di Arturo Vitali
In questi giorni di Natale in cui gli indici economici del nostro paese tornano pericolosamente a metterci in allarme, e richiamano con forza la necessità di attuare quelle riforme e quei provvedimenti di cui l’Italia ha imprescindibile bisogno come base per recuperare credibilità sul piano internazionale, ci sembra interessante fornire un’interfaccia sull’andamento delle cose nella politica in Usa.
Durante l’estate ho seguito con passione tutta la serie di aggiornamenti e il filo dei contributi che sul sito di Repubblica ha fornito un osservatore attento e autorevole della condizione americana come Alexander Stille. Avendoci riflettuto sopra un po’, mi permetto qui di rievocare per sommi capi i punti salienti dell’analisi di Stille, per poi aggiungere delle considerazioni personali su alcune tendenze della politica globale.
Stille in sostanza dice:
Prima osservazione. La politica di Obama e del partito democratico americano sono lontane dall’avere dato il meglio di sé nell’adempiere a molti fondamentali obiettivi a suo tempo oggetto di promesse. Nonostante alcuni errori e molti limiti, sarebbe tuttavia molto falso affermare che tra democratici e repubblicani americani non vi siano differenze. Le differenze ci sono e importanti.
Seconda osservazione. Una prima differenza palpabile si trova nella distribuzione delle ricchezze durante i periodi di egemonia governativa repubblicana e democratica. I dati dimostrano, statistiche alla mano, che durante i periodi di governo repubblicano dai primi del Novecento a oggi la ricchezza negli Stati Uniti ha teso a concentrarsi nelle mani di pochi cittadini. Di fatto nei periodi di governo democratico i super ricchi, che sono l’1 % del paese, non hanno detenuto più del 20 % delle ricchezze complessive della nazione americana. Nei periodi “repubblicani” le cifre salgono al 30-40 % e oltre.
Terza osservazione. In entrambi i partiti le corporazioni giocano un’influenza importante, a livello di finanziamento, di pressioni politiche e altro. Ci sono evidenze che dimostrano che questa pressione è molto più forte nel partito repubblicano che nei fatti è in mano ai super ricchi, e non c’è differenza e distinzione reale tra politici, imprenditori e giornalisti nel settore dell’informazione. In molti denunciano le pressioni delle “lobbies” industriali e finanziarie sulla politica della destra americana, e qualcuno ha dichiarato che non si capisce bene se certe televisioni fanno l’interesse del partito repubblicano, o viceversa.
Quarta osservazione. Obama ha commesso un errore a cedere a molte pressioni repubblicane nel piano di fronteggiamento del debito. Tali politiche, poco credibili e per questo colpite dai mercati, non hanno un piano di crescita a lungo termine e puntano più che altro sul ragionamento che, tanto più le sorti degli Stati Uniti andranno male nel breve termine e tanto più facile sarà per gli avversari sconfiggere Obama e il partito democratico alle prossime elezioni. Dietro questo sistema c’è l’affermazione ideologica del principio di non volere impartire nuove tasse, a costo di mantenere provvedimenti scandalosi e risibili come gli sgravi fiscali per i super ricchi per cose come aerei privati e altre porcherie.
Quinta osservazione. Il fatto che gli Stati Uniti siano un paese dove si pagano troppe tasse è assolutamente ridicolo. La pressione fiscale negli Usa non supera il 25%, mentre in paesi del Nord Europa, Inghilterra, Francia e Germania comprese, arriva tranquillamente oltre il 40%.
Sesta osservazione. Alcuni studi molto seri hanno preso in esame la distribuzione del reddito e la qualità della vita nei vari stati degli Usa in base alla considerazione di una serie di parametri. I dati evidenziano che negli Stati Uniti esiste praticamente un andamento a due velocità: gli Stati in cui la qualità della vita è più alta sono quelli in cui di fatto i cittadini pagano più tasse e sono anche quelli che in maggioranza hanno votato per Obama. Gli Stati “repubblicani” non solo sono quelli in cui esistono le maggiori discrepanze tra ricchi e poveri, ma anche nei quali la qualità della vita è inferiore, in base alla considerazione di tutta una serie di fattori.
