghi che non sappiamo di essere. Forse perché, inconsciamente, ospitiamo il grande Stratega, Colui/Colei che sa ancor meglio di noi che cosa è bene per noi. E infatti io credo che l’amore (come il piano esistenziale) si giochi nel territorio di confine tra il libero arbitrio e il destino, là dove diventiamo co-creatori di un disegno più grande dell’individualità soggettiva. Ma qui si sconfina (ammesso che i confini abbiano un senso) nei territori della spiritualità.
perfetto e complementare come al solito giovanni. tra l’altro strategia intesa non come intenzione di programmare ogni mossa, ma l’opposto: programmare di non poter programmare. in questo senso l’attinenza al se diventa lampante!
Questo post mi piace da morire!
Ti seguo spesso nei tuoi acrobatici tentativi letterari e spesso trovo risposta a domande inespresse.
Com’è che ci si pensa solo se ti ci fanno pensare?
grazie isaccomela.
grazie per l’aggettivo “acrobatici”, lo trovo lusinghiero!
ci si pensa solo se ti ci fanno pensare solo perché viviamo e pensiamo il mondo in modo implicito. io non faccio altro che tentare di esplicitare ciò che percepisco e capisco in modo implicito proponendo nessi logici e libere associazioni attorno al mio sapere ed al mio sentire..
Verissimo e illuminante come sempre, Simone: sia il “programmare di non programmare”, sia il “vivere e pensare il mondo in modo implicito”.
Bellissimo messaggio Simone!
E’ paradossale credere che percepiamo e riflettiamo un passato; che mettiamo sul banco delle possibilita’ il gia’ vissuto. Paradossale ma vero. Mi chiedo allora se la strategia non sia semplicemente il riflesso condizionato che limita l’impatto tra il nostro mondo, e il mondo sconfinato che ci sta attorno – e dentro quel mondo. “Attraverseremo l’aria nera con le braccia allargate” (Fitzgerald). In questo senso non siamo affatto strateghi… meglio una cena ed una donna da scoprire… che ne dici?
Grazie Michel. Una cena e una donna da scoprire. Nutrimento e relazione. Indispensabili. Non potei mai darti torto. Complimenti, splendido commento.