di Marco Grassano
La scorsa estate ho partecipato, in quel di Garbagna, alla presentazione del libro che l’amico prof. Mario Franchini ha dedicato alle Terre del Giarolo, dopo la trilogia di guide sulla Provenza (tutti i volumi sono stati pubblicati dalle alessandrine Edizioni dell’Orso). Le vie del centro paese sapientemente pavimentate, illuminate con gusto e fiancheggiate da eleganti vetrine, la piazza coi grandi platani, il bar e la chiesa, il dolce clima serale facevano pensare a Lourmarin o a qualche altro villaggio del midi francese. Ma non è questo il punto. Durante il dibattito, si è paragonato il Giarolo alla Sainte Victoire, e le valli che vi fanno capo alla Haute Provence – a quella parte di territorio, cioè, che sta fra la montagna del Luberon e il petrarchesco Monte Ventoso, fatta di borghi in pietra, di vigneti, di frutteti e di altopiani lavandieri. Si è riflettuto che quella zona, paesaggisticamente davvero non troppo dissimile dalle nostre (chi ha visto il film L’ussaro sul tetto, tratto dall’omonimo romanzo di Jean Giono, o chi ha letto il libro, capisce cosa intendo), ha saputo utilizzare le proprie caratteristiche, diciamo, geomorfologiche e climatiche per attrarre un turismo di qualità – e sfruttare i vantaggi economici, anche in termini di indotto, che esso comporta – senza per questo snaturarsi.
Un collega di Fabbrica Curone, qualche anno fa, aveva poi buttato lì l’idea (che io trovo piuttosto interessante) di coltivare anche da noi, come fanno sulle alte colline e sulle montagne di Provenza, la lavanda: è pochissimo idroesigente, non teme il freddo (e neppure il caldo), può essere più che accettabilmente redditizia ed è… bella da vedere!
A proposito di lavanda, tutti gli anni, la seconda domenica di giugno, si tiene a Rollo (una piccola, aerea borgata ligure che sovrasta il golfo di Andora e dalle cui case in pietra, incorniciate da rami d’ulivo, sembra di poter raggiungere, allungando la mano, la tempera dilagante, liscia, intensamente azzurra della marina) la Festa delle Erbe Aromatiche, Officinali e Piante Antiche. Tante bancarelle dove osservare, annusare, tastare foglie e corolle, tante persone appassionate con cui discutere e confrontarsi.
L’ultima volta che ci sono stato mi sono offerto, oltre a due pianticelle di menta (una dall’intenso profumo “glaciale” e l’altra dal delicato aroma di ananas) e a una di salvia (una specie dalle fogliette slanciate e dai fiorellini bianchi), una vecchia pubblicazione di Giancarlo Bounous, Arbusti da frutto in collina e montagna, stampata dalle meritorie Edagricole di Bologna. Il volumetto, pur essendo un po’ datato (gennaio 1989), fornisce alcune interessantissime informazioni sulle modalità di coltivazione di lamponi e rovi, ribes e mirtilli: dalle caratteristiche morfologiche delle singole specie (per il lampone, ad esempio, Rubus idaeus, R. occidentalis, R. neglectus, mentre per il rovo “da more” Rubus saxatilis, R. ulmifolius, R. procumbens…) al tipo di terreno che prediligono, ai parassiti cui sono più sensibili e così via.
Parlando poi in ufficio col collega ed amico dott. Luigi Vignolo, ho saputo che in alcune parti delle alture cuneesi (ma anche in Emilia) si era già sperimentato, negli anni scorsi, qualcosa del genere, col supporto tecnico della Regione e della Provincia di competenza. Perché non tentare dunque anche in Val Curone, o in Val Borbera? Perché ostinarsi a cercare di far crescere, a 600 o più metri, del frumento spaesato, o lasciarvi vivacchiare l’erba medica – che si chiama così non perché abbia effetti curativi, ma semplicemente perché originaria della Media, regione geografica del vicino oriente – o abbandonare il tutto alla colonizzazione dei roveti spontanei (eh sì, ci crescono proprio bene, su quelle terre…), quando gli stessi roveti li si potrebbe invece coltivare, senza troppa fatica, traendone un utile?
Lo stesso discorso vale, tornando all’idea di prima, per la lavanda e per le altre piante aromatiche della famiglia delle Labiatae, o Lamiaceae, come il basilico (Ocimum basilicum), il rosmarino (Rosmarinus officinalis), l’origano (Origanum heracleoticum), la maggiorana (Origanum majorana), la salvia (Salvia officinalis), la santoreggia (Satureja hortensis e S. montana), il timo (Thymus vulgaris), la menta (Mentha piperita), la melissa (Melissa officinalis), la nepetella (Calamintha nepeta), l’issopo (Hyssopus officinalis) o, appunto, la lavanda (Lavandula angustifolia). Alcune Labiatae prediligono, allo stato spontaneo, habitat boschivi mesofili, cioè con umidità media (Melittis albida), o termofili sempreverdi (Teucrium siculum). Altre, invece, preferiscono gli ambienti aperti e soleggiati, entrando nella costituzione di macchie e garighe (Phlomis fruticosa, Salvia triloba), pascoli aridi montani (Stachys tymphaea, S. officinalis), pascoli aridi termofili (Micromeria graeca), pascoli umidi (Prunella vulgaris), consorzi terofitici – cioè di piante annuali – effimeri (Sideritis romana). Insomma, per ogni angolo delle nostre valli ci sarebbe un tipo di pianta aromatica adatta alla coltivazione, anche in questo caso senza eccessivo bisogno di “manutenzione” da parte dell’agricoltore (niente irrigazioni, eccetera).
A mio avviso, una collaborazione da attivarsi in tal senso tra Regione, Provincia e Comunità Montane potrebbe servire a rassicurare e ad aiutare i giovani imprenditori che vogliano tentare, appunto, questo tipo di “agricoltura nuova”, garantendo il supporto tecnico-informativo necessario (magari erogando anche qualche contributo, il che non guasterebbe certo, in questi tempi nei quali l’economia produttiva – castigata dal disastro di quella finanziaria – ha più che mai bisogno di essere promossa…) ed individuando un mercato e/o una filiera cui destinare la produzione. Proviamo a pensarci un po’ tutti…




Da una verifica successiva, gli alberi della piazza di Garbagna si sono rivelati dei tigli. Ma per “correttezza filologica” ho voluto ugualmente lasciare i platani, fissati dalla mia memoria probabilmente per un’assimilazione con Saint Rémy de Provence e con Lourmarin…
Bello! Ho un piccolo pezzo di terra in collina…mi hai fatto venir voglia di seminare lavanda…
Grazie