IN VIAGGIO CON LA VESPA 2: IN AFGHANISTAN

Prosegue il viaggio nel mondo in Vespa di Giorgio Càeran. Ecco la seconda puntata: dopo la Turchia, l’Afghanistan.

di Giorgio Càeran

Da Giramondo libero – In viaggio con la Vespa o con lo zaino (Giorgio Nada Editore)

(aprile 1978; parte di un viaggio iniziato il 21 agosto 1977 e finito il 20 luglio 1978):

Pranzo in una specie di bettola lungo la strada. Il termine “bettola” (taverna oppure osteria) è improprio, perché evoca troppo l’idea del vino che invece nei Paesi musulmani è del tutto assente. Sergio Stocchi ritiene che le parole che verrebbero meglio da usare per definire tali locali, siano quelle latine: taberna, caupona, forse – come lui sostiene – per la presenza dei rudimentali forni di pietra dove si cuociono in continuità grosse pagnotte, simili a quelli dei fornai di Pompei.

In ogni caso sul pavimento ci sono tappeti di fibre varie, consumati. Ci si raccoglie a gambe incrociate e a piedi scalzi. Il cibo è costituito da carne di montone e riso; la bevanda è il çai. Si mangia senza posate e raccogliendo il cibo con il pane; io mi adeguo a questa comoda usanza per compiacere i gestori e gli altri clienti del locale. Ricevo, infatti, cenni di consenso dalla gente che mi sta attorno, anche per via del mio modo di esprimermi in farsi. Adattarsi al loro sistema di vita è una cosa graditissima agli orientali.

Quanto al clima, la giornata a intervalli dà via libera sia alla pioggia sia al sole, ma soprattutto al freddo.
Dopo Ghazni supero un passo a 2.460 metri di quota. Continuo ad avere la conferma di una deduzione, peraltro già descritta tre giorni fa, sul fatto che in tutto il Paese non ci siano cartelli stradali indicanti la distanza fra una località e l’altra, e a volte non c’è neppure l’indicazione delle città. Ci sono da evitare un bel po’ di buche, ma nulla più nel tratto asfaltato dagli americani che si stende nella steppa fra Kandahar e Kabul.

Alle sei della sera pervengo a Kabul. Poco più di un’ora dopo, abbastanza inzuppato, alloggio all’hotel Ariana: è questa un’infrazione alla mia regola di dormire all’addiaccio. Faccio una doccia fredda e il bucato prima di concedermi il piacere della vodka. Sono a 1.797 metri d’altitudine. Ho percorso 252 km, per un totale di 7.806 km.

Kabul negli anni Settanta (da Wikipedia)

Domenica, 23 aprile
Oggi è il mio onomastico e intendo festeggiarlo. Benché la pigrizia m’invada e non ne abbia affatto voglia, cambio il cavo del gas ormai consumato, acquisto cinque litri di olio Shell 30 e reintegro la mia scorta di bevande. Pranzo in una “taverna” che ha sedie e tavoli di legno. Non c’è una grande varietà di cibo, però è quasi tutto discreto. Il riso è ovunque il piatto forte ed è condito in moltissimi modi. È un ottimo alimento per combattere la diarrea.

Faccio un giretto per la città nella parte nuova, ma mi attardo poi in quella vecchia, che naturalmente è più caratteristica. La strada che porta al gran mercato popolare (dove c’erano i lussureggianti bazar coperti – più grandi del mondo – che nel settembre 1842 furono interamente fatti saltare con la dinamite dagli inglesi, i quali poi lasciarono la città il 12 ottobre) è un qualcosa da vedere almeno una volta nella vita. Mongoli (o Hazara) tirano i carretti cigolanti; a ogni passo tipi poco raccomandabili con l’aria da spacconi; clienti occasionali che contrattano o comprano; cantastorie, fedeli musulmani sunniti raccolti in preghiera, persone che chiacchierano sedute per terra o in piedi, venditori mugolanti, fabbri e calzolai che lavorano all’aperto, ragazzini che sembrano scugnizzi napoletani, turisti europei fermi davanti alle vetrine. E ancora biciclette in ogni dove, una folla rumorosa che ondeggia in modo pauroso, confusione, cianfrusaglie, tessuti, tappeti, pellicce, strumenti musicali, boutique che mostrano le più estrose mercanzie, bancarelle… tutto è raccolto nella pittoresca maniera orientale.

