WARRIOR: COMBATTI PER LA VITA

di Francesco Gori

Sparta: lo scontro di 16 tra i più forti lottatori del mondo. È attorno a questo evento ad Atlantic City, con in palio il super montepremi di 5 milioni di dollari, che si svolge la storia di Warrior, film del 2011.

Protagonisti centrali sono due fratelli: Tommy Conlon (Tom Hardy), giovane ex marine – segnato da un passato misterioso che lentamente emerge nello sviluppo della narrazione -, solitario e scontroso, e Brendan Conlon (Joel Edgerton), insegnante di fisica dal carattere pacato, con famiglia perfetta – bella moglie e due bambini – ma in grave crisi economica. Tommy non ha una dimora fissa, ha cambiato il cognome prendendo quello della madre, morta in circostanze tragiche alla sua sola presenza, e rinnegato il padre – interpretato da Nick Nolte – dal quale tuttavia ritorna dopo tanti anni con un obiettivo. In mezzo ai due sta proprio quest’ultimo, respinto da entrambi per il suo passato da violento alcolizzato che li ha condannati a una crescita accelerata, e adesso impegnato a domare i suoi demoni con l’ausilio della Bibbia, che ascolta continuamente su cassette, in macchina come a casa.

Entrambi ex lottatori dal fisico possente, ricominciano per vincere il montepremi: Tommy chiede al padre di tornare suo allenatore –  ma niente più – come ai tempi del liceo con l’intento segreto di donare la somma alla compagna di un amico morto in Iraq accanto a lui, Brendan per riprendersi il benessere che la sua famiglia sta perdendo; entrambi per avere una rivincita nei confronti della vita.

Una bella storia, un ottimo cast – nel quale il secolare Nick Nolte fa sempre la sua onesta figura – dal quale emerge in particolare la figura di Tommy: giovane  devastato interiormente, incapace di comunicare, dalla stazza enorme come la sua rabbia nei confronti del mondo, ma anche dall’andatura leggermente gobba che ne sottolinea le difficoltà.

È nella contrapposizione tra Tommy il ribelle e Brendan il perfetto, che gioca la pellicola; nel conflitto che li ha visti dividersi nell’adolescenza, – il primo diretto verso la scelta della patria, il secondo verso la famiglia – per poi ritrovarsi a sorpresa sul ring, nell’epica gabbia insieme ad altre quattordici bestie feroci.

Se da un lato la storia a tratti coinvolge, si può evincere fin da subito il copione lungo il quale procederà il film, si può intuire facilmente come e dove i due faranno i conti con rancori e difficoltà. Il resto lo fa il tema della violenza sul ring come riequilibratice di destini che fin dai tempi di Rocky fa appassionare il pubblico, portandolo a tifare per l’eroe buono. In questo caso gli eroi sono due –  l’eroe-marine che ha salvato una vita umana e l’eroe della quotidianità -, l’esito finale dunque incerto come il tifo dello spettatore per l’uno o l’altro. Comprimari della show di Sparta sono lottatori anonimi ma che richiamano soggetti già visti – Koba/Ivan Drago, l’atleta di colore/mister T -, compresa la moglie di Brendan che soffre in tribuna (Tess/Adriana).

Alcune scene, una in particolare che vede protagonisti Tommy e il padre, ma anche quelle ovvie sul ring, accendono il cuore per poi farlo sdegnare con americanate quale ad esempio l’inquadratura finale.

Il regista Gavin O’Connor mette sul piatto una storia avvincente, protagonisti ben scelti – con Tom Hardy protagonista assoluto, grazie al suo corpo esplosivo e i suoi occhi gonfi di rancore – ma il tema relazionale poteva essere sviluppato meglio, troppo il risalto ai colpi gratuiti e poco alle dinamiche dei protagonisti.

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