IDEALTIPO DI UN REPORTER: “GOOD NIGHT, AND GOOD LUCK”

Ecco il secondo articolo di Caterina Pardi, per la serie, iniziata la settimana scorsa, dedicata a film del passato (anche recente), legati da un comune filo conduttore, che ruota intorno (e oggi lo vediamo in modo chiarissimo) al tema della comunicazione.  

Idealtipo di un reporter: Good Night, and Good Luck, di George Clooney

di Caterina Pardi

La locandina del film (da Wikipedia)

Edward R. Murrow, illuminato anchorman della Cbs (interpretato da David Strathairn), fu responsabile autore (insieme a Dan Rather e Walter Cronkite durante il Vietnam ed il Watergate) di una rivoluzione nel campo dell’etica giornalistica e del linguaggio della comunicazione. Prendendo spunto dalla presentazione del caso di Milo Radulovich, tenente di riserva dell’Aeronautica Usa allontanato per sospette frequentazioni comuniste (del padre!), Murrow sferrò un deciso attacco ai metodi autoritari e anticostituzionali del senatore Mc Carthy. Gli effetti della sua opposizione mediatica furono immediati, dimostrando ancora una volta al mondo le potenzialità del medium televisivo.

Perché raccontare la vicenda di Edward R. Murrow e ritornare nell’America postbellica contagiata dalla paranoia comunista? La scelta di quello specifico periodo della storia dei media e della figura di Murrow non appare casuale, né tanto meno dettata da una semplice preferenza degli autori. Come sostiene Ortoleva, proprio nel periodo a cavallo fra gli anni ’50 e ’60 (epoca del cosiddetto “sistema dei network”) ha inizio quel processo di autoconsapevolezza che consente oggi di considerare (e studiare) i media come struttura complessa ed autonoma, dotata di caratteristiche e poteri propri.

Gli autori sembrano aver sentito la necessità di risvegliare questa consapevolezza, forse oggi troppo spesso offuscata, di ricordare al pubblico cos’è/cosa è stata/cosa potrebbe essere (se lo vogliamo) la televisione e chi sono gli autentici giornalisti. Lo fa in bianco e nero, epicamente ma senza enfasi: il diligente e prudente lavoro del celebre protagonista è quello che dovrebbe svolgere ogni cronista responsabile: se diventa eroico è perché il sistema che lo circonda risulta distorto dalla censura ideologica e dalla propaganda pubblicitaria. Prima ragione.

Siamo anche nel periodo in cui la Ampex lancia il videoregistratore magnetico, consentendo la nascita di un archivio delle trasmissioni via etere. L’attività giornalistica, come vediamo nel film, si serve di filmati (i processi intentati da Mc Carthy, i suoi discorsi pubblici), ma è destinata a diventare essa stessa testimonianza, come ci avverte il profetico Murrow:

“se ci saranno storici che fra 50 o 100 anni vedranno le registrazioni settimanali dei nostri tre network, si troveranno di fronte a immagini in bianco e nero e a colori, prove della decadenza, della vacuità e dell’isolamento dalle realtà del mondo in cui viviamo”.

Come essi costituiscono una testimonianza storica per noi spettatori – ci vuol ricordare Clooney -, così i servizi del telegiornale di oggi potranno servire ai posteri per giudicare la nostra epoca.

Ma qual è il ruolo del reporter? A che principi deve attenersi? Completezza, onestà e soprattutto obiettività, che non significano tuttavia assenza di punto di vista.

Il termine obiettività ha il merito di sottolineare sia l’inevitabile focalizzazione da parte del soggetto, sia la volontà di svincolarsi da deformazioni non pertinenti. Se, da una parte, mostrare entrambe le parti di una controversia è garanzia di equidistanza, dall’altro non si può privare lo spettatore di una direzione interpretativa che lo aiuti a comprendere i fatti. Costituisce un’abdicazione da parte del giornalista.

Su questo argomento Good night. And Good Luck si schiera nettamente: dare un “taglio editoriale” è indispensabile, tanto più quando sono a rischio i diritti costituzionali. “Non posso accettare che per ogni storia ci siano due versioni ugualmente valide”, dice Murrow; allo stesso tempo il giornalista concede al senatore del Wisconsin lo spazio per replicare, conciliando così l’esigenza di rappresentare tutte le posizioni con quella di rivelare onestamente la propria opinione.

Più profondamente, al di sotto di questo primo, più esplicito, livello interpretativo (che emerge dai dialoghi e dalle azioni dei protagonisti), il film ci mostra come i media hanno trasformato la comunicazione, sia in ambito professionale che personale. Le inquadrature insistono sulla presenza continua, fuori e dentro lo studio Cbs, di schermi televisivi.

David Strathairn nei panni di E. R. Murrow (da Wikipedia)

 Persino i colleghi che circondano Murrow ascoltano le sue parole in modo mediato, i loro sguardi interagiscono con l’immagine del suo volto; anche se sono tutti lì – ognuno responsabile di un segmento della trasmissione (performance collettiva, dove ogni dettaglio è attentamente previsto, anche la penna che tocca il ginocchio del conduttore nell’istante in cui il programma va on air) – la loro attenzione è rivolta a un simulacro del loro leader.

Le relazioni più immediate, come l’amore, sono “proibite”: i due giornalisti legati dal vincolo matrimoniale vengono invitati a licenziarsi perché il regolamento vieta che tra colleghi si instaurino rapporti intimi. Schermi, vetri divisori, finestre, cornici di ogni genere s’interpongono fra i personaggi, denunciando esplicitamente la presenza di filtri percettivi ed interpretativi artificiali (per dirla con De Sola Pool) o protesi dei sensi (Mc Luhan).

La comunicazione non è più naturale, neppure tra vicini. La risposta alla frammentazione percettiva è l’instaurarsi di una rete di relazioni comunicative complesse fra primo piano e sfondo (frequente l’uso della sfocatura che sposta l’attenzione da un piano all’altro), fra individuo e gruppo (ritratti della redazione da prospettive difficili, non convenzionali, con i soggetti spesso divisi da fra loro da arredi e linee d’ombra), fra ribalta e retroscena, fra Storia e storie.

In uno scenario comunicativo così articolato, il ricevente conta quanto e forse più dell’emittente (pensiamo ai ritratti pensosi e attenti dei cronisti, rappresentati non solo in fase “emittente/espressiva” ma anche “ricevente/ricettiva”), e la qualità dell’ascolto (dell’individuo come del pubblico) diventa capitale.

Forti sono i valori umani, i principi etici che rendono compatto il gruppo dei giornalisti, simile a un organismo nel quale ogni componente mantiene la propria unicità (anche all’usciere è dedicata un’inquadratura), ma converge verso un obiettivo comune: quest’insieme di valori e principi (diametralmente opposto a quello di Quinto poterecostituisce il “medium dei medium”, un filtro di ordine superiore a tutti gli altri di tipo tecnologico od organizzativo.

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