di Vladimir Di Prima
Marta la sarta
: è questo il titolo del felicissimo esordio della giovane abruzzese Valentina Di Cesare, edito per i tipi della casa editrice Tabula Fati. Come prima cosa vorrei dire dell’effetto taumaturgico che questo libro ha esercitato sulla mia memoria, nel senso che è stato capace di scavare nei ricordi d’infanzia e di trovare l’esistenza di una certa Marta, bambina bionda altoatesina che cadde da un muretto spezzandosi le braccia.
La cosa certamente più curiosa è che rimase per due mesi con un’impalcatura di gesso a entrambi gli arti, e siccome i genitori avevano un ristorante sull’altopiano di Asiago, fu da me pensare che si sarebbe potuta trasformare in un naturale alloggio per vassoi di polenta e portate varie.
Ora Marta sarà cresciuta, avrà scontato gessi e riabilitazioni, pertiche e soprattutto abbracci. La protagonista del libro, invece, è una donnina di mezz’età, in quarta si legge anche “nubile e senza figli”, che lavora come “commessa da molti anni in una merceria” e che nel tempo libero fa la sarta per i suoi clienti. Un topos letterario semplice, ma non per questo banale.
Se poi è vero che ogni lettore riscrive e interpreta il libro che legge, potrò confessarvi con molta onestà che io Marta me la sono immaginata più vecchia, anzi, me la sono immaginata uguale alla signora Minù Pepperpot, la nonnina norvegese che si rimpiccioliva attraverso i poteri magici del cucchiaino che portava al collo.
Del resto, anche Marta ha un potere magico, ed è quello di saper ascoltare la gente trasformando le piccole vicende del quotidiano in parabole ricche d’ironia. Sebbene la suddivisione voluta dall’autrice unita a una sorta di anafora (il ripetersi a ogni attacco di “Marta la sarta aveva…”) faccia pensare a una raccolta di racconti, non è peregrino ritenere che tutto l’ordito abbia dalla sua la capacità di sembrare un romanzo. Un bel romanzo.
Così incontreremo cani, zii svizzeri, segreti, presentimenti, comò e soprattutto sogni. Insomma, c’è la vita nella scrittura di Valentina Di Cesare, e tutta la sua abilità sta nel fatto di essere riuscita a farla passare attraverso la cruna di un ago, proprio come, con grande leggerezza (che poi è lo stile della favola), dimostra di saper fare la sua protagonista.
Un libro, in conclusione, che merita certamente le nostre lodi, ma che al contempo genera pericolose aspettative. Sarà compito dell’autrice disinnescarle attraverso auspicabili esiti che confermino il talento di una narratrice autentica.



