X Factor: perché il vero talento viene ingoiato dallo show

Siamo onesti, popcorn alla mano, telecomando nell’altra. Parte la sigla, le luci si accendono, i giudici sfoderano sguardi fascinosi e intensi. Come ogni anno, siamo pronti a cercare la voce, l’artista che cambierà tutto, il talento puro, perché ormai se vuoi far carriera nel mondo della musica è da lì che devi passare o comunque da qualche altro reality.

Dopo settimane di lacrime, standing ovation, “sì” urlati e “no” sofferti… cosa resta?

La tendenza più preoccupante di X Factor non sono le canzoni, ma forse il programma stesso. Un format nato per trovare il talento che, anno dopo anno, dimostra di essere la macchina perfetta per disinnescarlo.

X Factor non è più un’accademia. È un tritacarne mediatico spettacolare, oliato alla perfezione, che sacrifica l’arte sull’altare dell’Auditel.

Il problema n.1: lo show si divora la musica

Il focus si è spostato. Non ci interessa più come canta Tizio, ma perché canta, quest’anno ne hanno fatto le spese i Plastic Haze, una band che avrebbe potuto vincere addirittura questa edizione.  Di fatto ci appassioniamo più alla lite tra i giudici che all’arrangiamento di un pezzo. X Factor è diventato un reality show mascherato da talent musicale. Le categorie, le squadre, le eliminazioni shock, sono tutte dinamiche televisive studiate per creare drama, non per coltivare un vero percorso artistico.

Il talento, in questo scenario, diventa un accessorio. Serve un cantante con una storia strappalacrime? Trovato. Serve quello strano per creare divisione al tavolo dei giudici? Eccolo!

L’incubo delle assegnazioni: una omologazione forzata

Questo è il punto cruciale dove il talento si spezza.

Prendi un artista con un’identità precisa, un cantautore con una penna delicata o un rocker con un’anima graffiante. Cosa fa X Factor? Lo costringe in una box.

  • Settimana 1: la cover che spacca (spesso un pezzo radiofonico che non c’entra nulla con l’artista).
  • Settimana 2: il pezzo in italiano, perché serve. (perché “serve”).

Il risultato? L’artista viene spersonalizzato. Gli viene chiesto di essere versatile, che nel linguaggio televisivo significa essere capace di cantare qualsiasi cosa ti diamo, anche se snatura chi sei. Non si cerca l’unicità, si cerca l’esecutore perfetto, il prodotto più facile da vendere adesso.

Non si valorizza, si adatta. E adattare un talento significa quasi sempre smussarlo, renderlo innocuo, uguale a mille altri.

L’eccezione che conferma la regola: i Måneskin

“Eh, ma i Måneskin?”. Certo. I Måneskin sono l’alibi perfetto di X Factor.

Ma analizziamoli: i Måneskin non sono nati grazie a X Factor; sono sopravvissuti nonostante X Factor. Sono arrivati alle audizioni con un’identità così dirompente, un’immagine così definita e una fame così cieca che il programma non è riuscito a scalfirli anche se ci hanno provato.

Loro sono l’eccezione che conferma la regola. Per ogni Måneskin che ce la fa, ci sono decine di talenti veri (penso a N.A.I.P., ai Melancholia, e a tanti altri) che vengono masticati dal format: troppo complessi, troppo poco “pop”, troppo veri per un programma che cerca la hit facile.

Insomma vogliamo artisti o concorrenti?

Non fraintendeteci, X Factor resta un intrattenimento televisivo di prim’ordine. È luccicante, veloce, emozionante. Ma ha smesso di essere rilevante per la musica.

Il vero talento oggi non si trova (più) su quel palco. Il vero talento suona nelle cantine, carica pezzi su TikTok da una cameretta sfuocata, costruisce la sua fanbase un concerto alla volta.

X Factor non valorizza il talento ma lo usa. Lo usa per una stagione TV, per riempire i palinsesti e vendere pubblicità. Poi, spente le luci, l’artista si ritrova con un contratto discografico e clausole stringenti e un pubblico che lo ha già dimenticato in attesa del vincitore del prossimo reality.

Forse è ora che smettiamo di chiedere a X Factor di scoprire la musica del futuro. E forse, per i veri artisti, la mossa migliore è stare il più lontano possibile da quel palco.

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