di Claudia Boddi
“Tutto quello che hai sempre visto come felicità, passeggiare, fare l’amore, stare in fila per un concerto, nuotare, diventa superfluo. Secondario. Meno importante. Trascurabile. Ogni ora ti appare inconstante e vana se non dai energie alla scoperta, allo stanare, al raccontare […] Valeva la pena? No. […] Non vale mai la pena, nonostante tu creda che il sacrificio verrà ricompensato dalla storia, dall’etica, dagli sguardi di approvazione”. (“Zero zero zero”, Roberto Saviano, p. 434)
“Zero zero zero” è il libro di Roberto Saviano pubblicato da Feltrinelli nel 2013 che uscirà in diciotto paesi del mondo. Recensire questo libro è compito delicato perché chiunque lo abbia letto o lo leggerà sarà portato a sottolineare cose diverse che lo hanno colpito. Ai vertici delle vendite da diversi mesi, “Zero zero zero” è un’opera complessa, una seconda “Gomorra”, quanto a impianto narrativo e a impostazione, che racconta storie di cocaina e di narcotraffico internazionale, di sanguinarie associazioni nate con la ferocia di delinquere, di logiche economiche volte al malaffare rodate ormai da anni, da sembrare quasi perfette. Ma racconta soprattutto storie di persone. Uomini e donne, di ogni provenienza, che hanno toccato a vario titolo l’abisso, oscillando lungo le sue estremità, inebriandosi del profumo del potere, quando il picco era alto, e marcendo sul suo fondo, quando era la volta del lato basso. Storie di chi vi è incappato per lavoro o per amor di verità e che poi ha pagato con la vita quelle ingerenze da ficcanaso. Ma non è raro incontrare nello scorrere delle pagine di carta riciclata, righe che riguardano anche la sua storia, quella di Saviano uomo e scrittore, trasformata in una cattività forzata, dopo la decisione di far cadere il velo che copriva cose che a posteriori, a suo avviso, era meglio non svelare.
foto tecalibri.info
“Hai visto in faccia che cosa è l’uomo e vedi in tutti somiglianze con lo schifo che conosci. Vedi l’ombra di ognuno. […]” .
Salinger diceva: “quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere […] vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Questa è una sensazione che mi è capitato di provare spesso, arrivata all’ultima pagina di un libro, ed è quello che mi è successo anche dopo aver finito di leggere “Zero zero zero”. Si ha la percezione infatti che sia un percorso in fieri, è come se chi legge avesse la consapevolezza di entrare in mezzo a una trama che esiste già prima di te e che proseguirà anche dopo. Non è un libro facile, “Zero zero zero”, di quelli che possono essere letti comodamente seduti nel vagone di un treno, distratti dal paesaggio che corre veloce fuori dal finestrino o tra le voci che si sovrappongono nella sala d’aspetto di un dentista. A tratti, assume la fisionomia di un’inchiesta vera e propria su temi ostici talvolta difficili da comprendere e finanche da concepire per quanto sembrano incredibili. Tra i tanti, particolarmente degno di nota risulta il reportage sui muli della droga, che segnalo come una delle parti più interessanti di tutto il lavoro. Lo stile è quello a cui Saviano ci ha abituato in questi anni: incalzante, temerario, senza fronzoli.
Tanti i dati documentati sulla polvere bianca che è il prodotto maggiormente richiesto nell’economia mondiale, poiché passa dal produttore al consumatore, senza costi intermedi di nessuna sorta:
“Se nel 2000 il suo utilizzo si limitava quasi esclusivamente a strati privilegiati di popolazione, ora si è democratizzata. Gli adolescenti, prima lontani da questo tipo di consumo, oggi sono la fetta di mercato più appetibile.”
“Oggi un grammo di cocaina costa intorno a sessanta euro sulle strade di Parigi. […] Secondo l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze circa tredici milioni di europei hanno sniffato coca almeno una volta nella vita. Tra questi sette milioni e mezzo hanno un’età compresa tra i quindici e i trentaquattro anni.”
Un libro da leggere, da possedere, se non altro perché rappresenta un altro varco, aperto dallo scrittore, nel cammino impervio verso la possibilità di chiamare le cose con il loro nome. Senza oltre modo raccontarsela. Un buon esercizio per tutti.



