WHISKY TRAIL, LA MAGIA DEI SUONI D’IRLANDA

introduzione e intervista a cura di Nicola Pucci

I suoni d’Irlanda, che narrano di fiabe antiche e leggende dell’Isola di Smeraldo, giungono in mio soccorso oggi, 17 marzo, nel giorno in cui si celebra San Patrizio, il suo santo protettore. Ho il piacere e l’onore di ospitare su questo blog i Whisky Trail, che di musica celtica se ne intendono come nessun altro in Italia e che da metà anni Settanta magistralmente intrattengono il pubblico con suggestive sonorità.

Whisky Trail

Giulia Lorimer, voce e fiddle; Stefano Corsi, arpa celtica, armonica, harmonium e voce; Massimo Giuntini, uilleann pipes, bodhran, tin e low whistle; Vieri Bugli, fiddle e bouzouki; Luca Busatti, chitarra e voce; sono i componenti di un gruppo, reperibile in rete, che in questa breve intervista ci raccontano la loro lunga parabola artistica.

Inevitabile partire dal principio: nel panorama musicale degli anni 70 da dove trae origine questa idea che si chiama WHISKY TRAIL?

Stefano. I nostri interessi, comuni a molti musicisti in quegli anni, erano quelli di andare alle radici della musica che ciascuno di noi faceva o aveva fatto, prendendo anche le distanze dagli stereotipi commerciali che spesso la caratterizzavano. Nella musica irlandese vedemmo uno dei più importanti pilastri della musica americana, fino a contribuire, con la musica nera, alla nascita del jazz. Non eravamo i soli a dirlo e così partì questa esplorazione (per la prima volta fatta in Italia) di quel tipo di tradizione. Potete immaginare l’entusiasmo nello scoprire una musica che sentivamo genuina, fino ad essere preda, talvolta, di alcune ingenuità, tanta era la voglia di prendere le distanze dalla musica commerciale. Il nostro repertorio all’inizio era caratterizzato prevalentemente da pezzi rielaborati da irlandesi in America. Attorno al problema socio-politico dell’emigrazione, alla lotta per l’indipendenza dall’Inghilterra, a noi molto cari in quegli anni ’70, trovammo canzoni molto stimolanti. Con il tempo cominciammo a muoverci in modo sempre più appropriato e quella pista del whisky che a metà ‘800 aveva caratterizzato l’emigrazione degli irlandesi in America comincìò ad essere da noi percorsa in senso inverso impadronendoci dei segreti affascinanti del suonare Irish.

Visto che whisky in gaelico significa “acqua di vita”, il vostro approccio alla musica è il riflesso di una visione entusiastica della vita?

Giulia. Non ci ho mai pensato prima, ma credo proprio di sì. Comunque, per me la vita è sempre stata vissuta come un periodo pieno di impegno ma anche di piacevole sfida: 11 figli da tirare su in modo tale da renderli consci del loro dovere di dare al mondo quello che hanno ricevuto.

I Whisky Trail e l’Irlanda: che cosa vi affascina in modo particolare dell’Isola di Smeraldo?

Giulia. Nei viaggi fatti sola o accompagnata prima da mio marito, poi dagli amici, mi ha sempre colpito il loro senso della famiglia (un po’ rigido a dir la verità) ma molto teso all’aiuto concreto fra genitori e figli anche nei momenti di difficoltà finanziarie. Affascinante anche l’allegria nell’affrontare le difficoltà giornaliere. Senza parlare della bellissima visione del mare sempre presente e, all’incontrario delle coste italiane, molto selvaggio.

Stefano. Ho sempre sostenuto che il fascino dell’Irlanda è la sua tradizione culturale, la ricchezza, che non finisce mai di sorprenderci, di racconti, di leggende, di fiabe, l’originale e affascinante visione della vita di quei particolari antichi celti che vi abitarono, che hanno lasciato nomi gaelici ai luoghi d’Irlanda. Ognuno di questi nomi ha dietro una storia, una vicenda più o meno realistica, più o meno fantastica. Sicuramente questo si è mantenuto più che in altre zone d’Europa perché qui i Romani non hanno mai messo piede. Anche la cristianizzazione è avvenuta in maniera singolare ed ha potuto per secoli dare luogo ad un cristianesimo originale e che ha prodotto il monachesimo irlandese, che è stato tanto importante per l’Europa continentale. Così, per noi l’Irlanda è soprattutto un luogo dell’anima.

Quali sono state le difficoltà incontrate nel dover diffondere un tipo di musica come la vostra su un territorio come quello italiano certamente difficile da penetrare?

Stefano. La scelta che abbiamo fatto tanti anni fa non era la ricerca del successo perciò non abbiamo mai cercato il compromesso e non ci siamo creati delle vere e proprie aspettative. Per questo non possiamo parlare di difficoltà particolari. Quando poi ci trovavamo davanti ad un pubblico composto da persone che andavano dai giovani fino agli anziani, tutti accomunati da un unico entusiasmo, dapprima ci meravigliavamo, poi ci siamo detti che è proprio il tipo di musica, la musica irlandese, che unisce le età e le diverse culture, e questo succede ancora oggi. Certo, i problemi ci sono ma dipendono più dalla crisi economico-morale dei nostri tempi che porta a ridurre sempre di più gli spazi culturali.

Quali sono state le tappe principali di questi “primi” 37 anni di carriera?

