Compito arduo… esattamente come arduo sarebbe il compito se il tema di tale disquisizione fosse “una ragione per essere credenti…”. Come provare logicamente a dimostrare, per mezzo della scienza, la fede in Dio o nell’Aldilà? Oppure, invertendo l’ordine dell’interrogativo, come provare logicamente a dimostrare l’esattezza o l’erroneità di una teoria scientifica per mezzo della fede?
La domanda nasce spontanea: la posizione di credente è una posizione scientifica o religiosa? Né l’una né l’altra cosa. Infatti si può credere senza essere religiosi, pur conservando un approccio rigorosamente scientifico alla vita. La scienza non può dimostrare la non esistenza di Dio esattamente come la religione non può dimostrarne l’esistenza. In cosa crede la scienza? Tutto ciò che è ragionevolmente e logicamente dimostrabile attraverso un metodo sperimentale che dello scientifico si appella è scienza. La scienza crede anche in Dio? No. Dio si accetta per fede, anche se vi sono scienziati che credono.
La fede è tensione verso l’Assoluto, verso l’Infinito, verso il Principio primo, verso l’Aldilà… tutte parole dal valore indefinito e che rappresentano concetti approssimativamente pensati dall’uomo, genericamente e confusamente relazionati, mai dimostrati. Siamo in pratica nel campo del “mistero”. Campo che può essere definito anche come il campo del “non sapere”. Campo infinitamente vasto ossia infinito. Il mistero è una campo di non sapere purtroppo infinito.
Ancora: Tutto ciò che la scienza non può sperimentalmente dimostrare non è in grado di legiferare; lo prova tuttavia a teorizzare attraverso dimostrazioni. È verità scientifica una teoria? No. Lo è una Legge? Si, fino a prova contraria. Esiste per la scienza il mistero? Ebbene si… Il mistero è, agli occhi degli scienziati stessi, la metafora della sconfitta dell’intelletto umano. Per quanto la scienza si sforzi a comprendere, essa deve fare i conti con i limiti della ragione stessa. Limiti storicamente evidenti e che sembrano quasi direttamente proporzionali alle conoscenze acquisite dall’uomo; conoscenze contingenti ad un tempo ben preciso della vita dell’uomo lungo il corso della sua evoluzione. Spiego meglio… Forse la scienza di oggi è più avanti ed è in grado di fornire maggiore risposte rispetto alla scienza del passato? Un sì è una risposta probabilmente corretta e che darebbero tutti coloro i quali ragionano senza considerare il “fattore tempo” e la sua relatività.
Per me la risposta corretta è un no, secondo il seguente mio modo di pensare. Il punto importante è la relatività dei problemi dell’uomo nel tempo, delle soluzioni o degli interrogativi agli stessi e il graduale divenire della complessità individuale e sociale, nonché della complessità dello scibile umano, lungo il corso dell’evoluzione. Quanto più la specie umana avanza in qualità di intelletto lungo la linea del tempo evolutiva, tanto più gli interrogativi aumentano, interrogativi ai quali la scienza ha il compito di dare risposte, interrogativi che sono ovunque ed in ogni campo del sapere. Il gap tra ciò che non si sa e ciò che si sa, in relazione a ciò che si sa di non sapere (che è infinito…), pare mantenersi storicamente sempre lo stesso, indipendentemente dal tempo e dal divenire dello stesso. Facendo un paragone calcistico, la differenza reti rimane sempre costante ed è sempre in negativo. I goal fatti dalla scienza nell’evoluzionismo sono sempre comunque e sempre molto inferiori rispetto ai goal subiti, che sono gli interrogativi che, in virtù della stessa evoluzione e quindi di una migliore capacità di comprensione, l’uomo incessantemente si pone mentre è in ricerca di risposte. Su che cosa? Purtroppo è qui che casca l’asino… Su ogni cosa che vada oltre. Su ogni cosa che vada verso l’infinito.
Ma l’infinito in ogni campo del sapere è incercabile. Tanto più si tenta di portarsi verso di esso, quanto più esso si allontana… altrimenti che infinito sarebbe? L’infinito è matematicamente, non solo filosoficamente, incercabile. La storia ci insegna che quanto più l’uomo si spinge nella ricerca, studia, scopre e fornisce risposte, tanto più altre domande sorgono, altri studi si richiedono, altri interrogativi imperano, altri finanziamenti monetari corposi abbisognano (se solo si pensasse prima a risolvere i problemi di chi sta peggio al mondo…). L’infinito assume nel tempo un valore impensabilmente più grande rispetto alla capacità stessa dell’uomo di poterlo pensare. Mentre la scienza si affanna a cercare, trovando lungo il suo percorso sicuramente soddisfazioni per le scoperte ma altrettante frustrazioni per la evidente incapacità storica di spiegare e tanto meno di dimostrare ciò che è contingentemente inspiegabile e indimostrabile, il fedele crede, a prescindere da dimostrazioni, laddove la scienza è incapace di vedere. Tutto qui. Molto semplice. La scienza non sarà mai in grado di spiegare l’infinito semplicemente perché, se fosse in grado di spiegarlo, allora significherebbe che ne avrebbe la conoscenza e, se lo conoscesse, conseguentemente non avrebbe più nulla da sapere, non vi sarebbe più nulla da cercare, non vi sarebbe più evoluzione e dunque non esisterebbe più uomo (ma un qualcosa d’altro…).
