Tre ciotole è uno di quei film che lasciano il segno, che colpiscono dove devono colpire. Dentro. Proprio lì, dove la protagonista si ritrova in seguito all’inevitabilità della vita.
Marta (Alba Rohrwacher) perde l’amore, lasciata dal compagno Antonio (Elio Germano) col quale è evidente ormai l’incapacità di comunicare. Anni di relazione che si polverizzano in un attimo, come succede ogni giorno a molti di noi. E le conseguenze psichiche sono sempre devastanti, paragonabili a due gambe che non reggono più, soprattutto se non sorrette da una muscolatura allenata. Nonostante sia proprio un’ex ginnasta adesso insegnante di educazione fisica, Marta – come succede spesso nelle relazioni – aveva fondato la sua esistenza degli ultimi anni intorno al partner, cuoco stellato di un ristorante romano. Sì, siamo nell’imperiale Roma, brulicante di vita e caos, di bellezza e smog.
La nostra Alba – che apprezziamo sempre, con quel suo sguardo drammatico e melanconico, perfetto per simboleggiare le sofferenze di cuore – cade in una nube grigia, fatta di rancore che la porta a scrivere recensioni negative al ristorante dell’ex, di vuoto incolmabile, di alimentazione disordinata e disturbi alimentari. Attanagliata da dolori allo stomaco, decide allora di recarsi da una gastroenterologa spinta dalla sorella, fino all’improvvisa scoperta di quello che nessuno vorrebbe mai scoprire: un tumore, al quarto stadio.
La fine di una relazione e la fine della vita che si intrecciano, amore e morte che si intersecano. Due temi che tra le tante hanno in comune il lutto, la tristezza, ma anche la rinascita. Perché è nei momenti più difficili che arriva inaspettata la Forza della vita che cantava Paolo Vallesi nella sua struggente canzone:
C’è una forza in noi amore mio, più forte dello scintillio, di questo mondo pazzo e inutile. È più forte di una morte incomprensibile, e di questa nostalgia, che non ci lascia mai. Quando toccherai il fondo con le dita, a un tratto sentirai, la forza della vita che ti trascinerà con sé. Amore non lo sai, vedrai una via d’uscita c’è.
Spazio alla musica, che ci allieta sempre.
Mentre Antonio è arrovellato dal ricordo, dalla nostalgia, dalla mancanza, e torna sui suoi passi, Marta rinasce alla vita scoprendo la morte. Una sensazione che ho sentito spesso in chi ha vissuto questa dolorosa esperienza permeata di paura. Penso a Randy Paush e alla sua ultima lezione, di cui avevo già parlato in occasione del film We live in time che ha tanti punti in comune con Tre Ciotole, penso a Tiziano Terzani e alla sua ricerca di una soluzione narrata in Un altro giro di giostra, e culminata in La fine è il mio inizio. Persone dotate di una forza interiore straordinaria, che va oltre il corpo fisico.
E così fa Marta, va oltre. Trova la sua anima. E assaporando finalmente un alimento che non sia un paninaccio con la maionese o una scatoletta di tonno, ma un gelato dolce e gustoso, ritrova il sapore. Ritrova la voglia di cucinare manicaretti in quelle tre ciotole prese al supermercato con una raccolta punti. Ritrova la visione del paesaggio. Ritrova la voglia di imparare il coreano. Ritrova la schiettezza senza ipocrisia. Ritrova la capacità di esprimere un sentimento nascosto al collega di scuola. Ritrova la capacità di pensare alle sue alunne, all’altro, senza porsi al centro di un mondo che inevitabilmente continuerà senza di lei. Un mondo che ogni giorno va avanti anche senza il nostro ego, in quanto granello di un universo infinito.
In questo turbinio di emozioni, Marta si porta anche in casa un cartellone pubblicitario del cantante coreano Jirko, compagno virtuale e simbolo del sogno che si avvera, di una vita che poi si renderà conto valere sempre la pena di essere vissuta.
Non cercherà più l’appoggio di una relazione al proprio tormento, vivrà alla grande come Jack Nickolson e Morgan Freeman in Non è mai troppo tardi. Perché no, non è mai troppo tardi, anche se il tempo è tiranno.
Non ho letto il libro di Michela Murgia al quale è ispirato il lungometraggio, e non posso esprimermi. Certo è che il film emoziona, e già questo è un plus da voto alto. Non è mai scontato riuscire a farlo, nemmeno nelle pellicole più acclamate. E poi sul grande schermo, viene trasmesso tutto il sentire provato dall’autrice, che si ritrovò a vivere proprio la condizione di Marta, suo alter ego.
La preziosa colonna sonora, nella quale spicca la bellissima canzone Sant’Allegria del duo Ornella Vanoni-Mahmood (quest’ultimo in versione super inedita da applausi),
la bravura di due talenti del cinema italiano come Germano e Rohrwacker, e la cornice dell’imponente bellezza di Roma – nella quale c’è una scena in un punto dell’Isola Tiberina nel quale sono stato, guarda caso, poche settimane fa – fanno il resto.
Il film di Isabel Coixet è delicato e struggente, e soprattutto ci mette nella condizione di dover riflettere, anche sulla nostra vita. Perché siamo tutti un po’ Marta. Ci ritroviamo tutti, chi più chi meno, in fasi e per motivi diversi, a dover affrontare ostacoli e momenti insormontabili. Possiamo cadere per una relazione: l’amore di coppia è bellissimo, quando sano e capace di aggiungere valore alla vita reciproca, ma ciò che conta più di tutti è l’amore per noi stessi, per la nostra vita, da vivere a pieno, lontano dalle relazioni tossiche, lontano dalle violenze che ci infliggiamo quotidianamente in nome di qualcosa che non è profondamente nostro. Possiamo cadere per una malattia: ma possiamo reagire con la forza della gentilezza, da esercitare possibilmente sempre e comunque, e con la forza della bellezza, a nostra disposizione se scegliamo di vederla.
“Siamo ciò che mangiamo” diceva il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, che risuona spesso nelle parole del collega filosofo di Marta. L’alimentazione, ciò che vediamo, ciò di cui ci circondiamo, come reagiamo agli eventi sono tutti elementi che portano o meno al compimento della nostra missione di vita. Che non è diventare necessariamente qualcuno, ma essere la versione migliore di noi stessi, o quantomeno provare ad esserlo.
La festa finale che chiude Tre ciotole mi riporta alla mente anche lo spettacolo teatrale visto di recente, Il vento sorrideva, dove di fronte alla morte i protagonisti si ritrovano di fronte ad una bara che diventa grottesco tavolo per una pizza. Sì, la vita va celebrata in ogni attimo, anche nei più dolorosi, come ha imparato a fare Marta.
È la cosa migliore che possiamo fare. Anche se tra le più difficili in assoluto.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.