Sul fianco di una montagna appena fuori della capitale c’è un dirupo roccioso abitato: sembra che le case emergano dalla scarpata del monte, mentre l’insieme ricorda vagamente i Sassi di Matera.
A dimostrare quanto è piccolo il mondo, ritrovo diversi coetanei incontrati quattro giorni fa alla frontiera fra Iran e Afghanistan. Trascorro qualche ora di svago assieme a loro.
Per vedere la capitale, o meglio la gente che vi abita, utilizzo sia i tassì sia la Vespa, logicamente sprovvista di bagagli (km 12).

Case sulla collina a Kabul (da happytellus.com)

Passo un’allegra serata in compagnia di un paio di giovani e di due ragazze olandesi, che viaggiano su un furgoncino Volkswagen arredato in stile “freak”. Mi offrono dell’ottima marijuana (fumarla qui è più “dentro il paesaggio” che in Europa…). Ceniamo in una “tavola calda”, piacevole anche se un po’ sporchina, con il sottofondo di musica locale. Mi gusto un aromatico tè con le erbe. I giovani mostrano i loro acquisti fatti al mercato: collane, braccialetti d’oro e un tamburo variopinto. Alla “Boutique Afghane”, vicino all’albergo dove alloggio, una ragazza ha comprato una bella pelliccia di leopardo (cosa che a ogni buon conto io non farò mai, essendo contrario a tali acquisti). Buschiamo una mezza sbornia, passando dal whisky scozzese alla birra olandese. Evidentemente i ragazzi prima di partire avevano fatto una buona provvista della loro birra. Nelle vie assumiamo un atteggiamento scherzoso con chiunque, tra gli sguardi sorpresi dei passanti afghani: chissà cosa pensano, nel vederci così? Di certo non facciamo una bella figura e, oltretutto, per rincarare la dose, uno della nostra cricca cade a piombo nella fogna scoperta, situata fra la carreggiata e il marciapiedi. Che risate… e che puzza! Mi sento allegro e in armonia con il mondo intero, nonostante la mia ignoranza in materia d’inglese. Queste, per me, sono sottili sensazioni indimenticabili.

Lunedì, 24 aprile
Preparo i bagagli. Consegno la chiave della stanza n°13 e pago 220 afghanis per le due notti. Sono ancora un po’ intontito per la mia notte brava.
Alle nove, un po’ a malincuore, riprendo la marcia verso la frontiera. La prima metà del tragitto si snoda attraverso un bel paesaggio da cartolina illustrata. Quante curve! È il campo d’azione che preferisco. Terminata la discesa travaso quasi quattro litri dal serbatoio ausiliare, mentre due cammellieri mi osservano in silenzio. In seguito faccio il pieno del serbatoio di scorta.
A una settantina di chilometri dal confine sono raggiunto da un mototurista inglese e dalla sua Honda 750 stracarica di bagagli. Ci scambiamo qualche informazione e ci fotografiamo a vicenda. Il tipo sta compiendo il raid “London-Sidney”, con ritorno in aereo. A Calcutta spiccherà dunque il volo per l’Australia. Lo ritrovo più avanti, nel tratto che devia dalla strada a causa di lavori in corso: si è costretti a guadare un torrente poco profondo. Il guado gli procura una foratura, una cosa abbastanza seccante e laboriosa che necessita un bel po’ di tempo prima di riprendere la marcia. Il tizio tuttavia mi fa intendere di proseguire e così faccio, facendogli però gli auguri per un veloce intervento. Se il suo motore fosse stato in panne, o più disgraziatamente se il centauro avesse avuto un incidente stradale, mi sarei fermato. La solidarietà dovrebbe essere spontanea in ogni essere umano, che dovrebbe tentare di abbattere le divisioni simboliche tra i popoli. Durante il facile viaggio motociclistico verso Capo Nord ricordo che diedi passaggi (anche lunghi) a giovani autostoppisti: uno jugoslavo, un brasiliano, un tedesco, una svedese, un finlandese, e ne fui felice.


Il nuovo Blog di Giorgio Càeran il cui titolo è omonimo al libro “Mezzo secolo rincorrendo il mondo – Nei viaggi la Vespa fu il primo amore, poi venne il resto” lo trovate a questo indirizzo –> https://caeran-libro-da552pagine.blogspot.com/

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