We Live in Time-Tutto il tempo che abbiamo, un film di grande intensità emotiva

We Live in Time – Tutto il tempo che abbiamo è sulla carta un film come tanti, con una classica storia d’amore che procede nel tempo dalla casuale conoscenza tra due anime, fino all’epilogo. Ma narrata con un’intensità emotiva che lascia il segno.

Due vite che si intrecciano quelle di Tobias (Andrew Garfield) e Almut (Florence Pugh) nella magia di Londra: lui rappresentante di un’azienda di generi alimentari dal dolcetto facile, lei ex pattinatrice adesso chef di livello. L’incontro è traumatico nel vero senso della parola, avviene cioè attraverso un’incidente, quando il ragazzo, in una tormentata serata segnata dalla firma sul suo divorzio, viene investito con la macchina dalla futura compagna.

La storia non viene raccontata dal regista John Crowley in modo lineare, ma attraverso continui salti nel tempo, avanti e indietro, con un utilizzo esasperato ma efficace di flashback. È tutto molto chiaro allo spettatore nonostante gli stravolgimenti cronologici, che partono inaspettatamente dalla malattia conclamata di Almut, a cui diagnosticano un cancro in fase avanzata che ne dilania l’anima, ma non la tenacia nel vivere al massimo. Quella stessa voglia di vivere che i due protagonisti manifestano nella fase della prima conoscenza, quando i loro sguardi si prendono, i loro corpi si fondono, le parole e i gesti li uniscono. Tra fasi idilliache e momenti nei quali le rispettive personalità vengono fuori: Tobias è gentile e premuroso, con desideri di famiglia, Almut esplosiva e reduce da un lutto importante, concentrata molto sulla sua carriera culinaria, tanto da voler competere nei massimi campionati del settore.

Oltre agli alti, nella dinamica della coppia non mancano i bassi, a cui i due reagiscono sempre con un passo verso l’altro, con la comunicazione e la reciprocità, anche nei momenti in cui la malattia esplode, trovando anzi in questa un’occasione di vita ancora più intensa. Un’intensità che arriva potente e lacerante allo spettatore.

Si piange a guardare We Live in Time, e non solo per la favola d’amore che viene spezzata dalla crudeltà di una diagnosi, ma anche per immagini che riportano alla consapevolezza che quel “Tutto il tempo che abbiamo” non è poi così tanto, né per Tobias e Almut, né per tutti noi poveri mortali, segnati dalla caducità delle cose umane. Il film ci ricorda ancora una volta quanto godere dell’attimo, del Carpe diem del professor John Keating sia essenziale: i due ragazzi sanno di non avere ancora molto tempo insieme, e lo celebrano in ogni scelta, gesto, parola. Ringraziando la magia di quell’incontro.

La vita dà e toglie, e non possiamo che accettarne il decorso, sul quale il più delle volte non abbiamo voce in capitolo. Ma l’insegnamento di Almut è straordinario: non vuole che sua figlia la ricordi come una malata, ma come una donna capace di eccellere in cucina, il suo campo prescelto di vita. Un modo di reagire che mi riporta alla mente Randy Pausch e la sua ultima lezione, un video da vedere e ri-vedere continuamente per ricordarci il senso più profondo della vita, che tendiamo a scordare nel vortice della burocratica quotidianità.

Ancora più straordinario è Tobias, nell’accompagnare Almut rinunciando ai propri desideri.

Ci sono infatti due momenti significativi nel film, che esprimono con i fatti l’alto grado di amore dell’uomo nei confronti della sua donna: quando esprime per la prima volta una sua aspettativa di famiglia che lei non sente sua, e quando ha in mano le partecipazioni del futuro matrimonio; in entrambi i casi sceglie di non essere egoista, sceglie il bene dell’altro, sceglie di mettere da parte le sue aspettative, perché è troppo più importante tutto il tempo con lei. Indipendente da tutto il resto. “Sono colpevole di voler guardare al futuro, invece di guardare quello che ho davanti a me, e cioè te”, le dice dopo un conflitto su questi temi, consapevole di dover mettere da parte il proprio ego in nome della dea bendata che li ha messi sulla stessa strada. Così facendo, sarà il decorso naturale dell’amore a portare il regalo atteso, in una surreale e quasi comica scena dentro una stazione di servizio.

Sulla carta una storia d’amore come tante, nel concreto un amore con la A maiuscola, dedito all’altro e al suo benessere, senza colpe, né giudizi, né bisogni. Scevro dal volere e dagli attaccamenti, puro come un diamante grezzo. A parlare sono i lucciconi negli occhi dei due mentre si guardano e affrontano la vita, tra gioie e dolori.

Tra Andrew Garfield – attore meraviglioso che ricordo fin dalla commovente interpretazione in Ogni tuo respiro e Florence Pugh ci sono tutte le componenti dell’amore, molte di quelle essenziali descritte nel libro La padronanza dell’amore, del maestro tolteco Don Miguel Ruiz:

  • L’amore non ha aspettative: ci aspettiamo qualcosa, e se non accade soffriamo. Sentiamo che non è giusto, e incolpiamo gli altri di non essere stati all’altezza delle nostre aspettative. Se agiamo per amore invece non abbiamo aspettative (pag.48);
  • L’amore è sempre gentile, la paura è sempre scortese, con la paura siamo pieni di obblighi, di aspettative, compatiamo gli altri e noi stessi e cerchiamo di evitare le responsabilità (pag.50);
  • L’amore è incondizionato, la paura è piena di condizioni. Ti amo solo se ti lasci controllare da me, se sei buono con me, se ti adatti all’immagine che mi sono fatto di te. Creo un’immagine di come dovresti essere, e poiché non sarai mai così, ti giudico e ti trovo colpevole. Sul sentiero dell’amore non ci sono se. (pag.51)

Il finale del film sulla pista di pattinaggio commuove senza retorica né eccessivo miele, lasciando un messaggio di bellezza che va oltre la crudeltà, di costruzione nonostante la distruzione, di forza di volontà nonostante l’inevitabilità. Quella che contraddistingue la vita di noi tutti.

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