Nella mia piccola mente logica faccio fatica a relativizzare il concetto di infinito. Per alcuni matematici l’universo è infinito all’interno di un sistema di universi a loro volta infiniti. Ossia esiste un infinito relativo per lo meno ad un concetto che nella definizione precedente sarebbe, ad esempio, il nostro universo. Un infinito relativo al nostro universo; un altro infinito relativo ad un altro universo e così via… fino ad arrivare ad un infinito universo di universi relativo a infiniti universi… Ma si può finire qui? No. E’ evidente. Altrimenti che infinito sarebbe? Se vogliamo continuare a circolarizzare il nostro pensiero possiamo farlo, ma credo non ne usciremmo più fuori. Spesso in matematica questo capita, quando si vuole dimostrare qualcosa. La ricerca di un dato y rimanda ad un altro dato x precedentemente ricercato in funzione di y da ricercare… Come in una partita di ping-pong. La palla passa da un dato all’altro e non se ne viene più fuori. Comunque, per questa definizione sarebbe come pensare ad un sistema complesso di universi fatto come di bolle in una schiuma dove ogni bolla è infinita ma interna a questo sistema di sistemi complesso.
Sono proprio limitato… non capisco… Se ciascuna bolla è infinita potrebbe occupare virtualmente il posto di tutta la schiuma e coincidere con essa… così come, essendo infinita, potrebbe inglobare anche tutta la schiuma stessa… Che senso ha allora dire che è interna? Che senso ha spiegare l’infinito in questo modo? Ma che senso ha spiegare proprio l’infinito??? Che senso ha parlare di infinito di infiniti se nel concetto di infinito vi è già tutto? Vi è già ogni cosa? Vi è il mistero e la nostra stessa incapacità di comprensione di un qualcosa che non capiremo mai! L’infinito è incercabile… altrimenti che infinito sarebbe? Il concetto stesso di infinito è indefinibile, incercabile, inarrivabile, incomprensibile, inspiegabile… L’infinito è un mistero.
La percentuale di non sapere in possesso della scienza sarà sempre direttamente proporzionale a quella di sapere. Per intenderci: sapendo sempre di più quello che non sapremo sarà sempre di più. Il miracolo si pone nel campo del non sapere.
Ciascuno è libero di crederci o meno, ma che la scienza laica non ne contesti il concetto a prescindere. Un determinato fenomeno (quale ad esempio le stigmate di Padre Pio) che la Scienza non riesce a spiegare adesso (in un punto preciso del tempo di quella fatidica linea evolutiva relativa alla qualità del nostro intelletto di specie vivente) contemporaneamente viene definito miracolo dal fedele, ossia un mistero per intercessione divina. Ciò, a mio parere, non esclude né che la Scienza possa spiegarselo in futuro né che in futuro continui a presentarsi come mistero. Oggi chi può dirlo? Secondo me né un credente né un laico. Per un credente alcuni misteri sono miracoli e per un laico tutti i misteri (anche quelli ritenuti miracoli) hanno una spiegazione logica in prospettiva futura. Questo per me non esclude comunque che i miracoli possano avere una spiegazione logica. Se il Creatore agisse secondo logica (come si ritiene che faccia), anche i miracoli assumerebbero un valore logico (anche se incomprensibile). Un laico non può escludere l’esistenza di un Creatore cioè una “specie con Logica superiore” (definizione per gli atei). Vedendola in questo modo, il miracolo è solo una contingenza temporale di ignoranza, indipendentemente dai punti di vista. D’altronde, se la fede di un credente è credere in un Creatore, la fede di un non-credente è quella di non credere in un Creatore. Sempre di fede si tratta! Non si possono dimostrare entrambe le cose.
