di Alberto Giusti
Negli ultimi anni, varie catastrofi naturali si sono abbattute sul nostro paese. Prima fra tutte, il terremoto dell’Aquila nel 2009. Ricordiamoci poi delle tante alluvioni e dei disastri causati dal dissesto idrogeologico: Lucchesia, costa Amalfitana, Genova, Cinque Terre, Garfagnana, Catania, Messina, mezza Calabria. Una lista che potrebbe estendersi ancora, a colpire quasi tutte le regioni del nostro paese, a moltiplicare i danni che ogni anno, da qualche parte, si contano cospicui fra infrastrutture e beni privati.
Credo si possa dire però, senza fare torti a nessuno, che raramente è stata colpita una zona così produttiva e importante per l’industria nazionale come nel caso del terremoto in Emilia. Parliamo infatti di una delle aree più ricche d’Europa, guida per la produzione gastronomica su larga scala e famosa per eccellenze nei campi più disparati. Per questo, stavolta i moniti sulla velocità nella ricostruzione e nell’arrivo delle risorse sul territorio non vengono solo dai rappresentanti delle istituzioni locali, sindaci e presidenti delle province, ma da Confindustria stessa. Il nuovo presidente, Squinzi, va giù pesante, facendo capire che in Emilia ci si gioca la tenuta del Pil nazionale.
I ritardi accumulati dallo Stato italiano nel prestare soccorso ai territori colpiti da calamità naturali è ormai certezza storica, se non materiale da barzelletta. Forse non siamo più ai livelli della tragedia dell’Irpinia, in cui dei soldi stanziati si è persa traccia, ma il centro dell’Aquila ancora pieno di impalcature e le Cinque Terre ancora in molta parte inagibili stanno lì a denunciare una lentezza che, per le economie locali, trasforma definitivamente la calamità in disastro.
Sia chiaro: non sto parlando della prontezza dell’intervento della Protezione Civile, che solitamente è lodevole nel trovare eccellenti soluzioni temporanee. Il problema sta proprio lì: che poi le soluzioni temporanee diventano eterne. E se per i capannoni dell’Emilia non esiste nemmeno una soluzione provvisoria, perché è difficile pensare che un’industria meccanica o della ceramica possa trasferirsi sotto un tendone, è lecito immaginare che le aziende colpite dal sisma resteranno chiuse molto a lungo, e che probabilmente dovranno provare a cavarsela da sole. Bussare alle banche? Si rischia di prendere la porta in faccia. Soldi freschi che arrivano dallo Stato per ricostruire il necessario a ripartire? Questo è l’auspicabile e il non rimandabile. Per l’Emilia come per tutti gli altri territori colpiti ovviamente: ma il caso odierno potrebbe finalmente mutare la concezione di calamità naturale nel nostro paese, ad oggi qualcosa che crea una ferita che non si rimargina, anzi si infetta e rischia di distruggere un territorio intero. La speranza che sia l’occasione per un’inversione di rotta sta nel fatto che stavolta l’infezione rischia di estendersi aldilà dei territori colpiti. Le entrate fiscali che l’Emilia non potrà generare infatti, influiranno direttamente sulla tenuta dei conti pubblici, e in maniera più incisiva di qualsiasi altro caso simile che abbiamo avuto da decenni, in un momento in cui di certo non ci possiamo permettere un freno all’economia privata dato dall’inefficienza della macchina statale nel mettere in atto un piano di recupero veloce e pragmatico delle zone colpite (già bastano i ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione).
Ben vengano i due centesimi sulla benzina se permetteranno all’Emilia, fra due mesi, di ripartire in quarta. Tanta fiducia agli emiliani, che si stanno dando davvero da fare, ma soprattutto tanta responsabilità sulle spalle del governo, Passera in primis, per recuperare il prima possibile questa situazione, e magari per riprendere in mano tutti quei frangenti, in giro per l’Italia, in cui tanti soldi sono stati stanziati, ma è mancata l’attenzione nell’attuazione dei piani di recupero. Perché in Italia, le emergenze arrivano, ma non si concludono mai.