Settima osservazione. I repubblicani si sono sempre difesi dall’accusa di difendere i super ricchi sostenendo la piena adesione al credo in base al quale nessun limite deve essere posto alla libera iniziativa individuale nella crescita economica. I fatti dimostrano che il mito dell’America basato sulla mobilità sociale è ormai stato da lungo tempo sfatato. A ben vedere esiste oggi più mobilità sociale in Europa occidentale, specie nel Nord, ma anche in paesi più poveri come la Spagna, che negli Stati Uniti.
Ottava osservazione. Lo stato dell’informazione negli Stati Uniti si è enormemente deteriorato. Un tempo le informazioni venivano vagliate, setacciate, convalidate con cura. Oggi le informazioni vengono date in modo sbrigativo, erroneo, totalmente manipolabile. Questo grave declino è in larga parte imputabile all’informazione repubblicana, che ha il controllo delle principali fonti d’informazione come Sky e Fox News. Questi giornalisti danno a bere di tutto: come il fatto che esistono le prove che Saddam Hussein costruisse armi di distruzione di massa o che Obama non sia nato negli Stati Uniti.
Nona osservazione. Vi è stato un declino preoccupante nella classe politica del partito repubblicano. Fino a quindici anni fa in questa fazione, sostiene ancora Stille, vi erano molte persone serie, si poteva convenire o meno con le loro affermazioni, ma erano perseguite con una cerca serietà; ora è a tratti risibile, con personaggi totalmente incompetenti che si abbandonano ad affermazioni false, in base a una pericolosa deriva ideologica, come l’affermazione che il piano della riforma della sanità di Obama sia di impronta “socialista” o “comunista”, anche quando è del tutto basato sul sistema delle assicurazioni private.
Conclusioni. La considerazione di questo quadro non induce a conclusioni rosee per la politica americana, ma nel suo insieme anche occidentale ed europea. Tutt’altro. Ci sono molte prove che il populismo non sia un fenomeno isolato, circoscritto a certe realtà, come quello che si è declinato in salsa italiana. Parallelamente il potere delle multinazionali, specie nel campo dell’informazione, sembra sempre più pervasivo, di pari passo a un inebetimento collettivo, nella direzione, su questa via, di “dittature dolci”, in cui buona parte dei diritti e della libertà dei cittadini viene a poco a poco erosa, con il loro implicito consenso, di chi preferisce avvizzire in questa melma piuttosto che fermarsi a riflettere e ribellarsi.
Vengono da fare amare considerazioni anche sulla sorte delle politiche di sinistra. Di fatto se i partiti di sinistra non esistono più, ora la battaglia sembra giocarsi tra una sinistra che è diventata di centro, e una destra su posizioni sempre più estreme, “ideologiche”, e intolleranti delle frustrazioni. La sua deriva è preoccupante, a fronte della crisi delle società occidentali e dei cambiamenti nell’assetto economico mondiale. Questa destra è convinta che le cose possano andare avanti come sono sempre andate, noncurante dei grandi cambiamenti che sono avvenuti nell’economia mondiale, e che hanno già di fatto molto indebolito l’America e rischiano ora di mettere in ginocchio l’Europa davanti all’avanzamento di forze nuove sul fronte dei paesi emergenti, se nuove politiche economiche non vengono improntate. Le vecchie, basate sul mito del denaro, sull’egemonia finanziaria e sullo sfruttamento indiscriminato dei paesi poveri, si confacevano nella loro spietatezza a un mondo in cui pochi stati occidentali potevano avere il soppravvento sulle risorse mondiali. Un mito che è destinato ad essere sempre più sfatato e che impone l’adozione di una nuova logica basata sulla autentica cooperazione internazionale e su principi di solidarietà, se non vorremo che gli stessi paesi occidentali vengano ripagati della stessa moneta con cui altri più poveri sono stati sempre trattati, laddove questi stanno adesso recuperando potere economico e posizioni competitive.



