BLOODY SUNDAY, UNA STRAGE SENZA COLPEVOLI

di Emiliano Morozzi

Un pugno allo stomaco. Un film che lascia dentro rabbia, indignazione, ma anche la voglia di non dimenticare, di continuare a chiedere giustizia per una strage impunita, a trent’anni di distanza: questo è “Bloody Sunday”, la pellicola del regista britannico Paul Greengrass che ripercorre, con uno stile da documentario i tragici eventi di quella maledetta Domenica.

Siamo nell’Irlanda del Nord, già da qualche anno agitata dal conflitto tra protestanti e cattolici e tra sostenitori della riunificazione del paese e coloro che invece vogliono mantenere la regione sotto il controllo della corona britannica. Nella città di Derry (così gli irlandesi chiamano la città di Londonderry) il 30 gennaio 1972 il Northern Ireland Civil Rights Association, movimento nordirlandese per i diritti civili, organizza una marcia pacifica per protestare contro l’internment, la possibilità per le forze di polizia di internare chiunque a tempo indefinito, con la sola approvazione del Ministro dell’Interno. Ivan Cooper è uno dei principali organizzatori dell’evento ed è lui che la telecamera segue come un’ombra nelle fasi iniziali del film, facendo sentire lo spettatore partecipe di quei momenti. Interpretato magistralmente da James Nesbitt, il protagonista è un personaggio per l’epoca rivoluzionario: politico protestante e membro del parlamento, ha una relazione con una donna cattolica e ne rivendica i diritti, nel clima già arroventato dell’Ulster cerca in tutti i modi di costruire un’alternativa pacifica alla lotta armata e si fa in quattro, mediando con l’esercito inglese e con l’Ira, per evitare scontri che possano dare ai paracadutisti presenti in città l’occasione per intervenire.

La locandina del film (amazon.com)

Dall’altra parte invece c’è chi lavora per gettare benzina sul fuoco: in città arriva un reggimento di paracadutisti inglesi, e la marcia diventa occasione per il generale Ford di procedere ad arresti indiscriminati tra i manifestanti: quella è la sua missione, e la porterà avanti, sprezzante di tutti i consigli che gli vengono dati dal brigadiere Maclellan (Nicholas Farrell) e dal capo della polizia locale, salvo poi scaricare la responsabilità dell’eccidio proprio sul suo sottoposto. Fra i militari non ci sono teste pensanti: tutti ragionano con la logica del generale Ford, come se avessero ricevuto un sostanzioso lavaggio del cervello, e quei pochi che hanno qualche dubbio, si ritrovano impotenti, o costretti all’obbedienza e all’omertà dalla logica del branco. È il caso dello stesso Maclellan, che cerca in tutti i modi di separare i manifestanti pacifici dai facinorosi, ma assiste impotente all’insubordinazione del colonnello Tugwell, che porta la propria unità ad intervenire proprio là dove si raduna il grosso dei manifestanti. Ed è anche il caso di un giovane addetto alle comunicazioni radio, disgustato dai discorsi bellicosi e sanguinari dei compagni d’arme ma messo subito in riga appena solleva l’obiezione che in fondo i manifestanti sono solo un mucchio di ragazzini e non di assassini di professione. Anch’egli si piega alla logica del branco e, di fronte alla commissione d’inchiesta, ripeterà la stessa versione preconfezionata dei compagni. Ultimo protagonista della vicenda è Gerry Donaghy, giovane cattolico che ama una ragazza protestante, diviso tra la voglia di ribellione contro l’esercito inglese e la paura di finire in prigione, perdendo il lavoro e la donna amata. Sarà una delle vittime del Bloody Sunday, ucciso mentre tentava di scappare dalla muta di paracadutisti sguinzagliata dal generale Ford nel Bogside, il cuore della Derry cattolica, un’area nella quale fino a quel momento l’esercito inglese non aveva mai messo piede.

È l’epilogo tragico di una giornata che doveva essere festosa per i difensori dei diritti civili: quando i paracadutisti irrompono nel Bogside, si scatena l’inferno. I manifestanti più facinorosi, alla vista dei blindati, si danno alla fuga, e i militari cominciano a sparare con pallottole vere, come se fossero al poligono: alla fine della sparatoria, giacciono in terra morenti tredici persone, in gran parte ragazzi, uccisi mentre scappavano. La strage del Bogside, invece che servire per placare la tensione, scatena la guerra civile: la sera stessa, decine di nordirlandesi cattolici fanno la fila per arruolarsi nell’Ira, decretando la fine del movimento per i diritti civili. Come sottolinea Cooper nella conferenza stampa che chiude il film, la “Bloody Sunday” è stata la più grande vittoria dell’Ira. L’ultima parola spetta ad un’attivista del movimento che dichiara: “Non ci fermeremo fino a quando non avremo fatto giustizia!”. A quarant’anni di distanza, nessuno degli assassini del “Bloody Sunday” è stato condannato ed i generali responsabili di quel massacro sono stati decorati dalla regina.

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