di Tommaso Tronconi
Una sconfinata giovinezza di Pupi Avati è un film che fa paura, che spaventa. Per il tema trattato e per lo stile registico usato. Ed è proprio a causa del tema trattato, l’Alzheimer, che quest’opera si è dimostrata il maggior insuccesso della più che quarantennale carriera di uno dei più grandi maestri del cinema italiano. Il film infatti incassò (quando uscì nei cinema a fine 2010) solo 1.009.000 euro, poco meno del trascurabile Il nascondiglio del 2007. Perché? Il pubblico in genere vuole andare in sala per sentirsi coccolato e confortato, e non per confrontarsi faccia a faccia con una malattia che fa paura al solo pensiero. E così il film è stato evitato come la peste nera. Chissà – e lo dico tra il serio e il faceto – forse anche il Festival di Venezia rifiutò per questo stesso motivo il film di Avati, preferendogli La pecora nera di Ascanio Celestini.
Una sconfinata giovinezza è invece un grande film, che, in contrapposizione al germe degenerativo della malattia mentale portata sul grande schermo, rimane forte e nitido nella nostra mente, nella nostra memoria. È un colpo allo stomaco, ma anche un colpo di fulmine. Un’opera che si fa amare e ringraziare, che coinvolge e avvinghia, che fa sospirare profondamente e tiene masochisticamente crucciati.
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Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.


