di Giovanni Agnoloni
Pulp Fiction, di Quentin Tarantino. Più volte, nelle ultime settimane, mi sono trovato a guardare, da cima a fondo o per frammenti, questo film, che adoro. Lo trovo un’opera che non stanca né smette mai di divertire, a forza di cazzotti nello stomaco.
Che cosa spiega la singolare potenza di questo perfetto intreccio di trame concatenate, con attori del calibro di John Travolta (Vincent Vega), Samuel L. Jackson (Jules Winnfield), Uma Thurman (Mia Wallace), Bruce Willis (Butch Coolidge), Harvey Keitel (Winston Wolf) e Tim Roth (Zucchino), senza dimenticare – tra le altre – le fugaci apparizioni di Christopher Walken (il Capitano Koons) e Steve Buscemi (il cameriere Buddy Holly) e lo straordinario Ving Rhames (Marcellus Wallace)?
Prescinderò da qualsiasi considerazione di genere (quanto il film sia tributario della tradizione fumettistica o di certi classici del cinema “malavitoso”) e da giudizi legati a categorie di tecnica cinematografica, perché non ne ho la competenza.
Andiamo al nucleo dell’emozione.
Pulp Fiction è un film violento su gente violenta e scombinata, che vive storie paradossali, con una scarica pressoché costante di ironia e un sempre presente senso di liberazione.
È un film antibuonista, che manda sonoramente affanculo i perbenismi ipocriti e i “saperci fare” del sistema-potere (qualunque esso sia), nonché i “furbetti del quartierino”.
Diciamocela tutta: la coppia di sicari/faccendieri Vega-Winnfield (J. Travolta-S.L. Jackson) chiude la bocca a una banda di stronzetti che volevano fregare il loro capo. E fregare non sta bene.
Il pugile Butch (B. Willis) fotte il suddetto boss Marcellus Wallace (V. Rhames), che lo voleva intortare con la storie sul suo presunto talento finito per fargli perdere un match truccato, e riesce a volgere a suo favore non solo l’incontro, ma anche la posizione (è proprio il caso di dirlo) scomoda in cui Marcellus a un certo punto si viene a trovare.
La stessa scelta finale di Jules Winnfield (S.L. Jackson) di mollare la vita da assassino, folgorato dal fatto di essere miracolosamente sopravvissuto a una scarica di pallottole che l’hanno sfiorato, è un calcio nel sedere all’idea perdente di certe pseudo-élites intellettuali per cui “le cose non cambieranno mai”.
E poi c’è quel geniaccio di Wolf (H. Keitel), che non solo risolve la complicata “situazione Bonnie” (come togliere di mezzo un cadavere con la testa scoppiata e ripulire una macchina entro il breve tempo che resta prima che rientri dal turno di notte l’infermiera Bonnie, moglie di Jimmie Dimmick, alias Quentin Tarantino in vesti da attore?), liquidando il problema in quattro e quattr’otto, ma riesce anche ad avere con Vincent Vega (Travolta) uno scambio di battute molto chiaro e onesto sulle “cose-da-fare-quando-vanno-fatte” e il modo giusto per dirle (qui, dal minuto 3:35). Così come Mia (U. Thurman) quando spiega, sempre a Vega, che non ha poi più di tanto senso domandarsi se suo marito Marcellus abbia fatto buttar giù dal quarto piano un tale Tony Rocky Horror perché le aveva fatto un massaggio ai piedi: la verità continueranno a saperla soltanto loro due.
E il bello è che Pulp Fiction non fa di questi tossici, assassini e occultatori di cadaveri degli idoli, né li “giustifica” per le loro azioni. Nel suo essere assolutamente un film “onesto”, cioè che si limita a raccontare una storia per come è, non salva niente e nessuno, se non, appunto, chi ha il coraggio di fare una scelta: quella giusta.
Con la stessa, disarmante logica dei suoi esilaranti “sillogismi-freddure”, come quello di Jimmie (Tarantino) sulla qualità del suo caffè.
Alla faccia del cinema impegnato, questo è un film che tocca. Dentro.




Dialoghi che non parlano di niente e parlano di tutto… E’ un piacere ascoltarli e riascoltarli. Molto bravo anche chi li ha tradotti in italiano.
Verissimo!