Ciascuno è tuttavia libero di avere la fede che vuole… Per concludere una domanda agli atei… Dareste la vita ad un figlio per poi togliergliela? No è la risposta di un comune uomo sano…
Ne faccio un’altra… Accettereste di nascere per poi morire e non ricordarsi mai di essere stati? Sarebbe come sposarsi oggi per divorziarsi domani per poi dimenticarsi per sempre di aver fatto l’una e l’altra cosa… Ma che senso ha?
Se un ateo crede che il proprio IO non conservi memoria nel tempo allora coscientemente mi chiedo che senso avrebbe vivere per far emergere in vita proprio questo IO che non conserverebbe memoria dell’essere stato… Se faccio l’attore di un film mi piacerebbe poi vedere il film nel quale ho recitato… se non riesco a vedere il film ho la consapevolezza di avere recitato in un film che verrà visto da altri…
Se tuttavia del mio IO non conservo memoria nel tempo non avrò mai la consapevolezza di aver recitato in quel film né di averlo visto né che tale film sia stato visto da altri… La mia consapevolezza morirà con me… Tanto vale risparmiarsi la fatica e rifiutarsi di girare il film pur essendo chiamato a fare l’attore.




La tua espressione: ”Il gap tra ciò che non si sa e ciò che si sa, in relazione a ciò che si sa di non sapere (che è infinito…), pare mantenersi storicamente sempre lo stesso” è indubbiamente meritevole di riflessione; però la possiamo considerare vera sono nei confronti della scienza speculativa; non vale per esempio nei confronti della medicina, perché siamo d’accordo che la società moderna produce nuove malattie alle quali non sappiamo ancora rispondere, ma mi pare indiscutibile che, per esempio, l’aumento della vita media sia, ancora una volta, un’indiscutibile conquista della scienza, (anche se poi possiamo dire che la nostra vita, così come è oggi, non merita di essere vissuta; ma questo è un altro discorso). Quindi il progresso scientifico C’E’ e MIGLIORA la condizione umana. Non sono invece d’accordo quando (scusa se sintetizzo) in conclusione di articolo dici che se nulla ci fosse dopo la morte (nemmeno la memoria di sé) non avrebbe senso vivere. Non sono d’accordo perché questo pensiero è tipico di noi occidentali, caratterizzati da un individualismo esasperato, per i quali: o c’è qualcosa che ci collega in modo intimo alla vita precedente (la memoria è un ottimo esempio), altrimenti c’è solo il nulla. Non è così: perché noi continuiamo a vivere nei nostri figli, nelle nostre opere, nel bene che diffondiamo e che quasi sicuramente produce altro bene; tanto è vero che ognuno di noi ha il merito, per quanto piccolissimo possa essere, di avere con la propria presenza, modificato senz’altro la storia del genere umano. Ciò che produciamo in vita sopravvive a noi; in qualche caso anche per moltissimo tempo. Quindi per dare un senso alla vita è sufficiente spezzare l’identificazione della propria esistenza con quella del nostro corpo. L’errore sta qui. Bello il pezzo. Grazie
Siamo nel campo della filosofia della scienza Luca, dunque, il rischio è che si vada avanti all’infinito. E’ discutibile l’affermazione che il progresso scientifico migliori la condizione umana, perché se applichi la relatività e ti proietti in dimensioni temporali già vissute o da vivere e ragioni sulla linea del tempo della storia dell’uomo vissuta facendo delle proiezioni nel futuro in funzione di come la vita dell’uomo è stata già vissuta, non tutti i periodi storici sono stati caratterizzati da miglioramenti della vita. La storia ci parla di cicli, alcuni cicli storici con limiti temporali definiti si sono caratterizzati in positivo, altri in negativo con stermini, genocidi, guerre, terrorismi e, con questo ultimo, crisi. La scienza c’è sempre stata, come c’è oggi, nel valore corrispondente al relativo tempo e credo anche che, affermare di tornare a vivere in campagna e nella natura, facendo a meno delle macchine, ossia tornare indietro con la consapevolezza di oggi, non possa logicamente caratterizzarsi come una conquista della scienza. Riguardo alla vita media, che sia indiscutibilmente una conquista, che dirti: possiamo anche ad arrivare a vivere quanto vivono gli alberi ma bisogna vedere come e poi, un vecchio detto dice: meglio un giorno da leone che mille da pecora. E’ vera la tua affermazione, ma sempre in relazione, non in modo assoluto. La conclusione che tu citi è per gli atei, non per me, io sono credente. Tuttavia non posso che dirti che, se la consolazione del discorso della vita è che “ciò che produciamo in vita sopravviva a noi”, comunque, ti faccio notare che, linguisticamente e logicamente parlando, tuttavia, noi non sopravviviamo…ed è sempre una ragione per non essere atei…
CORREGGO
“non possa non logicamente caratterizzarsi come una conquista della scienza”