VALERIO VARESI, IL COMMISSARIO SONERI E OLTRE

di Giovanni Agnoloni

Valerio Varesi, il commissario Soneri e oltre

Valerio Varesi (foto da Wikipedia - v. sotto)

Valerio Varesi (foto da Wikipedia – v. sotto)

Valerio Varesi è uno dei più importanti interpreti del noir in Italia. Reso noto anche fuori dai confini nazionali dalla serie di romanzi dedicati alle indagini del commissario Soneri – poi diventati una popolare serie di sceneggiati televisivi -, è un autore capace di cogliere, addentrandosi nelle pieghe segrete di un genere tra i più amati dai lettori italiani, le sfumature sottili e spesso grottesche della corruzione del sistema-paese, colto dall’angolo visuale della provincia emiliana, che lui ben conosce, vivendo a Parma (anche se è nato a Torino) e lavorando, come giornalista de La Repubblica, a Bologna. E lo ha dimostrato anche in libri che non hanno Soneri come protagonista, come – tra gli altri – Le ombre di Montelupo (Sperling & Kupfer, 2008) e quelli che possiamo considerare due romanzi storici, ovvero La sentenza (Frassinelli, 2011) e Il rivoluzionario (Frassinelli, 2013)

Valerio Varesi Commissario Soneri 2Con Il commissario Soneri e la strategia della lucertola, l’ultimo delle serie noir attualmente pubblicato (Frassinelli, 2014), ha affondato il bisturi narrativo nell’anonimato della corruzione. Come la lucertola, chi gestisce il malaffare maschera accuratamente le proprie tracce, perdendo la coda pur di non farsi acciuffare. L’ho intervistato e gli ho chiesto se sia questa la “cifra” dell’Italia dei nostri tempi.

«Credo proprio di sì. Il potere vero resta sempre al riparo dalle inchieste giudiziarie. Espone dei capri espiatori per salvare se stesso, in una sorta di mediazione. Il fatto è che tra la corruzione e il potere c’è ormai una drammatica commistione. Non c’è nessuna volontà da parte di quest’ultimo di emendarsi, anzi.»

Varesi fa inoltre riferimento al dibattito in corso sul falso in bilancio. «Tutti», spiega, «sanno che una contabilità occulta è l’humus della corruzione, ce lo siamo detto in mille modi. Tuttavia non si promulga una legge che commini pene dure e dia agli inquirenti la possibilità di indagare anche sulle società non quotate, che sono la stragrande maggioranza.»

Allontanandosi dalla dimensione pubblica, poi, emergono altre verità nascoste, meritevoli di essere raccontate, sia pur in forma romanzesca. Il commissario Soneri è abituato a scavare nei recessi del vivere, là dove si annidano segreti che spesso s’insinuano nell’intimo dei personaggi. È proprio per questo che mi sono chiesto quale sia il tratto essenziale dell’evoluzione di Soneri, attraverso tutta la serie.

«Il personaggio si racconta romanzo dopo romanzo. È come un amico che si svela nella frequentazione.» Ne La strategia della lucertola, precisa l’autore, «è molto arrabbiato, duro e tagliente. Si porta dietro più di una frustrazione. La prima riguarda la sua generazione, che ha ereditato un’Italia molto migliorata dai padri e la consegnerà peggiorata ai propri figli. La seconda riguarda il mondo, evoluto in maniera molto diversa da quello che avrebbe desiderato nei suoi progetti giovanili.» Ormai, il personaggio sembra aver preso atto del fatto che «un commissario di provincia non può fare niente contro una malavita ormai globale». E Varesi si rifà a una celebre massima del giudice Davigo durante Tangentopoli, quando affermava come il pool milanese non volesse certo moralizzare l’Italia, ma solo “abbassare un po’ la puzza”.