Giulia. I viaggi all’estero via mare, la registrazione via via dei dischi dove raccoglievamo ciò su cui avevamo lavorato con amore e tanta dedizione e che ci interessava trasmettere al pubblico.

Stefano.Tante sono le cose che si potrebbero dire. Alle cose dette da Giulia si possono aggiungere le trasmissioni in televisione, le critiche, per noi sorprendenti e che non ci aspettavamo, della critica musicale irlandese, il fatto che attraverso l’ascolto della nostra musica siano nati gruppi musicali e tanta gente abbia preso la via dell’Irlanda… ci sono nostri ‘vecchi‘ giovani fan che sono diventati esperti di cose irlandesi in Irlanda: uno di questi è diventato uno dei massimi esperti di gaelico antico e insegna all’università di Galway, un altro è diventato, pur giovane, un dirigente di una ditta irlandese che coltiva semi di piante originali del territorio irlandese. Queste per me sono forse le due più belle soddisfazioni. Ma la cosa più importante è stata ed è ancora il ritrovarci settimanalmente a provare a casa di Giulia dove restiamo puntualmente a mangiare: su quel rito settimanale si regge la vita dei Whisky Trail.

Vi immedesimate più nello spirito irlandese attraverso le “cover” o attraverso i brani di vostra creazione?

Stefano. Solo nel secondo disco del 1977 facemmo qualche cover anche per imparare alcune cose. Ma poi il nostro atteggiamento è stato, prima, quello di rifarci alle raccolte scritte della tradizione, successivamente quello di comporre noi stessi melodie, danze che si inserivano sul filone della tradizione, anche perché nel frattempo cresceva in noi la voglia di battere la pista della ricerca letteraria che faceva da stimolo alla nostra creazione. Questa ad oggi rimane la ‘cifra‘ che distingue la musica dei Whisky Trail, cosa che ci è stata riconosciuta anche in Irlanda.

Come è sopravvissuto nel tempo, e qui chiedo a Giulia e a Stefano che hanno attraversato il lungo periodo dal 1975 ad oggi, lo spirito della vostra formazione?

Giulia. Mi sembra che lo spirito abbia retto sempre bene. Affetto e tolleranza reciproca e soprattutto aiuto nei momenti per me più difficili.

Stefano. I cambiamenti di formazione li abbiamo vissuti sempre come occasioni di rinnovamento, quasi fossero possibilità di riattingere alla sorgente di quell’entusiasmo che ci ha da sempre caratterizzato. E bello è, nel tempo, l’aver mantenuto i rapporti con coloro che sono passati dal gruppo, non a caso di quando in quando abbiamo fatto e continueremo a fare cose insieme. Fra l’altro, da parte di tutti gli ex componenti c’è ancora un forte senso di appartenenza al gruppo.

Che tipo di evoluzione tecnico/strumentale ha conosciuto il gruppo nel corso degli anni?

Stefano. La più importante è stata quella di inizio anni ’80. Un cambio di formazione portò il gruppo ad approfondire il modo di suonare la musica irlandese. E’ da lì che è partito il lavoro che ci ha portato poi a realizzare Pooka e The Frenzy of Suibhne che hanno colpito la critica internazionale per la padronanza del linguaggio e l’originalità dei temi proposti. Si trattava infatti di mettere in musica l’atmosfera magica delle fiabe irlandesi in Pooka e l’immaginario simbolico celtico che stava dietro alla vicenda del re del settimo secolo dopo Cristo, Suibhne.

Nel 2001 avete partecipato a Firenze al concerto-conferenza in onore di Bobby Sands; ecco, cosa c’è nella musica dei Whisky Trail? Costume? Tradizioni? Storia? Anche politica?

Giulia. Direi che forse c’è un po’ di tutto questo!

Stefano. Nel primo periodo della nostra storia l’aspetto politico aveva una grande importanza che è andata allargandosi alla storia d’Irlanda e da lì alle fiabe, alle leggende, a quel mondo celtico pieno di simbologie e significati che non finiamo mai di scoprire o approfondire.

Memori del vostro libro pubblicato nel 2005 “La musica nelle parole” vi chiediamo: qual è per voi il segreto del rapporto tra musica e parole?

Giulia e Stefano. Abbiamo sentito l’esigenza di pubblicare quel libro perché ci siamo resi conto che la nostra musica nasceva proprio dalle parole e rileggendole abbiamo ritenuto che potessero vivere anche da sole. Ci sembrava, pubblicandole, di indicare il cuore della nostra musica dando la possibilità ai nostri ascoltatori di capirla meglio.

Quali sono i progetti ai quali state lavorando?

Stefano. Per il futuro, dopo aver fatto due anni fa la compilation con alcuni brani degli inizi, Beginnings, e ques’anno la raccolta di ninne nanne internazionali di Giulia Lorimer, Nana’s Lullabyes, per il festeggiamento dei suoi 80 anni, cominceremo ora a dedicarci alla registrazione di un nuovo CD di cui abbiamo pronto quasi tutto il materiale. Fra l’altro una parte la stiamo già collaudando nei nostri concerti. Ora occorre cominciare a registrare.

Aggiungo: sì, cari Whisky Trail, registrate ed diffondete la vostra musica. Regala emozioni.  E ve ne siamo grati.

2 Comments

  1. Giovanni Agnoloni 18/03/2012
  2. Stefano 07/03/2013

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