TO ROME WITH LOVE: WOODY, PERCHÉ?

di Francesco Gori

A pochi mesi di distanza da Midnight in Paris, Woody Allen torna sul grande schermo con To Rome with Love. Cast internazionale, considerando calibri come Alec Baldwin, Penélope Cruz e Jesse Eisenberg (The Social Network), e italianissimo, capeggiato da Roberto Benigni e affiancato da Antonio Albanese, Alessandra Mastronardi e dalle tante comparsate di nomi famosi, tra cui Riccardo Scamarcio, Ornella Muti, Lina Sastri, Giuliano Gemma e altri ancora. Tanta attesa, soprattutto per la collaborazione tra Allen e Benigni, due degli artisti dall’ironia più graffiante e intelligente.

Roberto Benigni e Woody Allen in To Rome with Love (articolotre.com)

C’è invece poco da ridere. L’immaginazione non avrebbe potuto produrre un risultato peggiore. I cinefili abituati al vecchio genio di New York non potranno che rimanere a bocca aperta davanti a siffatta miseria di pellicola. E la domanda che sorge subito spontanea è: perché? Com’è possibile che un regista di qualità abbia potuto girare un film che di qualità non ne ha nemmeno l’ombra? Scelta voluta, per rappresentare degnamente l’Italietta di oggi? Ma si può scegliere volontariamente di girare film brutti? O si può mettere in luce la bruttezza mantenendo uno stile decente? Queste sono le domande. La risposta, a mio modesto parere, è che un cineasta come Woody Allen non può dirigere una baracconata come è To Rome with Love. Non può tradire i suoi fan, abbassandosi al livello dei cinepanettoni. Perché di questo stiamo parlando.

La trama. Varie storie si intrecciano. A cominciare dalla turista americana che – ohibò – si innamora del fustacchione romano di turno; i due convocano i rispettivi genitori e il babbo di lei (Woody Allen), un produttore discografico, intravede nel babbo di lui un talento della lirica. C’è poi lo studente Jack (Jesse Eisenberg) che sta con Sally ma che si invaghisce dell’amica e sensuale Monica, spinto al “fattaccio” prevedibile dall’ombra del suo mito architettonico (Alec Baldwin). C’è una giovane coppia di sposini (Alessandro Tiberi e Alessandra Mastronardi) che si infila in un tormentone di casualità poco casuali, e lui va con Penelope, e lei con l’attore del momento, interpretato da Antonio Albanese. E poi c’è il “Signor Nessuno” Leopoldo Pisanello-Roberto Benigni che diventa all’improvviso famoso.

Colpisce la pochezza recitativa di tutti, i soli a salvarsi sono – guarda caso – il trio più famoso Allen-Cruz-Baldwin. Per il resto buio assoluto, con gag da teatrino di periferia. Lo stesso Benigni fatica e non poco a stare dentro un contenitore vuoto, anche se il suo episodio è il più efficace, se non altro nel descrivere l’immeritata popolarità di un uomo medio senza talenti, specchio dei nostri giorni da reality. I dialoghi sono da Vacanze di Natale e Roma perla sprecata come terreno di sceneggiatura. Fin dalle prime battute il ritmo delle azioni è nevrotico e mal preparato, forse perché tutto girato in fretta e furia, nell’arco di un’estate. Un lungometraggio banale che non si può accettare da chi banale non lo è mai stato.

Woody Allen voleva mostrare l’Italia dei luoghi comuni, della “famigghia” che è in realtà un teatro, del mondo dello spettacolo che rende famoso colui che non è niente e non lo merita, e relega alle onoranze funebri chi ha talento? Beh, la straordinaria filmografia dell’americano mi perdoni, ma poteva farlo in altro modo.

E allora concludiamo chiedendoci ancora: perché?

5 Comments

  1. Sara 10/05/2012
  2. Muska 11/05/2012
  3. CLAUDIA 12/05/2012
  4. . 21/03/2013
    • Francesco 25/03/2013

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