Emerge perciò la sensazione che il noir sia forse il genere più adatto per cogliere la temperie umana e culturale che caratterizza il nostro paese in questo momento. Varesi concorda, sul punto: «Sì, credo che sia uno strumento efficace a indagare l’attualità. Sempre che sia praticato nella sua versione migliore, vale a dire come romanzo sociale. In un certo senso, copre un vuoto lasciato dalla stagione neorealista terminata negli anni Settanta con Pasolini. Ma non è il solo strumento narrativo per attraversare l’oggi. Io stesso ne uso altri. Quello storico, per esempio.»

Valerio Varesi Commissario Soneri 3Infatti, con La sentenza e Il rivoluzionario l’autore si è immerso nella storia d’Italia, dalla Resistenza agli Anni di Piombo, e – tra l’altro – ha già annunciato il terzo atto di questa ideale trilogia, che affronterà gli ultimi trent’anni del nostro passato nazionale. Varesi sottolinea l’importanza della memoria storica, e della «letteratura come sentinella». Sostiene che un libro debba «fare riflettere, porre degli interrogativi, non intrattenere, come oggi sembra che sia la sua funzione, in molti casi. Soprattutto in un Paese di smemorati, in cui non si ricorda niente di quel che è successo sei mesi fa.»

La sua analisi è dura ma puntuale: parla di certi personaggi che comparivano «nelle fila della Dc accanto ad Andreotti o tra i socialisti di Craxi», e che, «se gli italiani ricordassero, non sarebbero ancora sul palcoscenico a predicare». E precisa come lo stesso Giuliano Amato, recentemente nominato come possibile candidato alla presidenza della repubblica, fosse stato «gran consigliere dello stesso Craxi negli anni (‘83-’87 e in seguito) in cui è maturato il grosso del debito pubblico che oggi ci condanna».

Peraltro, le opere di Valerio Varesi non sono solo denuncia politica e sociale. Il suo stile si connota per una grande attenzione per le atmosfere dei luoghi. Oggi, in un mondo ampiamente omologato, si sta perdendo la coscienza delle specificità locali. È forse qui che può rinascere un humus culturale, anche se a tratti pare che la crisi economica – ma non solo – abbia minato alla radice questo potenziale. Tuttavia, a suo avviso, «più della crisi economica, l’omologazione deriva da un’organizzazione sociale che ricalca i ritmi produttivi e commerciali. La comunicazione, che ne è la voce, è l’agente che forgia il cervello a cominciare dalle giovani generazioni, con la pubblicità e programmi specifici. Tutto vira sul modello standard, perché le differenze sono congeniali a un mondo artigianale, non industriale.»

E l’autore fa riferimento a uno slogan del recente passato, che, imperniato com’era sul concetto degli «united colours», «veniva scambiato per un messaggio di fratellanza», ma «esprimeva, in realtà, la volontà di affermare un mercato globale». E conclude: «Il capitalismo globale sta realizzando quello che era uno degli aspetti più ridicoli del comunismo: vale a dire il possesso di oggetti identici per chiunque.»

Le opere di Varesi hanno avuto successo anche all’estero, grazie alle traduzioni dei suoi libri in numerose lingue e anche grazie alle ottime riduzioni filmiche (la fiction Nebbie e delitti, con Luca Barbareschi). Gli ho chiesto quali siano state, in genere, le reazioni dei lettori/spettatori stranieri.

«All’estero credo che scoprano un’Italia sconosciuta e sorprendente. Gli stranieri conoscono il nostro Paese per cliché: l’arte delle città turistiche, il mare, il sole, il papa e la mafia. Io racconto uno spicchio d’Italia dove c’è nebbia, piove, nevica e non esiste il mare, bensì una grande pianura, un fiume molto diverso da quelli europei e una catena di monti poco nota e frequentata.» Dunque si tratta, come ben spiega, di un «fattore-sorpresa, come lo è per noi leggere gli scrittori scandinavi. Tutti pensiamo che in quei Paesi abitino persone tranquille, compassate e miti. Al contrario scopriamo che c’è violenza, durezza e un passato talvolta imbarazzante.»

(la foto di Valerio Varesi, realizzata da Guido Giombi, è stata dalla nostra redazione tratta autonomamente da Wikipedia)

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