di Claudia Boddi
Il metodo Stanislavskij e la “Psicotecnica”, innovazione e tradizione al tempo stesso del teatro fine Ottocento-inizio Novecento. Dal genio del regista e scrittore russo, presero vita alcune pietre miliari del pensiero teatrale moderno: dal lavoro sull’attore al lavoro su di sé, dal processo di personificazione alla reviviscenza, per citare solo alcuni grossi filoni di elaborazione da lui proposti e sviluppati.
Fondatore del Teatro dell’arte di Mosca nel 1898, Kostantin Seergevič Stanislavskij (1863-1938) fu il primo a promuovere un metodo di recitazione che fosse basato sull’analisi personale dell’attore e non sulla riproduzione superficiale dei tratti caratteristici riconosciuti nel personaggio scritto sul copione. Secondo il metodo e i suoi seguaci, l’aspetto fondamentale non era fingere di essere il personaggio da interpretare ma immedesimarsi veramente in lui, immaginando la vasta gamma di stati d’animo che avrebbe potuto provare in una determinata situazione piuttosto che in un’altra sulla base dei riferimenti forniti dal canovaccio predisposto dallo sceneggiatore. Ricostruire la storia del ruolo della persona di cui si sarebbero vestiti i panni, andare indietro, fino ad arrivare all’attimo prima di entrare in scena, riflettere su quali potevano essere gli elementi comuni alle personalità dell’attore e a quella dell’interprete, creare l’atmosfera interiore ed esteriore che li potesse rappresentare. Allo stesso modo, acquisire in scena la sua gestualità, il suo modo di muoversi o di camminare, immaginare la sua intenzione vocale, il suo sguardo, l’armonia del suo corpo.
“Il mio scopo non è insegnarvi a recitare, – scriveva Stanislavskij – il mio scopo è aiutarvi a creare un uomo vivo da voi stessi”. Per tendere a questo obiettivo e realizzarlo, però, non era sufficiente riflettere solo sulla psicologia del personaggio: conoscere se stessi, affrontare e superare i propri limiti, scoprire e valorizzare le potenzialità costituiva un’altra parte integrante del lavoro. Per “ascoltare” il personaggio scritto sulla carta e farlo vivere prima dentro se stessi e poi sulla scena, il metodo prevedeva anche una fase rigida di applicazioni precise che il regista suggeriva di volta in volta a seconda del testo da montare. I lavori dello scrittore russo nascevano dalla sfera più intima degli attori, uscivano fuori gridati, mossi, tormentati, con la forza di un magma incandescente che fuoriesce dal cratere di un vulcano attivo. Non c’era bisogno – come molti potrebbero essere indotti a pensare – che l’attore facesse propria la vita del personaggio, che vivesse le sue esperienze: una volta conosciuto se stesso e acquisita consapevolezza di quali corde emotive vibravano dentro di lui al cospetto di situazioni diverse, l’attore era pronto a far vivere l’uomo procreato sul palcoscenico.
Oltre a essere un metodo efficace dal punto di vista della recitazione, questo era un processo che permetteva all’attore di non perdere il contatto con la realtà e quindi di non scompensarsi. Senza scendere nel merito delle varie teorie sull’argomento, ricordo soltanto che sono innumerevoli i casi di persone che hanno perso di vista la linea di demarcarzione che divideva la sua storia personale da quella del personaggio. Conoscere se stessi e avere consapevolezza delle reazioni che si hanno, risulta sempre un ottimo strumento per l’attenzione e la cura del proprio benessere psicofisico: una protezione dal baratro che talvolta può rappresentare la mente e uno sprint che ci spinge nel mondo consentendoci di essere anche “uno nessuno centomila”.
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Credo che questo sia in fondo quello che anche uno scrittore deve fare, per restituire nel modo più vivo e persuasivo l’animo di un personaggio: sentirselo dentro, il che vuol dire elaborare (o “individuare”, junghianamente), una parte del proprio essere. I più grandi attori danno esattamente quest’impressione: penso al Dustin Hoffman di “Rain Man”, o al Roberto De Niro de “Il cacciatore”.
Sì, infatti, credo anch’io e credo anche che sia difficilissimo riuscire a farlo bene: è una specie di flusso magico che quando sgorga incanta, qualsiasi forma abbia
“quando sgorga incanta, qualsiasi forma abbia” è una frase che arriva. Da scrittrice. Brava. Ed è proprio così che ci si sente, in quei momenti. Viene da sé, tu sei solo un tramite.