di Claudia Boddi
Fino al 2 febbraio 2014, le repliche in cartellone al Teatro della Pergola di Firenze di “Una pura formalità” messo in scena dalla Compagnia Mauri Sturno. L’adattamento alla versione teatrale e la regia sono di Glauco Mauri – salutato dagli applausi al primo ingresso sulle assi dello storico teatro fiorentino – che si cimenta anche nel ruolo del Commissario. Lo scrittore Onoff, protagonista della storia, è invece interpretato da Roberto Sturno. Insieme a loro: Giuseppe Nitti, Amedeo D’Amico, Paolo Benvenuto Vezzoso e Marco Fiore.
“Una pura formalità” è un testo scritto per il cinema da Giuseppe Tornatore: quando uscì il film, la prima volta nel 1994, non ricevette i consensi della critica. La complessità del messaggio narrativo, unito al carattere innovativo che le tematiche del racconto propongono, hanno inizialmente faticato a convincere il grande pubblico. Solo inizialmente, perché oggi è uno dei successi più riconosciuti del cinema e del teatro italiano. Lo scrittore Onoff viene accusato di omicidio e si ritrova a sostenere uno strano interrogatorio, in un commissariato situato non si sa bene dove. Anche il Commissario, capo della stazione, è un personaggio particolare, a tratti ambivalente: riesce infatti a mostrare estrema comprensione per la condizione umana del suo interlocutore e, nello stesso tempo, può trasformarsi in un accanito poliziotto in cerca del colpevole.
Una storia maieutica, che indaga nella memoria, attraverso la relazione tra individui fino a toccare i confini più reconditi dell’inconscio. Questo il senso profondo della pièce: rappresentare la vera essenza dell’essere umano, definendo gli spazi interiori in termini di punti di forza ma anche di zone d’ombra. Onoff, a un certo punto, pronuncia una frase emblematica dell’intero spettacolo:
“Gli uomini, per non morire di angoscia e di vergogna, sono eternamente costretti a dimenticare le cose sgradevoli della loro vita e, più sono sgradevoli, più si apprestano a dimenticarle”.
Mauri, intervistato su questo lavoro, dichiara che “Una pura formalità” è il racconto di un rapporto umano, e che il teatro ha la funzione di tirar fuori dall’anima degli spettatori le domande che non si erano mai posti. Lo stesso autore cita la relazione tra Porfirij e Raskol’nikov di Delitto e castigo di Dostoevskij, come fonte d’ispirazione del suo adattamento e le eco de Il Processo di Kafka e de Il fu Mattia Pascal di Pirandello per le atmosfere poetiche. Il ritmo incalzante della narrazione guida al finale sorprendente, senza togliere completamente il velo su quello che sarà l’esito del viaggio interiore di Onoff: se continuerà a vagare nel bosco notturno della sua esistenza, fagocitato da una penna che avrebbe dovuto dargli fama e notorietà, o se approderà a una dimensione consapevole di territori liberi, affrancato dalle zavorre tipiche di chi cammina sotto la pioggia battente.



