di Giorgio Galli
Alan Turing, omosessualità e discriminazione
Ora tutti parlano di Alan Turing. Nel 1954, Turing si suicidò mangiando una mela avvelenata: amava la favola di Biancaneve, e negli ultimi anni camminava canticchiando la musica del film Disney. Volle morire così: una morte romantica per un uomo a cui il romanticismo fu negato.
Alan Turing era stato condannato per omosessualità nel 1951. Fu uno degli ultimi processi per omosessualità nel Regno Unito. Il Parlamento di Sua Maestà già discuteva dell’abrogazione del reato di omosessualità. Ma, fino al 1967, il Parlamento non abrogò questo reato, e continuò a perseguire – e condannare – persone omosessuali. Turing era convinto che la legge d’abrogazione sarebbe presto arrivata, gli sembrava illogico che non arrivasse, e per tutto il processo continuò a ripetere: “Non vedo nulla di malvagio nelle mie azioni”.
Aveva ragione: non c’era nulla di malvagio. Ciononostante, il Parlamento di Sua Maestà non abrogò il reato, la legge non arrivò, Turing fu condannato. Tra la galera e la castrazione chimica, scelse la seconda. Il cervello continuò a lavorare, ma il corpo non era più il suo. Gli crebbero i seni. Debilitato, umiliato, Turing addentò la mela avvelenata. E se ne andò come l’uomo di una favola, se ne andò di nascosto com’era vissuto. Se ne andò come un personaggio di una favola e non come un uomo reale. Evidentemente non si sentiva di questo mondo.
Prima del film pochi conoscevano il suo nome; eppure erano stati lui e Von Neumann a creare ciò che oggi è il computer. Fu lui a creare il concetto di intelligenza artificiale. Noi viviamo nel mondo di Turing. Il computer da cui gli omofobi lanciano le loro invettive, nascosti dietro l”impunità degli avatar, è opera dell’omosessuale Turing.
Ma noi non solo viviamo nel mondo di Turing, forse viviamo anche grazie a Turing. Tra il 1974 e il 1995, documenti militari vennero desecretati, e dimostrarono che il Professor Turing, durante la guerra, era a capo del team di ricercatori che aveva decifrato il codice segreto dei nazisti, che aveva decriptato cioè le comunicazioni militari che i nazisti mandavano in codice con la loro macchina Enigma. Fu la Macchina di Turing a decifrare Enigma. Se oggi viviamo nel mondo di Turing, è perché, se Turing non avesse decifrato Enigma, la guerra sarebbe stata più lunga, e avrebbe avuto esito più incerto. Forse parleremmo tutti tedesco, se Turing non avesse decifrato Enigma.
Eppure, su quest’uomo fondamentale si stese una completa damnatio memoriae. Il Parlamento di Sua Maestà, che gli doveva semplicemente la propria sopravvivenza, non fece nulla per impedire quel processo vergognoso e una castrazione chimica ancor più vergognosa.
Ci si commuove e indigna, oggi, con questa affermazione di Turing: “Forse un amico artificiale, con il suo pensiero elementare, potrà capirmi meglio di quanto non abbiano fatto gli umani, distratti da preconcetti, formalità, convenienze sociali che non hanno alcuna necessità logica di esistere.” Quasi certamente Turing vi aveva espresso il disagio di dover nascondere la propria identità sessuale. Ma, inseguendo la vita di Turing, vengono fuori anche altri particolari. Turing fu un bambino chiuso, lento, sottovalutato dai maestri. Uno studente scostante, irrequieto, dai modi bizzarri. Un adulto singolare, con curiose abitudini e manie. I neurologi appassionati di diagnosi retroattive ravvisarono nel poco che si sa del suo carattere i sintomi della Sindrome di Asperger.
In The imitation game, Turing è descritto come un Asperger da manuale. Anzi, come una diagnosi di Asperger che cammina. È perfino esagerato il modo in cui gli autori hanno restituito i tratti dell’Asperger. Turing non guarda negli occhi, è privo di empatia, prende tutto esclusivamente alla lettera. “È ora di pranzo, Alan, ti piacciono i sandwich?”, “No”. “Hai fame?”, “Sì”. “Ti va di mangiare?”, “Vorrei prima finire il lavoro”. “Allora non vieni a mangiare con noi?”, “State andando a mangiare?”. “Te l’ho appena detto”, “Tu non mi hai detto che stavi andando a mangiare, mi hai solo chiesto se volevo un sandwich”.
Il vero Turing non era così, dicono quanti lo hanno conosciuto, e ci crediamo. Se anche Turing ha avuto la Sindrome di Asperger, la Sindrome non si presenta in maniera così pedestre. E poi Turing è morto nel ’54. A quell’epoca la Sindrome non esisteva. Hans Asperger aveva già scritto i suoi articoli, ma le conclusioni furono tratte da Lorna Wing nel 1981; ed è solo nel 1994 che la Sindrome di Asperger comparve nel DSM-IV come categoria medica a sé stante. Di conseguenza, ogni diagnosi retroattiva è solo un’ipotesi, un esercizio psichiatrico di accademia.
Ma gli autori del film non volevano raccontare la vera vita del signor Turing. Volevano raccontare l’epopea del Diverso. E hanno reso Turing un Asperger fin troppo Asperger, a significare una diversità radicale: prima ancora che essere sessualmente diverso, il loro Turing è neurologicamente diverso: è un neurodiverso, come si dice delle persone il cui carattere rientra nello spettro autistico. Gli altri, i non autistici, sono i neurotipici. Il Turing del film è diverso nella sua struttura più profonda, nella sua architettura neurale. È a tutti i livelli un atipico.
Hanno accusato il film d’essere la brutta copia di A beautiful mind. Non vedo il nesso. Non c’è discriminazione, in A beautiful mind: il John Nash del film (diverso dal John Nash reale) riesce a convivere con la schizofrenia perché non è solo. Il Turing del film è completamente solo. È discriminato perché neurodiverso. È discriminato perché omosessuale. Nash, nel film come nella realtà, alla fine vince. Turing, nel film come nella realtà, alla fine perde tutto. Nash è vivo e insegna. Turing è morto addentando la mela avvelenata. Ma ha salvato milioni di vite. Il Turing del film è una figura cristologica. C’è poca differenza fra lui e il “folle in Dio”.
Non è questa la sede per stabilire il valore artistico del film. Altri lo faranno con metro più certo. Il Turing del film è l’ultimo erede di una teoria di folli carismatici, incapaci di vivere ma dotati di talento visionario, che ha il suo capostipite nel Lawrence d’Arabia di Lean. Il Turing del film somiglia più a Lawrence che a Nash: come Lawrence è omosessuale; come Lawrence è sconfitto, e muore di sua propria mano. (Lawrence non è morto suicida, ma è morto per disperazione, schiantandosi a folle velocità sulla sua moto.) Turing e Lawrence combattono una guerra vera; il Nash di A beautiful mind immagina solo, nel delirio, di combatterla. Il senso del film non è nel rispetto della verità storica, né nel valore estetico del film in sé. È nella tensione civile del voler mostrare quanto l’umanità deve ai Diversi, e quanto li abbia perseguitati.
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(la foto di Bletchley Park, di Draco2008, è stata dalla nostra redazione autonomamente tratta da Wikipedia)



